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NBA, Scottie Pippen e la storia del suo contratto con i Chicago Bulls

Chicago fotogallery
20 apr 2020 - 15:36 10 foto
©Getty

Dopo la messa in onda delle prime due puntate di “The Last Dance” - serie dedicata all’ultima stagione ai Bulls di Michael Jordan, in Italia su Netflix e disponibile a un prezzo vantaggioso per gli abbonati Sky che sottoscrivono l’offerta Intrattenimento Plus su Sky Q - uno degli argomenti che ha fatto più discutere è il contratto che legava Pippen a Chicago: un affare enorme per la franchigia, una fregatura per l’All-Star dei Bulls - in aperto conflitto con il GM Jerry Krause. Questa la storia di quell’incredibile accordo e delle sue conseguenze fino ai giorni nostri

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Alla base dei successi dei Bulls degli anni ’90, oltre a Michael Jordan, non può non essere citato anche Scottie Pippen - All-Star decisivo cresciuto al fianco di MJ e fondamentale con il suo contributo su entrambi i lati del campo. La sua presenza in squadra non è mai stata messa in discussione per un decennio - e ci mancherebbe altro - nonostante i suoi rapporti con la proprietà e la dirigenza fossero stati sempre complicati. Il principale nemico di Pippen dell’epoca era Jerry Krause - GM dei Bulls e colui che gli fece firmare nel 1991 un contratto che avrebbe poi fatto la fortuna della franchigia dell’Illinois. A detta di molti il peggior accordo mai sottoscritto da un giocatore NBA

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Per spiegare le ragioni di quella scelta bisogna, come prima cosa, fare appello alle umili origini di Pippen. Lì risiede una delle ragioni della sua fretta di sottoscrivere un accordo. Nato in una piccola città dell’Arkansas, il n°33 dei Bulls era uno degli 11 figli di un padre costretto a letto per anni a seguito di un ictus e con un fratello paralizzato a causa di un incidente. Spesso i giocatori si ritrovano nella condizione di dover accettare subito dei soldi per porre rimedio alle questioni familiari, ma raramente come nel caso di Pippen questa urgenza era improrogabile

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I Bulls conoscevano la situazione e fecero leva su quello per forzare i termini dell’accordo: nel giugno 1991 offrirono così a Pippen un contratto di sette anni per una cifra complessiva di 18 milioni di dollari. Una quantità enorme di denaro per una famiglia così umile, ma già all’epoca era intuibile che quell’accordo sarebbe stato certamente conveniente per Chicago - che poche stagioni dopo avrebbe dovuto pagare molto di più un All-Star di quel calibro

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Il vero boom dei salari in NBA arrivò qualche anno più tardi, durante gli anni ’90, ma raramente un accordo così importante (e duraturo) aveva avuto la capacità di diventare “obsoleto” nel giro di pochissimo tempo. A Pippen serviva però un’immediata certezza economica e così decise di sottoscriverlo, andando contro il parare di Jimmy Sexton e Kye Rote - i suoi due agenti che all’epoca gli avevano spiegato che avrebbe potuto contrattare a rialzo, se soltanto avesse accettato di prolungare la trattativa

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Jerry Reinsdorf invece, il presidente dei Bulls, non ha mai badato negli anni a venire alle comprensibili lamentele da parte di Pippen - rifiutando di rinegoziare quell’accordo. Per quello nella stagione 1997-98 l’All-Star di Chicago non solo era soltanto il sesto giocatore più pagato di Chicago e addirittura il 122° dell’intera NBA. Le ragioni delle frizioni con la dirigenza dei Bulls furono tante, ma tutto nacque a causa di quel contratto: in quei sette anni infatti Pippen dimostrò di poter concorrere al titolo di miglior “secondo” giocatore della NBA, ma nonostante quello per sette anni fu pagato come se non fosse neanche un titolare.

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I 2 MILIONI TENUTI DA PARTE PER TONI KUKOC - I pessimi rapporti che si instaurarono all’inizio tra Jordan&Pippen con Toni Kukoc in spogliatoio (umiliato nella finale alle Olimpiadi con il Dream Team nel 1992) sono anch’essi in parte figli dello svantaggioso contratto firmato da Pippen nel 1991. All’epoca infatti Krause puntava già al talento croato e per lui i Bulls avevano messo da parte oltre 2 milioni di dollari di spazio salariale - “sottratti” dall’accordo sottoscritto con Pippen. Alla fine il n°33 dei Bulls firmò per una cifra inferiore, mentre Kukoc decise di rimandare il suo arrivo in NBA: per lui i soldi venivano messi da parte da tempo, mentre l’All-Star di Chicago pregustava la vendetta sul parquet - come dimostrarono poi i soli 4 punti realizzati da Kukoc nella finale olimpica 1992

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IL RECUPERO DALL’INFORTUNIO DEL 1997 | Un’altra delle enormi conseguenze avute da quell’accordo vennero fuori proprio alla vigilia della stagione 1997-98 - quella raccontata nel documentario “The Last Dance”. Pippen infatti nell’estate 1997 decise di rimandare un’operazione al piede infortunato, prendendosi tutto il tempo necessario “senza forzare” - ben consapevole di essere finalmente giunto a una sola stagione di distanza dalla free agency e dal momento in cui sarebbe potuto passare all’incasso (lontano da Chicago). Per quello non ritornò in campo fino a gennaio 1998, in una cavalcata che poi riuscì lo stesso a segnare con la sua presenza in campo

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19 GENNAIO 1999: I BULLS SCAMBIANO PIPPEN CON I ROCKETS | Alla fine, attraverso una sign-and-trade con Houston, Pippen riuscì a lasciare i Bulls e a firmare un contratto da ben 67 milioni di dollari per cinque stagioni. Dopo un anno in Texas però - e continui dissapori con Charles Barkley - il passaggio a Portland, con cui continuò a giocare fino a quando nel 2003 il GM Krause non ha lasciato Chicago

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L’ULTIMO CONTRATTO CON I BULLS | A quel punto, quasi a sdebitarsi per quanto successo nei sette anni del precedente accordo, il presidente di Chicago mise sul piatto un biennale da 10 milioni per un giocatore di 38 anni che ormai poteva dare ben poco a una squadra in piena fase di rebuilding: quello fu il modo di ripianare i rapporti con la franchigia con cui aveva vinto sei titoli NBA e con cui finalmente tornava ad avere un contatto. Almeno fino alla scorsa settimana

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15 APRILE 2020: PIPPEN ANNUNCIA DI ESSERE STATO LICENZIATO DAI BULLS | E si arriva ai giorni nostri, dopo che Pippen ha fatto a lungo parte della dirigenza di Chicago senza mai ricoprire però ruoli di rilievo per poi essere "scaricato" in questa fase di profondo cambiamento a livello dirigenziale in casa Bulls. "Mi hanno licenziato", ha raccontato la scorsa settimana: l'ultimo capitolo di una storia turbolenta e complicata, nonostante gli enormi successi raccolti sul parquet.

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