Esplora Sky TG24, Sky Sport, Sky Video
05 giugno 2013

Maraheel e la Palestina che divenne uno Stato. Nello sport

print-icon
pal

In questo fermo immagine Maraheel, Salama e la delegazione palestinese al completo ad Atlanta 1996

Il primo palestinese a gareggiare in un'Olimpiade, ad Atlanta 1996, compie oggi 50 anni. In quei Giochi, grazie al suo applauditissimo ultimo posto nelle batterie, lo sport anticipò di ben 16 anni l'Onu...

di Lorenzo Longhi

34 minuti, 40 secondi, 50 centesimi e una lunga standing ovation. Non male, per avere corso i 10.000 metri quasi sette minuti più lentamente rispetto a chi, quella sera, tagliò per primo il traguardo. E chi gli arrivò appena davanti, al penultimo posto, lo staccò di un minuto e 14 secondi. Eppure, per paradosso, non ci fu passerella migliore di quel colossale ritardo: per 74 secondi infatti gli occhi degli spettatori furono tutti per il ragazzo con la canotta bianca. Dietro di lui, dietro Majed Abu Maraheel, non c’era più nessuno. Ma c’era una storia. Anzi, c’era la storia, su quella pista in cui - come talvolta accade - lo sport si mischia con la politica e ne anticipa le sorti.

Majed Abu Maraheel oggi compie 50 anni: il 26 luglio 1996 al Centennal Olympic Stadium di Atlanta fu il primo atleta palestinese a gareggiare alle Olimpiadi. Accadde appunto nella prima batteria dei 10.000 metri. Alla sua batteria, vinta dall’etiope Worku Bikila, partecipò anche Stefano Baldini, che tuttavia era già sotto la doccia quando Maraheel aveva ancora un giro di pista da effettuare. Majed correva con il suo ritmo da mezzofondista amatoriale: ultimo e staccato, lontano da tutti, eppure al centro del mondo. Rappresentava lo Stato che non c’era. La sua canotta bianca, semplicemente, era la Palestina.

33 anni, cinque figli e una lunga cicatrice sul braccio destro, i segni particolari.  La sua storia era tutta in quella cicatrice, datata 1987. Nei giorni della prima intifada, si trovò nel bel mezzo del fuoco incrociato. Per caso, in un luogo in cui il caso non esiste: "Una pallottola entrò qui ed uscì qui", raccontò ai giornalisti che lo intervistarono, indicando prima l’avambraccio poi il gomito. Un dolore lancinante,  l’osso che si frattura in più punti, le grida e la paura. Ma fu fortunato. Nato nel 1963 nel campo rifugiati di Nusseirat, dove i genitori avevano riparato dopo essere stati costretti ad andarsene da Beersheva, a sud di Israele, perdendo la terra e il bestiame che dava loro da vivere, Majed per anni aveva lavorato come fiorista in alcune serre israeliane: ogni giorno, da Gaza, percorreva a piedi le 12 miglia che lo separavano dal primo checkpoint, e quella corsa senza cronometro finì per farlo diventare un atleta provetto. Ma fu proprio andando al lavoro che venne ferito. Lui, patriottico sì, ma lontano anni luce dalla politica. Il che è curioso, se si pensa che, pochi anni più tardi, venne arruolato all’interno di Forza 17, il servizio di sicurezza personale di Yasser Arafat, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Era quello il mestiere che svolgeva ancora nel 1996, ma è anche vero che, a quel punto, Forza 17 non era più il famigerato commando speciale creato da Fatah nei primi anni Settanta. Perché Maraheel, di integralista, non ha mai avuto nulla. "La mia medaglia è mostrare a tutti che la Palestina esiste e che può coesistere con Israele", disse.

Ad Atlanta 1996, nello sfarzo della cerimonia di apertura, Abu entrò con in mano la bandiera che gli aveva consegnato personalmente proprio Arafat. Accanto a lui c’era Ihab Salama, l’unico altro pioniere palestinese a quei Giochi. Gareggiò nei 1.500 metri, Salama, qualche giorno dopo la serata di Maraheel. Anch’egli non superò le batterie di qualificazione, arrivando ultimo sul traguardo. Scontato: Majed e Ihab alle Olimpiadi erano presenti come wild card, ovvero invitati dal Cio come simboli, in rappresentanza appunto della Palestina. 16 anni dopo a Londra 2012, accanto alla bandiera palestinese che sventolava sulla pista dell’Olympic Stadium la notte della cerimonia di apertura, rieccolo, Maraheel: 49 anni, capelli ingrigiti e sorriso radioso. Era l’allenatore della nazionale di atletica. Poche settimane più tardi, il 29 novembre 2012, l'Onu riconobbe la Palestina come "Stato osservatore". Lo sport era arrivato prima.