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12 luglio 2018

Federer, l'incantesimo spezzato

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Fed

Al termine di un'incredibile partita durata cinque set è svanita la fiaba di un'altra vittoria di Roger Federer a Wimbledon, è tempo per il campione svizzero di accettare il proprio declino?

La missione di Roger Federer per vincere il suo nono Wimbledon a quasi 37 anni portava con sé qualcosa di magico. Federer, aveva già dato prova a inizio anno, e poi soprattutto ad Halle, del suo precario stato di forma fisica. Avrebbe dovuto portare a termine un disegno soprannaturale: andare oltre l'avanzamento dell'età, il logorio fisico, le crescenti qualità dei suoi avversari e la fisiologica liquefazione della sua aura di invincibilità. Poteva riuscirci solamente grazie alla forza del suo tennis, in un'epoca in cui non è più possibile farlo, meno che per lui.

Alla fine Federer è stato eliminato da Wimbledon, con una sconfitta particolarmente amara: 13-11 al quinto set contro Kevin Anderson ai quarti di finale, resa ancora più difficile da digerire per i due set di vantaggio, il match point non sfruttato nel terzo set e la possibilità di affrontare in semifinale un giocatore come Isner con cui Federer non ha mai faticato, e che per tipologia di tennis gli avrebbe fatto recuperare delle energie in vista della dodicesima finale in carriera a Wimbledon, che in questo momento sembra molto lontana.

Quella che doveva essere una fiaba si è trasformata in un romanzo novecentesco, dove il protagonista è diventato all’improvviso vulnerabile, messo a nudo di fronte a tutti i suoi dubbi, le sue debolezze e soprattutto alla cruda realtà dei fatti. Quella di Federer non è stata una sconfitta improvvisa e “scioccante” come l'ha definita Djokovic, e nemmeno un suicidio sportivo come molti tifosi dello svizzero pensano, sopravvalutando perfino le sue irraggiungibili qualità, quanto piuttosto una specie di progressiva presa di coscienza di fronte al destino dell'essere umano. Sono stati quattro i passaggi fondamentali attraverso i quali si è materializzato il lento consumarsi della forza sacra, e a tratti perfino invisibile, di Federer nel corso della partita, che a poco a poco si è affievolita.

L'equilibrio magico

La partita è iniziata in quello stato mentale comunemente definito di grazia, ma che su Federer va tarato secondo altri parametri. Si tratta di un equilibrio che lo svizzero riesce a creare tra la concentrazione, la determinazione e l'assenza di tensione e preoccupazioni. In questi momenti il gioco di Federer diventa estremamente fluido, anticipato, ricco di letture tattiche sofisticate che però non rallentano mai il gioco. Ma la storia del match dirà che questo equilibrio, a differenza degli anni d'oro, non poggiava su basi solide e solo per un tempo limitato ci ha offerto la migliore versione possibile di Federer.

Lo svizzero ha iniziato la partita con sicurezza, perfetto negli appoggi e nella ricerca della palla e lucido anche dal punto di vista tattico. In particolare con le scelte con il rovescio Federer ha dimostrato di aver studiato bene la partita: in generale tendeva a giocare il back quando voleva o era costretto ad andare in diagonale, sfruttando le non straordinarie capacità di un giocatore alto più di due metri come Anderson ad andare giù con le ginocchia per spingere una palla bassa; mentre quando voleva giocare il rovescio in top Federer preferiva rischiare in lungolinea, spesso pagando ottimi dividendi. La scelta rispondeva anche alla volontà di non scambiare a lungo sulla diagonale di rovescio e provare anche a sorprendere Anderson sul dritto in corsa. Le statistiche infatti testimoniavano come la differenza di velocità nei colpi da fondo tra i due fosse maggiore dalla parte di rovescio: con il dritto Anderson produceva colpi mediamente 10 km/h più rapidi (135 contro 125) mentre con il rovescio la discrepanza saliva a 25 km/h (128 contro 103) e non poteva quindi bastare per Federer giocare costantemente con il back per tenere a lungo la diagonale sinistra.

Sul dominio nel primo set di Federer, che ha strappato il servizio ad Anderson nel primo game della partita e ha poi vinto per 6-2, ha contribuito anche la non perfetta prestazione del sudafricano con entrambi i colpi di inizio gioco, il servizio e la risposta. La grande risposta in anticipo di Anderson, con entrambi i fondamentali, è uno dei colpi più sottovalutati del circuito. Ieri però ha avuto bisogno di aggiustarla dopo un primo momento e non solo per colpa dell'efficienza iniziale del servizio di Federer: in particolare nel secondo set la risposta di Anderson è cresciuta mediamente di 10 km/h di velocità rispetto al primo (98 contro 88) e di 6 km/h è salita anche la risposta sulla seconda (120 contro 114). Oltre a questo, Anderson nel primo set è mancato di precisione al servizio. Un problema che ha facilitato la già straordinaria reattività e soprattutto la capacità di lettura della direzione del servizio avversario da parte di Federer, che in moltissimi casi ha dato l'impressione di sapere già prima dove il sudafricano avrebbe colpito.

