Dal ritiro al mito: perché questo Super Bowl è una favola, anzi 5

il commento
Massimo Marianella

Massimo Marianella

I Tampa Bay Bucaneers hanno vinto 31-9 la 55^ edizione del Super Bowl. E' il 7° successo per Tom Brady, l'uomo in copertina di questa impresa. Ma assieme alla sua ci sono altre 4 storie che valgono la pena di essere raccontate

Lo sport americano ama le storie fiabesche nello sport e i Tampa Bay Buccaneers, trionfatori inattesi quanto meritevoli del Super Bowl LV, regalano una storia d’assieme fantastica. Il percorso che ha portato tanti di loro fino a sollevare il Vince Lombardi Trophy è drammaticamente affascinante e rende il loro successo ancor più umano e scintillante.

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Questo termine da poco entrato (anche un po’ a forza) nella nostra quotidianità devono però averlo pensato a Tampa. Il suo significato è nella forza, nella spinta che ha portato i Bucs a vincere il secondo titolo della loro storia. Due dei personaggi chiave di questa vittoria si erano già ritirati, altri due erano stati spinti, con modalità e per ragioni diverse, verso il ritiro e colui che ha dominato difensivamente la partita è un miracolo che sia vivo, prima ancora che protagonista su un campo di football, dopo 2 incredibili incidenti che potevano essere fatali.

Feb 7, 2021; Tampa, FL, USA;  Tampa Bay Buccaneers quarterback Tom Brady (12) and head coach Bruce Arians celebrate during the fourth quarter in Super Bowl LV against the Kansas City Chiefs at Raymond James Stadium.  Mandatory Credit: Mark J. Rebilas-USA TODAY Sports/Sipa USA
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Bruce Arians

Si era ritirato coach Bruce Arians, discreto quarterback a livello universitario a Virginia Tech, ma senza una carriera in campo nei Pro. Passato dietro la sideline tutta un’altra storia. Franchigie diverse (Kansas City, New Orleans, Indianapolis, Pittsburgh e Arizona) con ruoli diversi, ma sempre nel reparto d’attacco. Allenatore dei quarterback, dei running backs, dei ricevitori, offensive coordinator e finalmente head coach. Un’occasione arrivata maledettamente per caso quando, da offensive coordinator dei Colts, ha dovuto sostituire Chuck Pagano che doveva combattere la leucemia. Arians ha fatto talmente bene da vincere il premio di allenatore dell’anno (il primo dei 2 sul cv) per volare l’anno dopo ad Arizona per il suo primo vero ruolo di head coach con i Cardinals. Ha pubblicato una biografia dal titolo di “The Quarterbacks whispers” (l’uomo che sussurrava ai QB) perché nei suoi vari ruoli e franchigie ha lavorato con quasi tutti i migliori delle ultime 2 generazioni: Manning, Palmer, Brees, Rothlisberger, Luck.

Arians quarterback
Arians con Roethlisberger a Pittsburgh (in alto a sinistra), Manning (in alto a destra) e Luck (in basso a sinistra) a Indianapolis e Palmer (in basso a destra) ai Cardinals

Che grandi lo erano prima, ma che certamente con lui sono diventati migliori. Gli mancava Brady al momento di andare in stampa, ma avrebbe rimediato. Le sue squadre sono sempre state divertenti, ma non sempre vincenti. Il trionfo più grande fino alla notte di Tampa lo aveva avuto sconfiggendo un avversario durissimo: un tumore alla prostata. La malattia lo aveva convinto al ritiro e durante quello stop aveva iniziato a lavorare come commentatore per la CBS. Quella stagione lo ha riportato vicino agli spogliatoi e quel profumo gli ha ridato la voglia di tornare. Quattro dei suoi assistenti principali quest’anno (Todd Bowles, il defensive coordinator, e Byron Leftwich, responsabile dell’attacco assolutamente determinati) sono di colore e nello staff dei suoi allenatori c’è anche una donna e la speranza è che questo successo dia eco a quello che Bruce Arians ha sempre detto per tutta la stagione. “Sono con me perché sono bravi e non per il sesso o il colore della pelle, perché il talento non ha sesso e non ha colore”. Sarebbe ora che lo capissero tutti e un trionfo così potrebbe aiutare.

