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NBA Finals, Pat Connaughton: "Come contro i Nets: vincere gara-3 e invertire la serie"

ESCLUSIVA

Dario Vismara

In esclusiva per Sky Sport, le parole e le suggestioni di uno dei protagonisti in casa Bucks della NBA Finals: Pat Connaughton ci ha parlato del suo ruolo in rotazione sempre più importante per Milwaukee, della voglia di incidere in attacco e in difesa e della scelta - azzeccata - di dedicarsi alla pallacanestro e non baseball. Almeno per il momento…

MILWAUKEE-PHOENIX: GARA-3 IN DIRETTA ALLE 2 SU SKY SPORT UNO

Se andate alla ricerca di un sinonimo per definire al meglio il concetto di role player, Pat Connaughton sembra essere davvero il giocatore che fa al caso vostro. Sempre più centrale nelle rotazioni dei Milwaukee Bucks, è reduce da una gara-2 contro i Phoenix Suns in cui ha segnato 14 punti - più di Khris Middleton, per intenderci - e soprattutto è rimasto sul parquet per 34 minuti; mai così tanti in carriera ai playoff. Mike Budenholzer vede in lui non solo il sesto uomo a cui chiedere un maggiore impiego sul parquet, ma anche la chiave per far spazio a un quintetto più atletico e con meno centimetri - tenendo Brook Lopez in panchina, lanciando Giannis Antetokounmpo da centro e sfruttando la capacità difensiva e di cambiare su (quasi) tutti i blocchi. Connaughton è uno specialista difensivo che ha imparato a farsi rispettare anche in attacco, ha scelto la pallacanestro al posto del baseball - ma non esclude tra qualche stagione un ritorno alle origini, sfruttando il fatto che in MLB si resti in campo fino a tarda età. Queste le sue parole e le sensazioni in vista delle prossime sfide decisive, mentre l’appuntamento con gara-3 delle NBA Finals è per questa notte alle 2 come sempre su Sky Sport Uno e Sky Sport NBA con il commento di Flavio Tranquillo e Davide Pessina.

 

Le prime finali della tua carriera, sotto 0-2 nella serie: cosa avete imparato da due gare del genere? Quali sono le differenze tra le Finals e il resto dei playoff?

 

“Sicuramente l’atmosfera attorno alle partite è diversa, anche prima della palla a due: tutti lavorano affinché si mette in mostra in campo la miglior pallacanestro possibile, in match di assoluto livello che vanno in onda in tutto il mondo. La NBA riesce sempre a compiere un grande lavoro nell’organizzare tutto questo. Quello che invece abbiamo imparato come squadra è che uno, due o tre possessi sono ciò che conta nel decidere il risultato di una partita. Negli ultimi 3-4 minuti conta ogni dettaglio: le palle contese, le giocate di energia, il modo in cui esegui i giochi. Tutte queste piccole cose sono determinanti nel definire il risultato della gara”.

 

Qual è la cosa più complicata con cui dover avere a che fare contro Phoenix? Cosa li rende così difficili da battere?

 

“Sono una grande squadra, muovono molto bene il pallone e lavorano con attenzione in attacco per generare dei buoni tiri. Per queste ragioni dobbiamo essere in grado di difendere per tutti e 24 i secondi del possesso ed essere sicuri di conquistare il rimbalzo dopo un loro errore per evitare di concederne altri 14. Questa è una delle tendenze che abbiamo visto nelle prime due sfide della serie: ci hanno punito ogni volta che non abbiamo catturato il rimbalzo dopo un tentativo sbagliato Come ho già detto, sono una grande squadra e dobbiamo provare a rendergli la vita difficile nella prossima sfida”.

 

Dopo aver studiato la sconfitta in gara-2, in cosa pensi possiate migliorare come squadra?

 

“Beh, lavorare su quello che ho già detto: cercare di fare nostri tutti palloni contesi, conquistare quei possessi, essere più fisici nelle giocate. Essere attivi e intelligenti in difesa, evitando di lasciare liberi i tiratori, non andare sotto sui blocchi e provare a dar fastidio alle loro conclusioni. Anche in attacco dovremo fare meglio: muovere il pallone, così come abbiamo fatto molto bene nel corso della stagione”.