Nel primo set della partita di ieri (a cui si riferisce il secondo grafico) Anderson pecca di precisione con il servizio da destra, soprattutto nello slice sul dritto di Federer, a differenza della maggiore accuratezza dei turni precedenti (nel grafico in alto). Lo svizzero in questo modo ha risposto quasi sempre in maniera impeccabile con il suo colpo migliore.

La rottura dell'incantesimo

Nel secondo game del secondo set un errore abbastanza banale di Federer con il rovescio è il primo punto di rottura che riporta lo svizzero in una dimensione terrena. Improvvisamente Federer si ritrova faccia a faccia con la realtà, costretto a risolvere dei problemi e non portato semplicemente a dare sfoggio delle migliori qualità senza alcuna resistenza. L'equilibrio magico del primo set si rompe e Federer, come uno studente che non ha una preparazione solida per il suo esame, comincia a testare sul campo le difficoltà del suo corpo non più brillante e le esigenti richieste del suo interlocutore dall'altra parte della rete.

Dapprima Federer concede un break, con Anderson che si porta in vantaggio per 3-0 e sembra ipotecare il set. Improvvisamente lo svizzero ritrova lo schema "rovescio tagliato in diagonale e rovescio lungolinea" e si aggiudica un effimero contro-break che dà l'impressione che tutto sommato il disegno dall'alto sia a lui favorevole. Sarà invece l'ultima volta che Federer riuscirà a strappare il servizio ad Anderson.

Sul 3-2, quando serve per riportarsi in parità, Federer ha già perso gran parte del suo aplomb iniziale e la sua compostezza si disunisce in un atteggiamento più rude, ma forse necessario. Si incita nel primo punto del game, fa un vistoso pugno nel secondo e successivamente annulla una palla break che avrebbe riportato nuovamente Anderson avanti nel punteggio. Nonostante l'esito poi vittorioso, il secondo set è l'unico dei cinque nel quale Federer ottiene meno del 72% di punti con la prima palla e anche con la seconda ricava una percentuale molto bassa per una superficie veloce come l'erba, il 45%, contro il 67% di Anderson. Il sudafricano trova i riferimenti in risposta e con essa trova finalmente la chiave per fare la sua partita con successo.

Forse più che parlare di match sprecato da Federer - visto che in ogni caso sul match point Anderson non gli ha concesso chance - si dovrebbe porre l'attenzione maggiormente su come le qualità caratteriali abbiano permesso allo svizzero di portarsi avanti per 2 set a zero nonostante l'inerzia della partita sia cambiata appena dopo aver dominato il primo parziale. Qui sotto si vedono gli ultimi due punti del tiebreak, nei quali sono presenti contemporaneamente i germi della rottura dell'incantesimo (nell'errore sul 6-4) e l'umiltà con cui Federer riesce invece a chiudere il set, eseguendo una risposta bloccata difensiva di dritto e giocando l'ultimo dritto in corsa con tantissimo top spin per cercare innanzitutto di non sprecare il punto. Alla fine Federer ha preso coscienza del suo stato fisico collegato alle difficoltà presentategli dal suo fortissimo avversario, ma si vedeva in modo evidente che aveva capito che da lì in poi la partita sarebbe stata piena di tante difficili prove da superare.

Gli ultimi due punti del tie-break del secondo set.

La cruda realtà

Nel terzo set Federer sembra iniziare con una condizione fisica migliore, forse grazie esclusivamente a una confidenza mentale superiore data dal punteggio estremamente favorevole di due set a zero. La partita segue i turni di servizio fin quando, sul 5-4 per Federer, lo svizzero ha un match point sul servizio di Anderson che riesce tuttavia a inchiodarlo sul rovescio, forzando l'errore. Quello che sembra uno spreco di Federer si rivela un calo ormai generalizzato: nel game successivo lo svizzero commette un altro errore di rovescio sul 30-15 e viene punito da una sua scelta tattica conseguente al suo stato fisico.

Federer aveva iniziato la partita servendo da destra soprattutto verso il rovescio di Anderson, mentre nelle ultime fasi del match ha preferito servire soprattutto in slice sul dritto del sudafricano, probabilmente per usare di più il braccio - per dare il taglio - e spingere di meno con la schiena come invece fa nel servizio centrale. Il servizio esterno da destra tuttavia gli costa due risposte fulminanti di dritto di Anderson, che va in vantaggio per 6-5 con il servizio a disposizione.

La direzione delle prime di servizio nel match. Federer da destra è equilibrato perché inizialmente predilige il servizio centrale e nelle fasi finali invece lo slice. Anderson invece non va molto per il sottile e si rifugia sulle botte al centro, anche da sinistra evitando il rovescio di Federer.