Bruce Arians durante la premiazione
Bruce Arians durante la premiazione - IPA/Fotogramma

Antonio Brown

Le scelte più coraggiose il più anziano coach ad aver mai vinto il Vince Lombardi Trophy non le ha fatte però nel coaching staff, ma per il suo roster. Quella più inattesa (sponsorizzata da Brady peraltro) di dare un’ultima chance ad Antonio Brown. Scaricato da 3 franchigie in poche settimane (Steelers, Raiders e Patriots) denunciato penalmente, fatto passare per troublemaker e anche non equilibrato mentalmente è rientrato a Tampa per volere di Arians ed ha vinto il Super Bowl 55 segnando anche un touchdown.

Rob Gronkowski

Due addirittura ne ha firmati Gronkowski. Con questi lui e Brady hanno cancellato un record che durava dagli anni 80 superando la coppia Montana-Jerry Rice che assieme nella post season ne avevano confezionati 12. Tra New England e Tampa, Gronk e il bel Tom ne hanno mandati in archivio 14 di cui 6 nei vari Super Bowl e il numero 87 a livello personale 6 in 5 Super Bowl diversi.

Brady e Gronkowski festeggiano sul prato del Raymond James Stadium poco dopo aver vinto il Super Bowl
Brady e Gronkowski festeggiano sul prato del Raymond James Stadium poco dopo aver vinto il loro 4° Super Bowl assieme - ©Getty

Jason Pierre-Paul

Se Mahomes non è mai riuscito a giocare il suo football per tutta la partita il merito in gran parte è merito di Jason Pierre-Paul. Uno scappato alla morte un paio di volte. Quando è sopravvissuto ad un terribile incidente stradale “solo” con la frattura del collo dopo essersi più volte ribaltato con la sua Porsche. Lui che 4 anni prima si era visto amputare due dita e mezzo dalla mano destra per una sciocchezza con i fuochi d’artificio per il 4 luglio. Dopo aver sperato di poter tornare a camminare e poi di poter usare in parte anche la seconda mano, in campo ha vissuto la sua grande notte da dominatore perché voleva fortemente che questa strada anche un po’ tortuosa lo portasse ad un secondo anello dopo quello vinto con i Giants ad inizio carriera.

Mahomes sottoposto alla "cura Jason Pierre-Paul"
Mahomes sottoposto alla "cura Jason Pierre-Paul" - ©Getty

Tom Brady

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Poi ovviamente c’è lui. Anche per uno abituato a vincere, a dominare, come Tom Brady questa è stata una notte speciale. Dopo aver vinto 6 anelli con i Patriots è stato messo in discussione e nella condizione di dover dimostrare qualcosa. Il campione però non sceglie mai la strada più facile e lui ha rifiutato quel ritiro cui persino il suo mentore Belichick lo aveva indirizzato ed ha avuto la sua annata migliore. Non nei numeri, ma nei fatti. E’ diventato il primo sportivo americano di sempre (di tutte le leghe professionistiche) a vincere due titoli con due squadre diverse dopo aver compiuto 40 anni. Ha conquistato il suo 7° Super Bowl e per la 5° volta anche il titolo di MVP della partita. Trionfi mai riusciti a nessuno altro. Ha guidato con esperienza un attacco equilibrato tra corse e lanci, senza rischi con numeri importanti da 21 su 29 per 201 yard, 3 TD pass e nessun intercetto portando il suo totale nei SB a 277 passaggi completati 3039 yard lanciate e 21 TD pass. Forse ha anche risolto il dubbio che avesse vinto tanto perché perfetto nel “sistema” dei Patriots trasformandolo nella certezza che i Pats hanno sollevato 6 volte il Lombardi Trophy principalmente perché avevano lui.

Pensione? No, mito

Gronkowski, Brown, Arians, Pierre-Paul e Brady. Hanno tutti dovuto prendere strade diverse. Più o meno tortuose, ma tutti sono stati presi sotto braccio dal fantasma del ritiro. Lo hanno scansato tutti e si sono ritrovati puntuali sulle sponde del Riverwalk di Tampa per un appuntamento che non sospettavano di avere. Curioso perché in genere gli americani in Florida ci vanno per andare in pensione. Non questo gruppo di campioni però. Loro hanno scelto tutti assieme il Sunshine State per entrare nel mito.

Brady festeggia con la moglie Gisele Bundchen e la figlia Vivian
Brady festeggia con la moglie Gisele Bundchen e la figlia Vivian - ©Getty

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