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29 marzo 2011

Scioperi, contratti, salari: se la squadra diventa "operaia"

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E' la stagione delle proteste nel mondo dello sport: dall'America all'Europa, dal calcio al basket, tra scioperi e minacce di astensioni dal lavoro

Dall'America all'Europa, è la stagione delle proteste. Pericolo lockout nella Nba e nella Nfl per il 2012, mentre in Italia i calciatori hanno minacciato lo stop a dicembre. In Uruguay incrociano le braccia i botteghini, a Catanzaro le gambe i giocatori

di ALFREDO ALBERICO

Privilegiati, spesso ricchi, in alcuni casi ricchissimi, ma comunque lavoratori con i loro obblighi e soprattutto i loro diritti. Sono i protagonisti dello sport mondiale, che nel corso di questa stagione hanno più volte alzato la voce tra minacce di scioperi, revoche e proteste già annunciate per il prossimo anno.

Il pallone italiano ha rischiato di non rotolare nel weekend dell'11 e 12 dicembre scorsi, per il conflitto tra l'Aic, l'Assocalciatori, e la Lega Calcio. Contratto collettivo e possibilità dei club di mettere fuori rosa i propri giocatori in qualunque momento tra i motivi del disaccordo. Lungo tira e molla, intesa raggiunta e dietrofront dei calciatori poco prima dello stop. Un passo indietro che in quello stesso fine settimana non c'è stato nella Seconda Divisione della LegaPro, l'ex Serie C2, dove i giocatori del Catanzaro hanno incorociato le gambe prima della partita contro il Pomezia per il mancato pagamento degli stipendi. E' quello che sta accandendo anche in Argentina: al River Plate non si vede il becco di un quattrino da un anno.

L'argomento sciopero è di stretta attualità nella Liga spagnola per la questione diritti tv, mentre in Francia la rivoluzione l'hanno tentata gli arbitri, che pretendono maggiore rispetto e aumento del salario. Magari sarebbe bastata solo una busta paga più sostanziosa per evitare l'astensione d'inizo marzo nelle serie A e B d'oltralpe, con i fischietti dilettanti a sostituire i "titolari".   

In principio, però, fu lockout, parola tornata di moda negli Stati Uniti la scorsa estate. Nba, campionato di basket, qui lega e associazione dei giocatori sono in aperto contrasto per il rinnovo del contratto collettivo che scade il prossimo 30 giugno. I proprietari della squadre, le cosiddette franchigie, lamentano perdite economiche negli ultimi anni pari a  370 milioni di dollari. Tutta colpa della crisi, dicono.

I capoccia della palla a spicchi vogliono rivedere il tetto degli ingaggi, il salary cap, e intervenire, tagliandoli, sugli stipendi dei campioni. E così succede che un giovanotto di 34 anni come Kevin Garnett, stella dei Boston Celtics, mediti il ritiro dall'attività agonistica con un po' di anticipo per togliersi dall'imbarazzo di un eventuale sciopero.

Anche la National Football League è alle prese con una trattativa assai complessa. E di qui la concreta possibilità di incrociare braccia e gambe, il lockout appunto, prima dell'inizio dei tornei 2012. Dall'altra parte dell'oceano fanno sul serio: nel 2004, con l'hockey su ghiaccio, l'unico precedente di un'intera stagione saltata. Proteste anche nel baseball, nel 1904 e nel 1994, quando la serrata fu addirittura paragonta a Pearl Harbour. E ancor prima sciopero fu nelle già citate Nba (50 partite invece di 82 nel 1998) ed Nfl (1982 e 1987).

Intanto la crisi economica, quella che tormenta i tycoon del basket, negli ultimi anni ha colpito il 10% della forza lavoro negli States lasciandola senza occupazione e senza casa, questione che riguarda attualmente 3 milioni di famiglie. Fino alle ultime e accese contestazioni di chi rivendica i diritti per la contrattazione collettiva nello stato del Wisconsin. Ma tutto questo sembra passare in secondo piano rispetto al pericolo lockout nello sport. E forse anche rispetto alle proteste dei botteghini che in Uruguay hanno mandato il titl il calcio. Perché alla fine è sempre la partita quella che conta. Per il resto, poi si vedrà.

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