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06 novembre 2016

All Blacks umani troppo umani. E un po' distratti

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IL COMMENTO. A fine stagione, con tutti gli obiettivi raggiunti, è comprensibile (anche se anormale) che i campioni del mondo neozelandesi le abbiano prese dall'Irlanda a Chicago. Negli Usa si sono trovati come al Luna Park

Cosa è successo agli All Blacks? Perché hanno perso? L’Irlanda è così forte? Sono diventati dei brocchi? Calma… Gli All Blacks sono semplicemente umani, magari persino più simpatici, stanchi, a fine stagione, con tutti gli obiettivi raggiunti: test di giugno, Bledisloe Cup, Championship, record mondiale di 18 test match vinti consecutivamente.

Negli Usa si sono trovati come al Luna Park per la prima volta, abbagliati, distratti, tra pizze di Giordano’s, parata dei Cubs, serata da spettatori per vedere i Bulls dell’NBA, turisti a Chicago. Hanno sottovalutato l’importanza di non avere le due seconde linee titolari, Retallick e Whitelock, infortunati, e il primo sostituto, Romano, mandato a casa per un lutto familiare, l’importanza degli uomini della sala macchine, quelli che fanno “legna” e appaiono poco se cisi ferma a guardare solo chi segna mete e punti.

Sono entrati in campo con 6 uomini nuovi rispetto alla partita giocata e vinta due settimane prima contro l’Australia, senza avere la concentrazione massima, non sono stati impeccabili nel loro pezzo forte, accuratezza dell’esecuzione, ossia fondamentali fatti alla perfezione, e velocità superiore a tutti gli altri nello spostamento di palloni e gioco. Ma soprattutto è mancato il “core business” del rugby e degli sport di contatto: la voglia di combattere, di giocare ogni pallone come se fosse quello della vita o della morte.

Per intenderci o spiegarci meglio: tutto quello che ha invece fatto l’Irlanda, che avrebbe battuto chiunque con la forza del coraggio, del cuore, della determinazione, anche quella squadra, gli All Blacks, mai battuti in 111 anni di battaglie. E’ un risarcimento al rugby del passato, con meno muscoli e integratori, con meno palestra e mental coach… Per carità tutti elementi fondamentali e insostituibili oggi, è finito il rugby della birra nel terzo tempo per i professionisti, è rimasto però, e rimarrà sempre, quello del cuore, della grinta, del desiderio di abbattere avversari e barriere, di vincere il confronto fisico, di moltiplicare energie che non si sa nemmeno di avere.

Il rugby messo in campo quindici giorni fa dal Munster, provincia, guarda caso, irlandese, che dopo aver perso tragicamente il proprio allenatore, Anthony Foley, morto nel sonno poco più che quarantenne, una leggenda della squadra, prima in campo come giocatore e poi come coach, non avrebbe perso, per onorarlo, contro nessuno, nemmeno contro gli All Blacks, battuti, per la verità nel 1978, con la solita ricetta. La ripetizione è voluta: cuore, grinta, determinazione, voglia di combattere. A proposito, anche l’Irlanda ha voluto onorare a Chicago Anthony Foley, che ha giocato 62 volte con la sua nazionale e di fronte alla Haka neozelandese si è disposta sul campo con i giocatori a formare un 8, il numero che Foley ha sempre avuto sulla sua maglia!