 

Nelle ultime gare sei stato il giocatore più impiegato in uscita dalla panchina - tra i 25 e i 30 minuti ai playoff: come è cambiata la tua preparazione, sapendo di dover giocare di più?

 

“No, la mia preparazione alla gara non è cambiata. Sono sempre a disposizione del coach e dei compagni, pronto a scendere in campo quando hanno bisogno di me. L’unica cosa che amo è giocare a pallacanestro: che siano 15, 20 o 30 minuti, non è importante dal mio punto di vista. Sono sempre entusiasta di giocare e cerco solo di assicurarmi di poter dare alla squadra quello che si aspettano da me: le piccole cose, la difesa, i rimbalzi, le giocate di intensità, dimostrare di essere aggressivo quando vengo chiamato in causa in attacco".

Uno dei tuoi punti di forza sono i rimbalzi: da dover arriva questa tua qualità? Quanto è importante per un giocatore perimetrale, con tutte le triple e i rimbalzi lunghi a disposizione?

 

“I rimbalzi sono fondamentali: quelli offensivi ti permettono di avere un nuovo possesso e un’altra opportunità di attaccare il canestro avversario, mentre quelli in difesa ti garantiscono di mantenere il controllo del pallone e spingere in transizione quando possibile. Da dove arriva la mia capacità di andare a rimbalzo? Beh, sicuramente c’è una componente di atletismo, costruita nel corso degli anni e su cui lavoro ogni giorno. Merito anche dell’intelligenza cestistica, dell’IQ cestistico, provando a leggere le traiettorie e il modo in cui rimbalzerà il pallone. E l’ultima cosa è certamente la fisicità: ci sono tanti grandi atleti in NBA e quindi non basta solo l’atletismo, bisogna portarli lontano dal pallone e metterli in una posizione scomoda per garantirsi più spazio quando c’è da catturare un pallone che finisce lontano dal ferro”.

 

Quest’anno avete iniziato a cambiare in difesa con maggior frequenza: quanto è cambiato rispetto al passato? È più o meno complicato farlo più del solito?

 

“Difensivamente quando giochi i playoff e in modo particolare le NBA Finals, devi essere in grado di tante cose ad altissimo livello - specialmente in difesa, visto che dei fronteggiare i migliori attaccanti del mondo. Per questo credo che saper cambiare le marcature in difesa ci aiuta molto, è un’arma che teniamo nel nostro arsenale. Abbiamo tanti giocatori che possono difendere diverse posizioni in campo:  per questo chi ci affronta è costretto a utilizzare dei giochi che permettano loro di evitare questi cambi che possono metterli in difficoltà”.

 

Siete già stati sotto 0-2 in questi playoff contro Brooklyn: quell’esperienza può aiutarvi per provare a rimontare anche contro Phoenix?

 

“Abbiamo esperienza e sappiamo cosa vuol dire essere sotto 0-2 dopo essere partiti in quel modo anche nella serie contro Brooklyn: non è qualcosa che abbiamo piacere a rivivere, però abbiamo capito che l’importante è continuare a pensare a una partita per volta. Dobbiamo concentrarci su gara-3, che sarà la prima per noi in casa, e capire che è importante pensare non solo alla singola partita, ma anche un tempo, un quarto e un possesso alla volta. Abbiamo spesso giocato alla grande in casa, abbiamo dimostrato di poter recuperare tutti insieme come accaduto dopo essere stati sotto 0-2 con Brooklyn e dobbiamo assicurarci che ciò avvenga anche questa volta. L’obiettivo è vincere gara-3 e ripartire da lì”.

 

Saresti potuto diventare un giocatore di baseball, ma hai scelto la pallacanestro: giocare le finali NBA da protagonista certifica il fatto che la tua sia stata la decisione giusta?

 

“Guardando alla carriera NBA e da giocatore di pallacanestro che sono diventato - un tassello importante in una squadra arrivata in finale per vincere l’anello - credo sia la risposta migliore rispetto alla bontà della decisione che ho preso di lasciare il baseball e dedicarmi al basket. Ma chi può dirlo: sono ancora giovane, ho 28 anni e giocherò in NBA il più a lungo possibile. Ma visto che in MLB si superano anche i 40 anni, magari un giorno potrei tornare al baseball.