Introduzione
Jannik Sinner sta continuando a lavorare con tutto il suo team (Darren Cahill compreso) in vista del ritorno in campo nella stagione 2027. Con lui, a Monte-Carlo, c'è anche Magnus Norman. Svedese, classe 1976 ed ex numero 2 al mondo. Una carriera, quella di Norman, che da giocatore si è conclusa a soli 27 anni con le vittorie a Roma, in Coppa Davis e anche una finale del Roland Garros. Da qui la scelta di diventare allenatore, con la collaborazione storica con Stan Wawrinka (che si è ritirato quest'anno), arricchita da ben tre titoli Slam. Qui tutto quello che c'è da sapere su Norman: amante dello sport, proprietario di un blog e di un'academy per far crescere i giovani tennisti
Quello che devi sapere
Da Filipstad ai vertici del tennis mondiale
- Originario di una cittadina di appena 6.000 abitanti a 300 chilometri da Stoccolma, Norman si è avvicinato al tennis a otto anni, quando la nonna gli regalò una racchetta per il suo compleanno. L'ex tennista svedese ha rappresentato l'evoluzione del tennista scandinavo da fondocampo: solido, efficace e letale soprattutto sulla terra rossa, superficie su cui ha conquistato 12 titoli in singolare, tra cui spicca il Masters 1000 di Roma nel 2000 (il trionfo più importante della sua carriera), battendo in finale Guga Kuerten.
- Proprio contro il fuoriclasse brasiliano, appena un mese dopo, andò in scena uno dei capitoli più importanti della sua carriera: la finale del Roland Garros dell'11 giugno 2000. Sotto di due set (2-6, 3-6), lo svedese dominò il terzo per 6-2, trascinando il quarto in una battaglia epica. Costretto a un lavoro estenuante nei propri turni di battuta (ben 89 punti giocati contro i 39 di Kuerten, con game interminabili da 14, 20 e 24 punti) Norman aggrappò la sua resistenza a un coraggio straordinario. Dopo aver annullato un match point grazie alla correzione dell'arbitro François Pareau su una palla dubbia, Norman annullò ben dieci championship point prima di arrendersi all'undicesimo, dopo tre ore e 44 minuti di lotta (6-2, 6-3, 2-6, 7-6). Un epilogo amaro che consegnò la coppa a Kuerten, ma immortalò la leggendaria tempra dello svedese, suggellata nel 2000 dal raggiungimento del numero 2 del ranking mondiale.
Il legame con l'Italia: il trionfo a Roma e la Davis a Milano
- Il filo che lega Magnus Norman all'Italia passa per i due trionfi più importanti della sua carriera da giocatore: gli Internazionali d'Italia a Roma nel 2000 e la Coppa Davis a Milano nel 1998.
- Nel 2000, sulla terra rossa del Foro Italico, lo svedese conquistò il titolo più prestigioso della sua carriera battendo in finale il campione in carica e totem della superficie Guga Kuerten con il punteggio di 6-3, 4-6, 6-4, 6-2, sancendo la sua definitiva consacrazione nel grande tennis.
- Due anni prima, nel 1998, Norman era stato il perno della Svezia che aveva espugnato Milano conquistando la Coppa Davis contro l'Italia capitanata da Paolo Bertolucci. Una finale drammatica per i colori azzurri, segnata dall'eroico calvario di Andrea Gaudenzi: reduce da un'operazione alla spalla e storicamente in campo per oltre cinque ore, l'azzurro fu costretto al ritiro per il cedimento del tendine sul 6-5 a suo favore nel quinto set. Dall'altra parte della rete c'era proprio Norman.
pubblicità
I problemi fisici e il ritiro prematuro
- L'ascesa di Norman rischiò di interrompersi bruscamente nel 1998 per via di un difetto alla valvola cardiaca che gli causava aritmie sotto sforzo. Sottoposto a un intervento chirurgico correttivo, lo svedese recuperò in tempi record, vincendo nello stesso anno il torneo di Amsterdam e la Coppa Davis a Milano.
- Nel 2001, però, il grave infortunio all'anca lo costrinse a un lungo stop e da quel momento non è più riuscito a tornare ai vertici. La sua carriera si interruppe prematuramente ad appena 27 anni, con l'annuncio del ritiro arrivato nel 2004, un anno dopo l'ultima partita ufficiale giocata a Shanghai.
