Mondiali 2018 Russia, dalla guerra a capitano della Serbia: Kolarov nel mito di Mihajlovic

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Le prime bombe, il rumore delle esplosioni e un sogno che non si è mai spento: "Quando vidi Mihajlovic nella Stella Rossa rimasi folgorato. Diventò il mio idolo". Ora della sua Serbia Kolarov ne è il capitano: "Conosciamo le sofferenze del nostro paese - ha raccontato al The Players' Tribune - noi serbi sappiamo sempre dimostrare chi siamo"

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Scappato dalle bombe, per essere come Miha. La Serbia nel cuore, una guerra e l’orgoglio di mamma e papà. Kolarov gol, subito. Contro la Costa Rica e su una punizione perfetta di cui uno come Sinisa ne andrebbe fiero. Poi la frenata Svizzera e la mission impossible chiamata Brasile per raggiungere gli ottavi: “Ricordo ancora il dolore di essere usciti nei gruppi otto anni fa, e non voglio provare le stesse sensazioni”. Parola sua, Aleksandar Kolarov, che al The Players’ Tribune racconta la sua vita, da bambino. Classe 1985, con una guerra scoppiata nel 1991 in Jugoslavia quando lui di anni ne aveva appena sei. Lì l’ha conosciuta, terribile: “Ci volle il rumore della prima bomba per farmi capire in quale inferno eravamo capitati - racconta lui -. Ero seduto davanti alla tv insieme a mio fratello e mia madre, che stava guardando una soap spagnola, la sua preferita, non si perdeva nemmeno una puntata”. Poi lo stop alle trasmissioni, e l'annuncio che Belgrado era stata bombardata. “Pensare che quando scoppiò il conflitto ero felice, perché non capivo cosa stesse accadendo. Per me voleva semplicemente dire che non sarei andato a scuola e che potevo passare tutto il tempo a giocare a calcio con i miei amici”. Il primo pensiero di un bimbo. Troppo piccolo per capire ma cresciuto sicuramente presto, come quando insieme proprio ai suoi amici vide tutte quelle esplosioni: “Stiamo giocando. Poi sentiamo i boati, abbandoniamo le bici e iniziamo a correre verso casa con il cuore che accelera fino quasi a esplodere. E mentre noi scappiamo, vediamo in cielo un aereo in fiamme precipitare”.

Sognando Mihajlovic

Intrappolato in casa, senza più nemmeno giocare in cortile col pallone, “dove il nostro cancello di legno era la nostra rete”. Papà commesso, mamma impiegata in una piccola azienda locale: “Io e mio fratello eravamo spesso da soli, e avevamo la casa tutta per noi”. Quella poi diventata una prigione subito dopo lo scoppio del conflitto: “Ricordo che non uscimmo più per tanti giorni, cercando vanamente di prendere sonno nel rumore delle esplosioni. Non riuscii più nemmeno ad andare per strada a giocare con gli amici. Giocavo solo con mio fratello in casa mentre le bombe esplodevano facendo tremare tutti i muri”. Poi nella piccola Vojvodina col passare del tempo “i negozi hanno riaperto e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite quotidiane. Voglio dire, cos'altro avremmo potuto fare?” Sognare, forse. Ad occhi aperti e con le orecchie ormai abituate a tutta quella confusione. L’idolo era Sinisa, uno capace di emozionare Kolarov dal primo momento: “Il ricordo della Coppa Campioni vinta con la Stella Rossa nel 1991 mi folgorò, da quel giorno lui divenne la mia leggenda”. Punizioni da sogno, da terzini, e tutte col mancino. Telecomandato. Prima le giovanili nella Stella Rossa, dove non esordisce facendosi però le ossa nel Cukaricki e nell’OFK Belgrado. Prima del salto nella Lazio, la squadra che Sinisa aveva lasciato per l’Inter solo qualche anno prima: “Quando arrivai a Roma capii di avercela fatta per davvero, anche se sentivo di avere ancora due missioni da compiere: giocare con la maglia della mia nazionale, la Serbia, e realizzare la promessa fatta a mia madre ai tempi della guerra: andare a giocare in Premier League”.

Noi come soldati

Un sogno realizzato, sì, col City peraltro campione dopo 44 anni di astinenza del 2012, più il bis del 2014. Dunque il Mondiale, perché il sogno ora è fare grande anche la Serbia: “Sento le responsabilità per la bandiera, per la maglia, per le persone a casa. Mi sento un soldato, perché so quanto siamo orgogliosi. So da dove viene tutto quell'orgoglio. I serbi hanno passato dei brutti momenti più di quanto possano soltanto immaginare le persone degli altri paesi, per questo facciamo sempre del nostro meglio per dimostrare chi siamo: combattenti”. In Russia? Mamma e papà non ci saranno: “Mia madre ha assistito a quattro partite nella mia vita e io ho perso ogni singolo match, quindi è stata bandita - scherza il terzino della Roma -. Mio padre invece diventa nervoso e fumerebbe troppo, quindi meglio che stia a casa”. In campo però lui ci sarà. Sempre. Da capitano di una nazionale dal grande carattere: “Molti giocatori della nostra squadra ricordano la guerra, ricordano le bombe, ricordano le sirene, sappiamo cosa ha sofferto il nostro paese per arrivare fin qui. Da quel conflitto è arrivato un grande sollievo, una grande opportunità e una grande generazione di calciatori. Ne facevamo parte tutti, lo ricordiamo tutti. E ora dobbiamo cogliere la nostra occasione”.

Firmato Aleksandar Kolarov.

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