Petro, orgoglio italiano

Sport USA
Massimo Marianella

Massimo Marianella

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Una chiacchierata con Alex Pietrangelo, capitano dei St. Louis Blues vincitori dell’ultima Stanley Cup. Alla scoperta delle sue origini e del suo amore per l’Italia

St.Louis, Missouri. Un angolo degli Stati Uniti che fino alla scorsa estate era famoso per l’Arco che protegge la città sulle sponde del Mississippi e la proietta verso l’infinito. E per la birra, anche… quella prodotta. Nello sport definita dalla passione per i Cardinals di baseball. Fino alla scorsa estate. Tutto fino alla scorsa estate. Adesso la città è impazzita per l’hockey su ghiaccio e i suoi Blues che hanno compiuto un’impresa storica lo scorso giugno vincendo per la prima volta la Stanley Cup.

Alex Pietrangelo alza la Stanley Cup a Boston, dopo la vittoria in gara 7 sui Bruins
Alex Pietrangelo alza la Stanley Cup a Boston, dopo la vittoria in gara 7 sui Bruins - ©Getty

L’uomo simbolo

L’immagine di questo trionfo, l’istantanea tatuata nella mente di tutti, è quella del capitano Alex Pietrangelo che solleva assieme il trofeo e i cuori di tutta St.Louis e li spinge verso l’infinito. Lui simbolo e artefice primo della vittoria, ma anche di un percorso che ha portato una franchigia con alle spalle una storia importante quanto punteggiata da delusioni nell’Olimpo dei grandi. Un cammino di crescita nel quale proprio lui è stato il punto di riferimento nello spogliatoio come in città. Sul ghiaccio come sugli spalti dell’Enterprise Center. Un campione che ha sempre vestito, per tutta la sua carriera, la maglia giallo blu con la nota alata sul petto, un leader sempre presente. Indiscutibilmente oggi è uno dei giocatori più forti, carismatici, decisivi e riconoscibili di tutta la NHL. Un piccolo motivo di orgoglio anche per il nostro Paese perché tra le tante cose Alex Pietrangelo è anche un po' italiano. Meno di quanto si possa sognare, ma più di quanto non si possa pensare. Viene da una famiglia italiana, parlicchia la nostra lingua e principalmente è orgoglioso delle sue origini. Felice di parlarne anche se vedere il modo in cui ha usato il suo tempo con la Stanley Cup vinta (è usanza che ogni giocatore che lo conquista ha diritto di tenersi il trofeo per una giornata e “gestirlo” a piacimento) non necessita di molte parole aggiuntive. Diciamo che questa tradizione ha illuminato la creatività di tanti giocatori che hanno fatto fare alla coppa il giro del mondo in maniera anche vorticosa, ma in lui ha acceso l’italianità.

W l’Italia

L’ha usata come magica scodella per tutta la famiglia per un’ottima pasta. “In un momento così speciale è stata anche una grande occasione sia per sottolineare le mie origini italiane a al tempo stesso mangiare un buon piatto di pasta che anche mia moglie adora. Da atleta adesso l’alimentazione diciamo che prevede qualcosa di più leggero quindi di pasta ne mangiamo poca e con attenzione, quella era un’occasione unica da non perdere. Ha reso in tutti i sensi i festeggiamenti più belli e particolari”. Un giocatore canadese, idolo dello sport americano che però ama sottolineare le sue origini. Con affetto e personalità. “Certo che in parte mi sento un po’ italiano e la mia famiglia lo è senza ombra di dubbio. Trevigiana da parte di mia madre e abruzzese da quella di mio padre. I miei genitori sono nati lì e poi hanno attraversato l’Oceano quando erano piccolini. L’Italia è il Paese dei miei nonni che amo tanto, dei miei genitori che ho sempre sentito parlare tra loro in una sorta di dialetto misto che loro capivano ovviamente, ma io molto meno anche quando un anno ho deciso, purtroppo soltanto uno, di studiarlo all’High School seriamente. All’epoca però l’italiano lo parlavo e lo capivo molto meglio di ora che francamente non avendolo più praticato ho un po’ perso. Il problema in origine è che i miei nonni sono venuti qui ormai da tanti anni e mi hanno sempre parlato in inglese quindi anche a casa non l’ho praticamente mai parlato. Credo di aver assorbito tante cose della vostra cultura, molte tranne il calcio onestamente. Non ne sono così appassionato come ad esempio i miei nonni che ancora lo seguono con tanta passione. St Louis è anche una città di soccer che tra l’altro nel 2022 avrà una franchigia nelle MLS, vedo le partite a volte della mia nipotina, ma onestamente non sono così appassionato”

Alex in posa nella foto prima dell'All Star Game 2020, in programma proprio a St. Louis
Alex in posa nella foto prima dell'All Star Game 2020, in programma proprio a St. Louis - ©Getty

Gentile, simpatico, sorridente, molto educato. Pur essendolo nei fatti, nei numeri e nelle medaglie, non ha il tipico atteggiamento della super star dello sport americano. Incontralo nello spogliatoio dell’Enterprise Center in piena downtown St.Louis con l’aiuto di un bravissimo e simpaticissimo vice president della comunicazione, che di cognome fa Caruso e anche lui orgoglioso delle sue origini siciliane, è stato un vero piacere. Nonni e genitori possono essere ben orgogliosi della sua carriera, del sentimento italiano, ma anche del ragazzo che hanno forgiato.