- "Smettere a soli 26-27 anni è stato estremamente doloroso – ha raccontato –. Sentivo di non aver espresso tutto il mio potenziale: ero arrivato a un passo dal numero 1 del mondo e da uno Slam, ma li ho falliti entrambi. Poi il corpo ha ceduto. Per anni mi è mancata la competizione ad alto livello, ed è stato proprio quel vuoto a spingermi verso il coaching".
Da Soderling a Wawrinka: i "capolavori" da coach
- Dopo il ritiro, Norman torna a Stoccolma dove studia marketing e gestione aziendale alla IHM Business School e lavora nei fondi d'investimento. Tuttavia, la ferita psicologica per una carriera stroncata prematuramente diventa il motore primario per la sua seconda vita nel tennis. Nel 2008 fa il suo esordio come allenatore guidando il connazionale Thomas Johansson e la nazionale svedese alle Olimpiadi di Pechino.
- Il suo primo capolavoro arriva tra il 2008 e il 2010 con Robin Soderling, guidato all'impresa storica di battere Rafael Nadal al Roland Garros 2009, prima sconfitta dello spagnolo a Parigi. Sotto la gestione di Norman, Soderling conquista due finali Slam (2009 e 2010), il Masters 1000 di Parigi-Bercy e il best ranking di numero 4 del mondo.
- Ancora più profonda è l'impronta lasciata su Stan Wawrinka, in una collaborazione iniziata nell'aprile 2013 e proseguita a più riprese fino al 2026. Norman trasforma il talentuoso svizzero - fino ad allora condizionato dall'ombra dei Big Three - in un pluricampione Slam. Nel triennio 2014-2016 Wawrinka conquista tre Major battendo sempre il numero 1 del mondo in finale (Australian Open 2014, Roland Garros 2015 e US Open 2016), oltre alla Coppa Davis, il Masters 1000 di Monte-Carlo e il numero 3 del ranking Atp. Risultati che valgono a Norman il primo premio assoluto di ATP Coach of the Year nel 2016.
FOTO: @swedennorman - Instagram
pubblicità
La filosofia di Norman
- Calma e sobrietà. Norman si distingue per il suo approccio riflessivo e metodico: da giocatore annotava in un diario le caratteristiche degli avversari. Oggi, quel diario si è trasformato in uno spazio digitale, una sezione del suo sito internet in cui raccoglie riflessioni e appunti personali sugli allenamenti, sulla preparazione atletica e sulla vita in generale. "Non esiste una soluzione valida per tutti: giocatori diversi hanno bisogno di forme di supporto diverse, e ciò che funziona in una determinata fase può dover essere modificato in quella successiva", scrive sul suo blog. Una convinzione che riflette la sua visione dello sviluppo del talento: un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, attraverso le esperienze dentro e fuori dal campo.
- "Come allenatori, dobbiamo aiutare i giocatori a comprendere il legame tra le loro ambizioni e le azioni che compiono ogni giorno". Scopo, sviluppo, impegno nel tempo e ambiente sono, secondo il coach svedese, i quattro elementi fondamentali di questo processo. Un percorso che punta non soltanto alla crescita tecnica e atletica, ma anche alla maturazione personale e all'autonomia dell'atleta. "Con il passare del tempo, i giocatori devono imparare a prendere le proprie decisioni e a gestire le situazioni senza dover cercare continuamente lo sguardo o l'approvazione del proprio allenatore".
- C'è poi l'impatto di Norman come motivatore, che emerge in modo emblematico prima della finale degli US Open 2016 contro Novak Djokovic: a cinque minuti dall'ingresso in campo, Wawrinka viene colto da un attacco di panico nello spogliatoio. "Quando abbiamo iniziato a parlare prima della partita per le ultime cose con Magnus ho iniziato a piangere, tremavo completamente" raccontò allora il tennista elvetico. La chiave? Non mostrare segni di cedimento, come aveva chiesto Norman. "Nel quarto set avevo un po' di dolore, ma la cosa più importante era non dare nell'occhio, come mi aveva detto Magnus prima".
