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NBA, Shawn Marion: "Ho lasciato un'impronta sul gioco: dovrei essere nella Hall of Fame"

NBA
©Getty

È stato campione NBA con i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki e un All-Star con i Phoenix Suns di Steve Nash. Multi-dimensionale, atletico, versatile, "The Matrix" non le manda a dire: "Draymond Green difensore dell'anno? Bene, ma io marcavo più ruoli di lui. La Hall of Fame? Tutta politica"

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Ha giocato più di otto anni a Phoenix, ma erano i Suns di Steve Nash e Amar’e Stoudemire. Ha vinto un titolo a Dallas, nei Mavs di Dirk Nowitzki. È passato anche da Miami, Toronto e Cleveland, entrando nella NBA nel 1999 e lasciandola solo nel 2015. Eppure Shawn Marion rischia di essere un nome dimenticato nella NBA del nuovo millennio, nonostante un anello in bacheca, 4 convocazioni all’All-Star Game, oltre 17.000 punti, 10.000 rimbalzi, 1.500 recuperi, 1.000 stoppate e 500 canestri da tre — l’unico nella storia della NBA ad avere questa combinazione totale di punti, rimbalzi, recuperi, stoppate e triple. “Quello che ho fatto per questo gioco penso sia lì da vedere”, dice l’ex giocatore conosciuto con il (bellissimo) soprannome di “The Matrix”, in un’intervista rilasciata al sito The Athletic. “Se oggi si gioca in un certo modo, credo che abbia molto a che vedere con me”, afferma Marion, per certi versi forse un tipo di giocatore — multi-dimensionale, atletico, lungo — in anticipo sui tempi. “Quello che facevo in campo io è ciò che tutti provano a replicare oggi”. Eppure i riconoscimenti non sono quasi mai arrivati, e Marion è il primo a non darsene una spiegazione: “Il mio nome non è mai stato incluso in uno dei migliori quintetti difensivi: avrei dovuto farne parti almeno per 4-5 anni. Non sono mai stato votato miglior difensore NBA: avrei potuto tranquillamente vincere il premio una o due volte. Perché?”, si chiede. “Draymond Green vince il premio di miglior difensore NBA [nel 2017, ndr]. Bene: ma io marcavo più ruoli rispetto a quanti ne marchi lui". Era alto due metri, pesava 102 chili eppure sera dopo sera i suoi avversari erano le migliori ali grandi della lega, da Tim Duncan e Kevin Garnett, tutte più alte e pesanti di lui. Il destino di far parte dello small ball D’Antoniano, anche in questo caso uno stile di gioco in anticipo sui tempi.

“The Matrix”: un talento da Hall of Fame

Così oggi, quando un sito calcola le probabilità di inclusione nella Hall of Fame di un giocatore, quelle di Marion sono oltre il 75%, e il suo nome è il quinto della lista tra quelli che ancora non sono stati ammessi a Springfield, dopo Chris Bosh, Larry Foust (giocatore degli anni ’50, 8 volte All-Star NBA), Chauncey Billups e Tim Hardaway. “Per me non è una questione di se, ma di quando”, dice Marion sulla chiamata per l’arca di gloria del basket mondiale. “Ho lasciato un’impronta importante sul gioco, e questo mi basta. Vado in giro a testa alta, perché so quello che sono stato in grado di fare in campo. Il resto è politica: chi decide l’inclusione nella Hall of Fame? Su quali basi? Non posso controllare certi processi. So solo che se si guarda ai numeri, il mio ingresso nella Hall of Fame è quasi obbligato. E sia chiaro: il giorno che succederà, sarò lì a festeggiare come fosse il mio compleanno”.

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