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"The Malice at the Palace": 15 anni fa la rissa più famosa della storia NBA

NBA
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La rissa più discussa della storia NBA, uno dei momenti più complicati degli ultimi decenni per la lega e un passaggio di svolta per cambiare le regole e la visione di giocatori e tifosi all’interno delle arene USA: il 19 novembre 2004, quindici anni fa, “The Malice at the Palace” ha rappresentato uno dei punti più bassi e l’occasione di rinascita per la pallacanestro professionistica statunitense

“Più in basso di così non potevamo arrivare: una serie di pugni e cazzotti, proprio la logica che la gente continuava ad associare alla vista sul parquet di giocatori di colore. Un disastro: ne parlavano tutti gli show e le radio, è stata la notizia più discussa per giorni”. David Stern ricorda bene quel passaggio decisivo della storia NBA, una rissa diventata a suo modo storica e una delle prove più complicate da superare a livello comunicativo per la lega. “È stata una lunga risalita, interminabile, ma la cosa di cui vado più orgoglioso è quella di essere riuscito a invertire la percezione dei giocatori NBA. Adesso sono in vetta alla piramide sociale, sono un esempio per il mondo dello sport. Sembrano discorsi ovvi, ma 15 anni fa non era così e dopo quell’incidente non era scontato portare l’opinione pubblica a seguire queste convinzioni”. Stern infatti dieci anni dopo l’accaduto ha lasciato in dote ad Adam Silver una lega in salute, ricca e piena di giocatori super-pagati, ricercati e simbolo di riscatto per molti. Un esempio – esattamente l’opposto del ruolo interpretato da Ron Artest e tutti gli altri giocatori di Pacers e Pistons coinvolti in una rissa che diventò caccia all’uomo sugli spalti. Una serie di scontri, pugni e spintoni che costarono al già citato ben 73 gare di squalifica – lasciandolo fuori per tutto il resto della stagione in sostanza, ma senza curare le ferite di uno strappo che pesò non poco nella percezione della NBA.

Il cambio di regole che ha reso il gioco più divertente

All’epoca la franchigia che valeva di più erano i Los Angeles Lakers – per un valore stimato di circa 447 milioni di dollari. Quindici anni dopo la franchigia meno in vista della NBA supera senza problemi il miliardo di dollari di valutazione: un enorme balzo in avanti, frutto anche del cambio di regole e dalla spinta arrivata dopo che quella rissa costrinse tutti a modificare in fretta le cose. Rendere il gioco più divertente, come quella di portare la palla nell’altra metà campo in 8 secondi (e non in 10 come previsto prima), cambiando le difese e alzando così il numero di possessi e canestri – i Suns di D’Antoni sono stati una manna dal cielo per muoversi in quella direzione. Modifiche che hanno in parte agevolato un passaggio di testimone complicato da gestire a livello di comunicazione: nel 2003 infatti, con l’addio di Michael Jordan, la NBA aveva salutato il giocatore più rappresentativo della sua storia e non sapevo che destino la attendeva dopo di lui. La risposta arrivò sin da subito con LeBron James – uno dei mille fattori che hanno permesso alla lega di lasciarsi alle spalle in fretta e senza grossi problemi quello che è stato di gran lunga il peggior spettacolo offerto su un parquet NBA.

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