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NBA, i Golden State Warriors hanno detto no al loro "The Last Dance"

NBA
©Getty

Anche i Golden State Warriors avrebbero potuto girare un documentario in stile "The Last Dance", ma hanno deciso di non farlo. A rivelarlo è stato Peter Guber, membro della dirigenza degli Warriors e fondatore della Mandalay Entertainment che ha prodotto la docu-serie sui Chicago Bulls di Michael Jordan

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Guardando le puntate di "The Last Dance", è inevitabile chiedersi come sarebbe un prodotto del genere con le squadre di oggi. E quale squadra migliore dei Golden State Warriors dell’ultimo lustro, capaci di vincere tre titoli in cinque apparizioni in Finale NBA e di battere il record di 72 vittorie dei Chicago Bulls del 1996. La notizia è che siamo andati vicini ad avere una possibilità del genere, e il motivo si chiama Peter Guber. Il co-executive chairman degli Warriors è anche il fondatore di Mandalay Entertainment, la compagnia che ha prodotto il documentario sui Chicago Bulls di Michael Jordan andando a ripescare i filmati realizzati al tempo da NBA Entertainment sotto il controllo di Andy Thompson, lo zio di Klay. Ed è lo stesso Guber ad aver rivelato che la proposta è stata avanzata, ma non è andata a buon fine: "Gli Warriors hanno deciso di non avere una troupe che li seguisse come i Bulls in quell’anno" ha detto a Mark Medina di USA Today. Il motivo è da ricercare nel fatto che le condizioni delle due squadre erano profondamente diverse: tutti sapevano che quei Bulls si sarebbero sciolti al termine della stagione, rendendola di fatto una "Last Dance"; gli Warriors, invece, erano convinti di poter continuare a vincere ancora a lungo, anche se non è chiaro quando è stata avanzata la proposta (se nell’ultimo anno di Kevin Durant oppure prima ancora). "Quando fai una cosa del genere, rischi di compromettere il risultato di quello che fai" ha detto Guber. "Accendere una telecamera con l’aspettativa di ottenere un certo angolo con una squadra sportiva o con una carriera è una decisione pericolosa. Al limite dell’arroganza. Bisogna lasciare che i vari protagonisti come coach Kerr o Bob Myers creino la cultura, sperando che emerga in qualcosa di unico e di successo. Solo dopo si può tornare indietro e tratteggiarlo con un documentario, piuttosto che dire ‘Accendiamo le telecamere perché vinceremo nove titoli in fila’ o una cosa del genere. Non si può fare, il rischio è troppo alto. La chimica che deve venirsi a creare per vincere è incredibilmente sfuggente: se metti assieme le stesse persone in un anno diverso, può anche non funzionare. La salute gioca un ruolo gigantesco: una distorsione, una rottura di un tendine, una discussione in campo possono cambiare ogni cosa. È quella cosa di quattro lettere che si chiama vita. Ma è anche per questo che i documentari sono così efficaci".