Bertolucci: "Io, Pasta Kid vi racconto gli anni d'oro del tennis"

Tennis

Alfredo Corallo

paolo_bertolucci

L'INTERVISTA. Il grande ex campione azzurro, oggi commentatore per Sky Sport, ripercorre la sua carriera nell'autobiografia scritta con Lucio Biancatelli. Dalla Davis del 1976 all'amicizia con Panatta, Nastase, Borg. Senza trascurare la passione per la buona tavola

"Va bene Adriano, pur di vincere questo doppio domani scendo in campo anche nudo, ma siccome non sarebbe un bello spettacolo, giocheremo con la maglia rossa. Ma sappi che se per caso andiamo al quarto set, all'intervallo ci cambiamo e decido io con quale maglietta rientriamo in campo. E lui: "Vabbè...", e finalmente mi lasciò in pace. Il giorno dopo entrammo in campo con la maglietta rossa. Ma sul 2-1 per noi, negli spogliatoi, andai a ricordagli il nostro patto: "Adriano! Blu!". E lui non fece una piega". Le parole di Paolo Bertolucci ci riportano al 18 dicembre 1976, quando l'Italia conquistò per la prima (e unica) volta nella sua storia la Coppa Davis e lo fece a Santiago del Cile, allora sotto la dittatura militare del generale Augusto Pinochet.

Quella di Panatta - che proveniva da una famiglia socialista - altro non fu che una provocazione ("Dobbiamo dare un segnale") perché il rosso era il colore dell'opposizione, di chi ricordava il presidente Salvador Allende ucciso dal golpe e le migliaia di ragazzi scomparsi nel nulla, i desaparecidos. Non fu un capriccio, e Bertolucci lo capì. Un frammento di complicità, dell'intesa speciale di una squadra che in quell'epoca elevò il tennis italiano ai massimi livelli mondiali. Con Tonino Zugarelli, Corrado Barazzutti, il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli e il "Signor Mario" Belardinelli, l'artefice di questo "miracolo" azzurro.


In Pasta Kid (Castelvecchi editore, Collana Ultra Sport), scritto insieme a Lucio Biancatelli - con la prefazione di Edoardo Nesi - "braccio d'oro" racconta con spirito la sua avventura sportiva e di vita: l'infanzia a Forte dei Marmi e i primi colpi di racchetta con il padre Gino, maestro di tennis; gli anni di Formia, dove si trasferì giovanissimo per frequentare il Centro tecnico; i primi tornei importanti e i grandi successi internazionali, Amburgo e Berlino; l'impresa di Montecarlo, quando insieme a Panatta sconfissero Vitas Gerulaitis e John McEnroe; l'amicizia con personaggi diventati epici come Ilie Nastase, Guillermo Vilas, Bjorn Borg. Storie sempre intrecciate ai viaggi e al suo rapporto con il food, l'aspetto goliardiaco, la mondanità e, appunto, il legame con Panatta, che "sopporta" ormai da 50 anni.

Bertolucci, perché "Pasta Kid"?
"Fu Bud Collins, considerato il più autorevole giornalista di tennis al mondo, a definirmi così sul Boston Globe dopo un match. Credo che nell'abbinamento volesse riassumere le mie due anime: la passione per la buona tavola, ma anche il talento di cui madre natura mi ha dotato. Ci sono affezionato".

In effetti, al termine della semifinale di Roma con l'Australia del '76...
"Battere in casa Newcombe e Roche, cinque volte campioni a Wimblendon, i miei idoli, fu il massimo. Sì, come premio partita chiesi un piatto di pasta e fagioli... E Belardinelli me l'accordò. Sapeva quanto fosse fondamentale per me, ogni tanto, infrangere qualche regola alimentare".

"Ehi, Maccaroni, mica penserai davvero di vincere questa partita?". Nastase la sfotteva, ogni tanto.
"Eravamo amici, però quella volta agli Internazionali ha rischiato grosso. Stavo giocando da dio, ma andò per le lunghe e fu sospesa per oscurità sul due set pari. La mattina seguente ero uno straccio, rimasi sveglio tutta la notte per l'emozione di una possibile finale e andai in campo paralizzato. Peccato".

In quel 1973 si sdoganò dalla fastidiosa etichetta di "doppista", spingendosi fino ai quarti del Roland Garros.
"Il mio anno migliore, con il '77. Arrivai anche a un passo dai top ten, numero 12 del ranking. A Parigi fui sconfitto da Pilic, che poi battè Panatta e perse in finale da Nastase. Ancora lui".

Il rumeno, Vilas, Borg. Eravate una bella banda.
"Altri tempi, ci siamo divertiti veramente, in quegli anni Roma era una meraviglia. Ilie amava l'Italia, uscivamo spesso insieme, simpaticissimo. Guillermo venne qui senza una lira e lo aiutai a trovare un posto per dormire, un personaggio. Girava con un cinturone sui jeans, come un gaucho argentino: i primi dollari che guadagnava li arrotolava e li infilava lì dentro, stile cartuccera. Adorava Lucio Battisti. Le donne impazzivano per lui, Carolina di Monaco per prima, e noi a incoraggiarlo: dai Guillermo, che se diventi principe sistemi pure noi, con tutti i favori che ti abbiamo fatto! E poi Borg... Andava in giro con degli zoccoli svedesi, jeans e t-shirt bianca. Deve ancora dirci grazie: io e Adriano l'abbiamo letteralmente civilizzato...".

Nell'ultima parte del libro parla anche della sua esperienza da capitano azzurro e della finale di Davis persa a Milano contro la Svezia nel 1998. A proposito, a Gand, in Belgio, dove il livello di attenzione per il rischio attentati resta altissimo, i padroni di casa e la Gran Bretagna si contenderanno nel weekend l'insalatiera d'argento.
"È una grande occasione per entrambe, ma è difficile fare una previsione. Il Belgio non l'ha mai vinta e agli inglesi il successo manca da 79 anni. Certo, loro hanno Murray, che significa due punti quasi sicuri".

È vero che una delle poche volte che ha ripreso la racchetta in mano è stata nel 2007 per festeggiare la Champions League del Milan, in Sardegna con Carlo Ancelotti?
"Già, infatti non gioco da un po'... Diciamo che ultimamente il mercoledì preferisco andare a teatro...".