Manchester City, Tommy Doyle e un esordio nel segno dei due nonni

Premier League

Valentina Mariani

Contro il Southampton in coppa di Lega il giovane centrocampista inglese ha giocato i suoi primi minuti con la maglia del City. Un destino che Doyle aveva evidentemente scritto nel Dna, come dimostra un'incredibile coincidenza 

Si dice che il destino di una persona sia scritto nelle stelle. Quello di Tommy Doyle, ultimo della batteria di esordienti lanciata da Guardiola al City, invece, è una semplice eredità genetica. Merito di due persone molto speciali per Tommy, Mike Doyle e Glyn Pardoe. Apparentemente due sconosciuti, in realtà l’origine di questa incredibile storia. Eh sì perché, sebbene inflazionato, è proprio questo l’aggettivo più adatto per raccontare l’inizio dell’avventura calcistica del giovanissimo centrocampista inglese. Come la coincidenza, a questo punto non più solamente tale, legata ai due signori sopra nominati, rispettivamente nonno paterno e nonno materno di Tommy. Entrambi, infatti, hanno giocato e vinto col City degli anni '60: il primo per 13 anni (1965-1978), il secondo addirittura per un anno in più (1962-1976). Insieme i nonni di Tommy Doyle hanno vinto 7 trofei, tra cui il secondo campionato inglese nella storia del Manchester City (1967/68) e una Coppa delle Coppe. Incredibile, per l’appunto. Soprattutto se si considera che negli ultimi otto anni il City ha conquistato 4 dei suoi 6 titoli nazionali e dunque nei precedenti 132 anni di storia solo due volte il Manchester City era riuscito a vincere la First Division.

La storia di Tommy Doyle

Tommy Doyle è nato a Manchester 18 anni fa e sin da quando ha imparato a camminare ha sempre avuto un solo obiettivo nella sua vita: giocare a calcio. Ha iniziato molto presto, già all’età di 4 anni, quando ha cominciato a dare i primi calci nel Sandbach United. Poi il passaggio all’Accademy del Manchester City, i tre premi di miglior giocatore del suo campionato nelle categorie giovanili, e, infine, la firma sul primo contratto da professionista apposta solo qualche mese fa. Fino al momento tanto sognato - ed evidentemente già scritto nel suo destino - dell’esordio in prima squadra. Come tutti i ragazzi che cominciano a giocare tra i grandi, l’emozione prima della partita era grande, ma non tanto quanto quella della sua famiglia: “Quando ho scoperto di giocare titolare ho chiamato a casa, mia madre non smetteva più di piangere”, ha raccontato dopo la partita. Ma il pensiero, ovviamente, non poteva che ricondurre il ragazzo lì dove tutto, anche se ancora non poteva saperlo, ha avuto inizio. “Sono sceso in campo e ho dato tutto quello che avevo. Spero che mio nonno Mike mi abbia visto da lassù e ora possa essere orgoglioso di me. Voglio proseguire la strada dei miei nonni e di continuare la dinastia dei Doyle nel calcio”. Il primo, piccolo ma decisivo passo è stato fatto.

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