Forse l'unico vero errore imputabile a Federer in tutto l'incontro sta nella terza palla break svanita per lo svizzero nel game successivo, che avrebbe portato i due giocatori ad un altro tie-break. In quello scambio Federer sbaglia un dritto piuttosto facile https://youtu.be/nnoRDEY-Q84?t=108, ma si vede tutta la sua difficoltà nell'effettuare i rapidi aggiustamenti con i piedi nel cercare la palla all'indietro, la fatica e di conseguenza l'insicurezza. È soprattutto in questo momento che si prende consapevolezza del destino umano di Federer e sorge quasi un sentimento compassionevole, non tanto per le sue sopravvalutate debolezze caratteriali ma perché anche lo sportivo dalla figura forse più inscalfibile di tutti gli altri, sotto tanti punti di vista, sta definitivamente realizzando la necessità di scendere a patti con le leggi della natura e prendendo consapevolezza che alla lunga, come tutti, ne uscirà sconfitto.

Accettare il declino?

Kevin Anderson è riuscito nell'intento di far giocare a Federer una partita veloce, senza cambi di ritmo e nella quale è stato il suo avversario ad adattarsi tatticamente. Anderson è arrivato al quinto set con impressionante continuità sia al servizio che alla risposta, precisi e costanti attacchi con il dritto lungolinea che impediscono a Federer di giocare tutti i dritti che vorrebbe (ne ha colpiti il 6% in meno rispetto alle precedenti partite a Wimbledon) e tengono sempre elevatissima la velocità di palla, al punto da costringere lo svizzero più a "remare" che non a variare il proprio ritmo a piacimento, soprattutto senza poter utilizzare la palla corta che avrebbe fatto comodo per stanare Anderson nella corsa in avanti.

Il sudafricano ha vinto per 6-4 il quarto parziale, quasi senza storia. Nel quinto set l'immagine di Federer non è più quella di un artista che pennella colpi con il suo completo (con il nuovo sponsor) perfettamente lindo e pulito, ma piuttosto quella di un giocatore costretto a sporcarsi le mani nel fango. Geme nei recuperi in back come mai fatto prima, arriva sempre più in ritardo in allungo con il rovescio in top e non completa più il finale del movimento come invece nei bellissimi lungolinea vincenti del primo set. Sul 4-3 in suo favore ha una palla break sulla quale Anderson serve benissimo, poi nel successivo punto Federer si aggrappa a tutte le sue forze e gioca da vero terraiolo, forse spendendo in quel punto tutte le sue residue energie.

In vantaggio per 7-6 (non c'è il tie-break al quinto set, per chi non lo ricordasse), Federer vede un'opportunità avanti 15-30 nel punteggio. Si getta a rete con un buon attacco in back lungolinea quasi come se vedesse in quel gesto la sua unica e ultima speranza di vincere questa partita e forse Wimbledon per l'ultima volta, ma il passante di Anderson è di grandissima qualità e gli impedisce di ottenere altri due match point. Il game che concede il break decisivo ad Anderson è un calvario biblico: nel primo punto sbaglia il rovescio in top su una palla comodissima, mentre sul 30-30 commette il primo doppio fallo della partita, senza spingere la seconda. In un attimo Anderson terrà il turno successivo di battuta per aggiudicarsi il quinto set per 13-11.

«A volte non ti senti bene nonostante tu ci prova. Oggi era uno di quei giorni», ha detto Federer in conferenza stampa, che non ammette pubblicamente il suo declino se non implicitamente quando gli chiedono se aver giocato sul Campo 1 anziché sul Centrale per la prima volta dal 2015 possa averlo condizionato: «Onestamente penso di no. L'anno scorso non credo sarebbe cambiato qualcosa se avessi giocato sul Campo 1. Non è che non sapevo giocare su questo campo, è che ho avuto le mie chance e le ho sprecate».

Il fatto che Federer abbia posto l'accento sull'anno scorso è un segnale evidente della differenza di rendimento complessivo rispetto al 2017, non solo a Wimbledon. Come un eroe moderno e non classico, Federer ha lottato con la sua parte più umana di sé, infrangendosi però sul muro inflessibile della realtà. Negli ultimissimi punti e soprattutto nella rassegnazione con cui va a rispondere per l'ultima volta c'è un'accettazione naturale e non rabbiosa, senza ribellione, dello stato attuale delle cose.

La sconfitta di misura di Federer contro un avversario comunque eccezionale sull'erba non chiude completamente le porte allo svizzero per una nuova impresa. Anche qualora ieri si sia definitivamente consumata l'ultima possibilità di vedere Federer vincitore in uno Slam, il solo fatto che alle soglie dei 37 anni avverta una tale delusione lo conferma uno sportivo fuori dall'ordinario. Federer non è stato protagonista dell'ennesima favola a lieto fine, ma forse dovevamo accontentarci di quelle che aveva già compiuto: arrivare a quota 20 Slam ad esempio. Prima o poi dovremo rassegnarci che una fine assolutamente naturale e terrena arriverà a sancire la conclusione di una delle più intense esperienze sportive di sempre.

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