Indian Wells, il quinto slam non si improvvisa

Tennis

Stefano Olivari

Il primo dei Masters 1000 stagionali è anche l’appuntamento al di fuori dei tornei dello Slam a cui i campioni tengono di più. Una storia iniziata nei caotici anni Settanta, grazie all’intuizione di due tennisti e nell’era Ellison arrivata ai grandi numeri di pubblico e premi…

Il 90% degli addetti ai lavori del tennis pensa che Indian Wells sia a tutti gli effetti il quinto torneo dello Slam ed in effetti l’entusiasmo con cui i migliori giocatori del mondo presenziano è degno di uno Slam ed ha ormai da anni superato quello per Miami (una volta Key Biscayne) nella corsa a questo titolo un po’ onorifico e un po’ utile a diventare sempre più grandi. Perché la tradizione non si improvvisa, soprattutto in uno sport come il tennis… Non a caso il campo principale si trova nel secondo più grande impianto permanente per il tennis costruito su questo pianeta (il Tennis Garden tiene 16.100 spettatori, meno dell’Arthur Ashe di New York ma più del Centre Court di Wimbledon). Ma com’è che questa località di e per ricchi californiani, gradevole ma non più di altri diecimila posti nel mondo, è arrivata dove nonostante gli sforzi e la storia delle città non ce l’hanno fatta Roma e Madrid?

Tutto parte nel 1974, nell’epoca di massimo fermento e caos organizzativo nella storia del tennis, di cui troppo spesso ci si dimentica quando si commentano gli albi d’oro (gli Australian Open, ad esempio, contavano pochissimo e venivano spesso disertati dai big). Charlie Pasarell e Ray Moore sono buoni tennisti quasi al capolinea e si improvvisano organizzatori partendo da Tucson, Arizona, con la creazione di un torneo del Grand Prix, uno dei principali circuiti dell’epoca (l’altro grosso era il WCT). Soldi, grandi sponsor (l’inizio con American Airlines, quello attuale è BNP Paribas), trasferimenti in California in località ancora più convenienti (Palm Springs, Rancho Mirage, La Quinta) fino alla scelta di Indian Wells a partire dall’edizione del 1987 (finale Becker-Edberg, scusate se è poco). Di lì a poco l’affiancamento a un torneo femminile, con il progetto Slam già ben chiaro in mente: i campioni arrivavano, erano contenti del clima e dell’ambiente, ma ancora si diceva che il grande torneo dell’ATP e della WTA, quello che poteva essere paragonato ai major (che invece sono sotto l’egida della federazione internazionale), si giocasse a Miami. Occorreva di più, occorreva Larry Ellison.

Il fondatore di Oracle e di tante altre cose, uomo dalla ricchezza quasi inimmaginabile (almeno 50 miliardi di dollari, non è un refuso, di patrimonio) nel 2009 ha acquistato il torneo dai suoi creatori, che sono comunque rimasti nell’organizzazione, e lo ha portato ai livelli di oggi anche se non va dimenticato che Indian Wells era già da anni nel giro giusto, prima nei cosiddetti Super 9 e poi nei Masters Series. Il montepremi ufficiale è ovviamente stellare (7.037.000 dollari per gli uomini, 6.844.000 per le donne), senza contare accordi particolari, il pubblico totale preso a 330.000 persone è stato portato in zona 450.000 e non essendoci le limitazioni di una metropoli è possibile che si possa fare meglio, magari arrivando alle due settimane complete (già adesso con Miami e ovviamente gli Slam, è l’unico torneo che duri più di 8 giorni). Da notare che a Indian Wells l’Hawkeye è presente su tutti i campi, fin dalle qualificazioni: non accade in alcun altro posto. Essere il primo dei Masters 1000 della stagione dà poi al tutto un fascino unico.

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