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21 marzo 2013

Mennea, quel fulmine bianco in un cielo di stelle nere

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Campionissimi: Mennea e il suo erede nero, il recordman Usain Bolt

L'IMPRESA . Diciannove secondi e 72 centesimi: nel tempo che ci si mette a pronunciarlo, lui aveva già corso 50 metri. In un giorno dell’estate 1996 Michael Johnson cancellò quel record, ma non la leggenda. Quella proseguirà oltre questa fine troppo veloce

Diciannove secondi e settantadue centesimi. Neppure lo spazio di pronunciarlo, il tempo, che quella volta a Città del Messico Pietro Paolo Mennea aveva già percorso cinquanta metri. Un fulmine, bianco in un cielo di stelle nere. 12 settembre 1979, la notizia allora arrivò via dispaccio Ansa: niente diretta, niente interviste raccolte al traguardo, ma la testimonianza dei pochi inviati mandati a seguire le Universiadi, l’olimpiade degli studenti, di fatto una prova generale in vista dei Giochi di Mosca dell’anno successivo.

Jimmy Carter, il presidente degli Stati Uniti neppure pensava all’idea del boicottaggio per protestare contro l’invasione russa dell’Afghanistan, quella sarebbe avvenuta dopo, alla vigilia di Natale. Gli americani avrebbero voluto che anche noi disertassimo l’olimpiade, sfilammo con la bandiera dei cinque cerchi, in pista Mennea legittimò la scelta, vincendo l’oro davanti a Wells e Don Quarry. E’ vero, non c’erano i supervelocisti neri, ma lui, Pietro Paolo da Barletta, gli americani li aveva già messi in fila tutti con quel record fantastico che avrebbe resistito 17 anni. Praticamente una vita trascorsa inseguito da chi provava a strappargli il primato. Fino a quel giorno dell’estate 1996. Quando Michael Johnson cancellò il record, ma non la leggenda. Quella è proseguita e proseguirà oltre questa fine anch’essa troppo veloce.