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09 novembre 2014

Il Muro dell'omertà: il malefico bunker del doping di Stato

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Un legame stretto e subdolo quello tra il Muro e lo sport. Ancora oggi resistono, infatti, record mondiali imbattuti di atlete dell'Est. Erano donne con corpi da carrarmato e vocioni da baritoni. Colpa di una scienza malvagia descritta negli archivi Stasi

di Lia Capizzi

In quella notte del 9 novembre 1989 con i mattoni del Muro crollarono anche i segreti di una nazione che aveva eletto lo sport a mezzo per essere accettata agli occhi del Mondo. E grande la Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, lo era davvero diventata.

Un piccolo Paese, con soli 17milioni di abitanti capace di vincere 160 medaglie d'oro olimpiche fra il 1972 e il 1988. Un dominio quasi assoluto a livello femminile, soprattutto nel nuoto e nell'atletica con nomi importanti:  Kornelia Ender, la prima donna a vincere 4 medaglie d'oro, con 4 record del mondo, in una singola edizione all’Olimpiade di Montreal 1976. O Kristin Otto, sei ori nella piscina di Seul 1988 per la nuotatrice nata e cresciuta a Lipsia dove l'Istituto dello Sport altro non era che un laboratorio degli orrori, un bunker sotterraneo perché tutto doveva essere segreto.

Ancora oggi ci sono record mondiali di atlete dell'Est tuttora imbattuti. Come i 400 metri di Marita Koch nel 1985: 47”60 per correre un giro di pista, che per le altre sembra ancora fantascienza. Invece c'entrava la scienza. Quella malvagia e dannosa descritta negli archivi della Stasi, la polizia segreta della Germania dell'Est. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino quelli che erano da sempre dei sospetti (donne con corpi da carrarmato e vocioni da baritoni) si trasformarono in certezze con la definizione di "doping di stato". E la beffa è che il doping era parola proibita, veniva chiamato "mezzo di supporto".

Un supporto di altissima specializzazione: sessantamila bambini dirottati nelle scuole di addestramento e dopo 2 anni selezionati per il "Piano di Stato 14.25". Sin dalla colazione venivano imbottiti di pastiglie, tante, quasi tutte bianche tranne quella blu: l'Oral Turinabol, steroide anabolizzante prodotto da una società farmaceutica di proprietà dello Stato.

Nel 1986 la pesista Heidi Krieger per vincere l'oro agli Europei ne assunse 2590 milligrammi, più del doppio di quelli assunti da Ben Johnson pescato positivo a Seul 1988. La stessa Heidi ora si chiama Andreas dopo l'intervento di cambio di sesso nel 1997 quando era diventata uno scherzo della natura, senza identità e con un tentativo di suicidio alle spalle: "L'unico modo per continuare a vivere – disse - è trasformarmi in un uomo".

Heidi, o Andreas, è solo uno dei 10mila atleti dopati a loro insaputa, rimpinzati di ogni porcheria possibile, topi da laboratorio con effetti collaterali e danni permanenti: definiti "malati psichici dello sport" nel processo del 2000, con alla sbarra Manfred Ewald, ex padre padrone di quella programmazione tanto meticolosa quando schifosa che ci piacerebbe declinare al passato. Ma non abbiamo i paraocchi. Dove sono alcuni allenatori, medici e preparatori di quella Germania dell'Est? Sono in giro per il mondo, liberi di poter spargere l'orribile arma segreta di massa che ammazza lo sport.