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Coronavirus, la NBPA risponde: "Non è colpa nostra se non ci sono tamponi"

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©Getty

Il capo dell’associazione giocatori Michele Roberts ha risposto per le rime alle accuse del sindaco di New York Bill de Blasio: "Il problema è che non ci sono tamponi disponibili, ed è colpa del governo federale se la situazione è questa. Sarebbe irresponsabile non testare i giocatori che sono stati in contatto con un infetto. Ed essere positivi non deve essere uno stigma"

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Il tweet del sindaco di New York Bill de Blasio ha aperto la questione dei tamponi effettuati sui giocatori NBA, che secondo il politico sono sbagliati perché andrebbero tenuti per le persone malate “e non per i ricchi”. A questa affermazione ha già risposto il commissioner della NBA Adam Silver (che ha sottolineato come le squadre NBA si siano attenute alle indicazioni della sanità pubblica) ma ancor più duramente ha replicato Michele Roberts, capo dell’associazione giocatori e protagonista di uno speciale in onda e on demand su Sky Sport dal titolo “Yes I can, Michele Roberts”. “Se hai ricevuto l’informazione di essere stato esposto al virus, non c’è niente di irresponsabile nel cercare di avere il test” ha detto a ESPN. “Il problema a mio avviso è che se c’è una scarsità di test disponibili, la responsabilità è del governo federale. Sono loro ad essere responsabili della protezione della gente, e hanno fallito. Non è una cosa su cui dovremmo discutere adesso, ma una volta che sarà passata questa situazione, dovremo trovare chi ha sbagliato e risolvere la questione. Capisco perché le persone sono arrabbiate, quelli a rischio dovrebbero essere i primi a essere testati. Ma dannazione: se il governo avesse fatto quello che doveva fare, non saremmo qui a competere per un’opportunità di essere testati”.

Roberts: “Sarebbe irresponsabile non testare i giocatori”

Roberts, che lascerà la carica al termine del suo contratto, ha anche sottolineato come i giocatori NBA vengano considerati dei “super spreaders”, ovvero persone con alto rischio di contagio essendo sempre a contatto gli uni con gli altri e con i tifosi. “Abbiamo partite con migliaia di persone nelle arene. Potenzialmente esponiamo un sacco di persone al virus. Capisco che se hai 65 anni — io stessa ne ho 64 — e hai dei sintomi vuoi essere testato, deve essere difficile sentire che dei giovani ricevono il tampone. Anche i giocatori lo capiscono. Ma il nostro obiettivo è capire quanto sia essere estesa l’infezione così da poter informare anche chi è entrato in contatto con noi. Se fossi stata nell’arena di OKC quando la partita è stata cancellata, sarei preoccupata. Per certi versi, sarebbe irresponsabile se le squadre non facessero il tampone ai giocatori e allo staff che è stato in contatto con un infetto: le persone all’arena hanno il diritto di sapere se sono state esposte”.

Lo “stigma” dell’essere positivi e il messaggio ai giocatori

Il capo della NBPA ha anche parlato di come alcuni giocatori abbiano deciso di non divulgare il proprio nome insieme alla notizia della positività al coronavirus, in particolare tre membri dei Brooklyn Nets. “Se un giocatore si sente a disagio ad avere il suo nome là fuori, sono a disagio anche io. Ma non c’è nessuno stigma nell’essere positivo al virus. Io stessa probabilmente risulterei positiva se mi sottoponessi al test. La maggior parte di noi lo sarebbe. Quello che deve preoccuparci è il contenimento del virus. Il mio messaggio ai giocatori è: ‘Non pensate neanche per un secondo di sentirvi in imbarazzo. Essere positivi non significa che avete fatto qualcosa di sbagliato. Se lo avete, ora sapete di dovervi comportare in maniera più attenta nelle interazioni con le altre persone’”.