A destra, la homepage del blog di Norman
L'elogio a Sinner: "Incredibile come si muove"
- C'è un aneddoto tra Norman e Sinner che risale al 2024, quando lo svedese allenava ancora Stan Wawrinka. Durante un allenamento tra l'altoatesino e lo svizzero, Norman rimase impressionato dal livello di Jannik: "È incredibile come si muove, come copre il campo – raccontava al podcast di The Tennis Channel –. A un certo punto dell'allenamento io e Stan ci siamo guardati e sorridevamo. Stan stava facendo un grande allenamento e non riusciva a vincere un punto".
pubblicità
La Good to Great Tennis Academy
- La filosofia formativa di Norman trova la sua codificazione istituzionale nel 2011 con la nascita a Danderyd (a nord di Stoccolma) della Good to Great Tennis Academy, la prima accademia svedese d'élite, fondata insieme agli ex compagni di Coppa Davis Nicklas Kulti e Mikael Tillström. Il nome si ispira al celebre saggio aziendale di Jim Collins (Good to Great), il cui principio guida - "il buono è nemico dell'eccellente" - viene applicato dai tre fondatori al circuito professionistico: la vera sfida non è passare dalla mediocrità a un buon livello, ma fare quel salto mentale, atletico e disciplinare che separa i primi 50-100 al mondo dai veri campioni.
- Il metodo si fonda sull'acronimo CARE (Concentration, Attitude, Respect, Energy) e sull'idea che il successo non si limiti alle ore trascorse in campo, ma richieda uno stile di vita e una dedizione totalizzanti. Dal 2017 l'accademia vanta la Catella Arena, un centro all'avanguardia con sette campi indoor, sette outdoor, alloggi, palestra e strutture dedicate, dove si sono allenati campioni di prima grandezza come lo stesso Wawrinka, Gaël Monfils e Grigor Dimitrov.
In foto, Gael Monfils al termine di una sessione di allenamento alla Catella Arena
La "multidisciplinarità" di Norman
- Non solo il tennis, Norman è stato infatti un talento purissimo del bandy.
- Cresciuto nella fredda regione del Värmland, Norman inizia a praticare a dieci anni questa disciplina invernale — tipicamente nordica — simile all'hockey su ghiaccio ma giocata con pallina su una superficie vasta quanto un campo da calcio. Spinto da una vera e propria tradizione di famiglia (il padre Leif e il fratello minore Marcus giocavano ad altissimo livello), il suo talento sui pattini è tale da portarlo nel 1992 fino alle selezioni nazionali giovanili svedesi, prima che a quattordici anni decida di virare sul tennis.
- La passione, tuttavia, non si è mai spenta: dopo il ritiro dal circuito ATP, tra il 2010 e il 2016 lo svedese è tornato a disputare campionati ufficiali di bandy in Division 2 con l'Enebybergs IF, proprio per il piacere di giocare al fianco del fratello Marcus.
FOTO: @swedennorman - Instagram
pubblicità
La sfida dell'Ironman per la ricerca sulle allergie
- Norman soffre di allergia ai pollini, che gli causava non pochi problemi durante la stagione dei tornei sull'erba, e al pelo degli animali. In occasione del suo 40esimo compleanno, lo svedese decise di mettersi alla prova con una sfida straordinaria: partecipare a un Ironman, una delle competizioni più dure e impegnative del triathlon, che combina nuoto, ciclismo e corsa su lunghe distanze. Un traguardo che andava ben oltre la dimensione personale e sportiva, trasformandosi in un'opportunità per sostenere una causa a lui particolarmente cara.
- Da questa iniziativa nacque "Race 4 Kids with Allergies", una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi realizzata in collaborazione con la Fondazione svedese per la ricerca sull'asma e le allergie. L'obiettivo era raccogliere fondi da destinare interamente alla ricerca medica sulle allergie infantili, contribuendo a comprendere meglio come prevenirle e come aiutare i bambini che ne soffrono a condurre una vita il più possibile normale.
- Grazie a questa iniziativa, Norman riuscì a raccogliere quasi 150.000 corone svedesi, trasformando una sfida personale in un gesto concreto di solidarietà a favore dei bambini e delle loro famiglie.
pubblicità