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26 dicembre 2016

Un anno, un ricordo: il 2016 di Massimo Marianella

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Mar

Ogni giorno, durante le feste, un personale ricordo del 2016 da parte dei volti di Sky Sport. L'evento vissuto, raccontato oppure sentito più vicino

Negli ultimi 20 anni gli Stati Uniti, per piacere e per lavoro, sono stati per me una sorta di seconda casa. Dalla Florida alla California. Da appassionato delle quattro leghe professionistiche americane (NHL, MLB, NBA e NFL) poi sono andato a vedere centinaia di partite, ma mai un match di calcio. Il soccer non mi ha mai attirato, ma la Coppa America lì per l’edizione del Centenario è stato un richiamo troppo forte. Con la scelta poi del Brasile di privilegiare le Olimpiadi di casa, sembrava anche tutto predisposto per poter raccontare finalmente il ritorno al successo dell’Argentina. Il primo trofeo dal 1993, il primo (Olimpiadi e Mondiali giovanili a parte) firmato da Messi per la nazionale statisticamente numero 1 del ranking mondiale.

Per tutto il torneo ho trovato colori, entusiasmo, giornalisti sudamericani rumorosi, stadi e strutture all’altezza e organizzazione….quasi. Peccato solo, ma era prevedibile che, senza un grande interesse dei locali, stadi così grandi fossero non esattamente tutti esauriti. Scenario differente in questo senso a Houston dove per la semifinale, avendo di fronte i favoriti dell’Albiceleste e i padroni di casa, trovare un biglietto per i tifosi fu impresa difficilissima quasi come per me vedere i giocatori dalla mia postazione. Da fans dell’NFL ero molto contento di aggiungere alla mia “collezione di stadi” anche quello che il prossimo febbraio ospiterà per la seconda volta un Superbowl, ma il mio entusiasmo si sarebbe spento presto. Quando sono arrivato il giorno prima per le conferenze stampa e i collegamenti con Sky Sport 24 ho voluto come sempre dare un’occhiata alla postazione. Ho chiesto come arrivarci e mi hanno spiegato che bisognava prendere l’ascensore e spingere 8. Ehhhhhhhhhhhh??????? L’ottavo piano???? Quella indicazione non prometteva nulla di buono e appena mi sono seduto al mio posto ne ho avuto la conferma. 

 

Lontanissimo! Un disastro! Praticamente impossibile vedere in maniera nitida i numeri di maglia da lassù. Il giorno dopo però, aiutandomi pure un po’ col monitor, è andato tutto bene e, anche grazie alle magie di Messi, mi sono gustato una bella partita senza fare danni. Tutto perfetto: Argentina in Finale e dall'altra semi è venuto anche fuori il Cile per la rivincita esatta della precedente edizione. Lo scenario ideale per la rivincita in tutti i sensi. A New York per la Finale anche il piacere di avere al mio fianco il “Cuchu” Cambiasso. Come sospettavo talento vero anche per fare le telecronache. 

Quella che però doveva essere la storia già scritta, la rivincita di Messi sugli scettici, su chi lo vede distante da Maradona per il rendimento in nazionale, la fiaba a lieto fine per chi aveva finito in lacrime (tifosi e giocatori) dopo le ultime 2 finali giocate, al Mondiale brasiliano e in Coppa America in Cile, si è invece trasformata in un incubo con pianti ancor più disperati. Il rigore tirato alle stelle da Messi si era portato con se il sogno di un paio di generazioni di argentini di tornare a sollevare un trofeo. Proprio Messi. I supereroi non dovrebbero avere paura mentre lui in quel rigore aveva dimostrato diversi sentimenti. La paura del confronto e quella di deludere tanta gente. La voglia di regalare una gioia alla sua gente e, uno che non dovrebbe provare nulla a nessuno calcisticamente, quella di dimostrare invece ancora qualcosa. Terrore e amore. Passione. Umiltà. Sentimenti insomma. Volati via, alti dietro ad un maledetto rigore.

Quando commento una partita, che la gente ci creda o meno, faccio sempre il tifo per me e mai per una delle due squadre. Perché la telecronaca, il prodotto televisivo, il mio lavoro vengano bene. In quel momento però, per una volta, ci sono rimasto male. Male per Messi che non meritava una delusione così. Poi, scesi negli spogliatoi, giornalisti di tutto il mondo siamo stati assaliti dall’eco di notizie incontrollate che rimbalzavano dalla sala stampa alla mix zone e volavano ritiri di massa dall’Argentina. Messi (che peraltro qualcosa del genere aveva farfugliato ad una radio uscendo) Di Maria, Higuain, Aguero, Lavezzi e Mascherano sembrava che avessero comunicato di voler abbandonare la Selecion! Non c’ho mai creduto davvero. Non poteva finire così. Ci doveva essere un lato positivo. Quel mondo argentino mi aveva coinvolto e volevo approfondire tante storie che avevo raccontato, vedere scenari che avevo immaginato, toccare con mano club e stadi che mi avevano sempre affascinato, così ho deciso di fare proprio in Argentina il nostro aggiornamento professionale (quanti benefit 'sti giornalisti…) per visitare Buenos Aires vedendo dal vivo qualche match del campionato. Così ho assistito al derby di Avellaneda al Cilindro, visto una partita alla Bombonera e una in casa dell'Huracan, fatto due passi nel Monumental e nel Centenario di Montevideo (poco più di 2 ore di aliscafo da Baires), testimoniato quanto sia pericoloso il quartiere del San Lorenzo e mangiato la provoleta e l’entrana sul posto.

Eccolo il lato positivo personale di quelle lacrime argentine. Mi sono fatto affascinare da un mondo che mi ha coinvolto e che è stato bello toccare con mano.

Ah, cosa di gran lunga più importante, Messi, Higuain, Mascherano, Lavezzi, Aguero e Di Maria sono sempre lì. Tutti con la maglia dell'Albiceleste per sperare di sollevare la Coppa del Mondo in Russia nel 2018 perché un trofeo manca ormai dal 1993 e questa generazione non vuole finire a mani vuote.