Il gol della vita

Sul ghiaccio Petro è un giocatore fenomenale dai numeri fantastici. Difensore roccioso, leader non solo dello spogliatoio, ma soprattutto sul ghiaccio. E’ il playmaker d’impostazione da dietro, ma anche una delle armi offensive più pericolose col suo tiro dalla distanza, non a caso il gol decisivo valso la Stanley Cup lo scorso anno a Boston quindi in trasferta a gara 7, senza un domani, contro i Bruins lo ha segnato lui.

“Segnare è stato un momento meraviglioso, ma ricevere da capitano per primo il trofeo dalle mani del Commissioner, sollevarlo sopra la testa in orizzontale, come impone la tradizione, per la prima volta nella storia dei Blues e poi tutti i festeggiamenti con i compagni sul ghiaccio, negli spogliatoi, quindi al ritorno a St.Louis è stato davvero magico. Forse anche più emozionante che segnare il gol partita soprattutto per me che per tutta la mia carriera ho giocato solo in questa squadra. E’ un trofeo molto difficile da vincere e quando ci riesci è un meraviglioso mix di gioia e sollievo. Non tutti riescono a conquistarlo nella vita, quindi per me dopo aver giocato 750 partite e finalmente avere quella chance è stato anche un sollievo”.

Un percorso straordinario

Quello della passata stagione, di una squadra che a dicembre era ultima in classifica, ha cambiato coach e ha finito col trionfare grazie ai gol di Tarasenko certo, alla straordinaria praticità di O’Reilly che ha totalizzato 23 punti nei playoffs, ai miracoli del portiere Jordan Binnington uscito quasi dal nulla, ma soprattutto del suo capitano che alla fine, oltre al gol valso il trionfo, ha totalizzato ben 19 punti nella post-season, neanche a dirlo un record per un difensore. In una franchigia che ha avuto giocatori leggendari della storia di questo sport nelle sue fila come Gretsky, Hull, McInnis Pietrangelo è già degno di esserne al fianco. Nella storia dei St.Louis Blues è terzo per assist, sesto per partite giocate e pronto a superare McInnis per punti segnati da un difensore e diventare il numero in assoluto in questa categoria.

I numeri di quest’anno

In questa stagione NHL Alex è secondo per gol e per punti segnati da un difensore nei power play (con l’uomo in più) è terzo per tiri tentati, quarto per gol segnati in assoluto (13) e nei suoi Blues primo per minuti giocati di media a partita. In totale in carriera ha superato 100 gol segnati (106) e 400 punti (440) Coach Berube ovviamente, come qualsiasi altro allenatore, non vorrebbe fare a meno di lui mai, ma pensando alla post season dovrà anche cominciare a gestir i suoi minuti. Con il Canada, il suo vero Paese di nascita, ha conquistato da protagonista l’oro alle Olimpiadi di Sochi nel 2014 e quello Mondiale nel 2016 a Toronto quindi a 30 anni ha già completato la collezione più bella per un giocatore di hockey con i 2 titoli internazionali più prestigiosi e la Coppa di Lord Stanley, ma le motivazioni sono ancora altissime per continuare a vincere 

Pietrangelo, Price e Bergeron sul podio durante le Olimpiadi del 2014
Pietrangelo, Price e Bergeron sul podio durante le Olimpiadi del 2014 - ©Getty

Back to back

“L’idea ovviamente sarebbe quella di riprovarci per un back to back con la Stanley Cup e ci metteremo tutto noi stessi. Stiamo giocando bene e sentiamo di potercela fare. Dobbiamo andare con calma però, intanto garantirci i playoffs e poi cominciare un altro percorso”. Magari dopo i prossimi playoff sarebbe bello vederlo con tutta la famiglia nel nostro Paese. “Davvero vorrei venire in Italia presto, ma a questo punto credo di dover aspettare un pochino che i miei figli crescano un po’ (ha tre bellissimi e impegnativissimi piccoli gemelli di neanche 2 anni) per far sì che anche loro possano godersi il viaggio e capire un pochino anche il significato del ritorno alle origini. I miei genitori amerebbero tornare e i miei nonni ancora di più. Sarà una cosa bellissima e la faremo di sicuro!”.

L’augurio è, che se i tempi coincideranno, possano farlo con un’altra Stanley Cup. Davvero bravo, Petro! Orgoglio (un pochino) anche italiano…

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