Calcio, addio a Sarti: portiere triste che stregava gli attaccanti

Serie A

Paolo Pagani

Giuliano Sarti (Ansa)

Giuliano Sarti stava fisso tra i pali ad aspettare gli avversari. Per questo il Mago Herrera lo battezzò El Hombre de la Revolucion. Freddo, serissimo, quasi sempre senza i guantoni. Così il n° 1 dell'Inter diventò leggenda senza concedere nulla ad acrobazie ed esibizionismi

Certo, il trittico Sarti-Burgnich-Facchetti tutti quelli di una certa età lo ricordano come un mantra. Come, una manciata d’anni dopo, si piantò in mente l’altrettanto indimenticabile Zoff-Gentile-Cabrini. Ma poi, oltre la difesa, la sfilza dei campioni dell’Inter continuava così: Bedin, Guarneri, Picchi, Domenghini, Mazzola, Cappellini, Suarez, Bedin. Oggi che il portiere della Grande Squadra di Herrera si è arrampicato sulle nuvole, torna a luccicare nella memoria tutta quella formazione delle meraviglie. E dalle foto del tempo riemerge, austero, quello sguardo freddo da emiliano anomalo, classe ‘33. Nessuna concessione all’esibizionismo acrobatico, la fossetta profonda sul mento che lo faceva un po’ divo del cinema muto, Sarti vestiva la maglia nera col collo a camicia azzurro perché il vintage stava nelle cose di ogni giorno e non ancora nel marketing delle griffe. Figlio di un’epoca che non c’è più, sigillata nel bianco e nero di immagini tv seppiate: Giuliano Sarti, che parava molto spesso e volentieri senza i guanti, appartiene al tifo di una generazione che giocava in spiaggia con le biglie dei ciclisti. Balmamion, Merckx, Zilioli. Siamo a metà dei Sessanta, pieno boom economico nostrano. Il calcio d’estate non esisteva, Mondiali a parte, e i campioni del pedale riempivano sulla sabbia l’intermezzo tra una fine e un inizio di campionato.

Due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali e due scudetti all’Inter (’65 e ’66), poi nel ’67 la stupefacente, scandalosa papera commessa a Mantova che consegnerà lo scudetto alla Juventus di un altro Herrera (Heriberto). Ma fa niente. Prototipo, come si diceva a quei tempi, del portiere moderno Sarti era già stato in precedenza l’eroe del primo scudetto della Fiorentina. E il Mago, stesso soprannome di Thomas Mann ma qua si tratta di Helenio Herrera, l’aveva ribattezzato El Hombe della Revolucion per quel suo stare fisso e gelido tra i pali ad aspettare gli attaccanti invece di carambolare in uscite spericolate o suicide.

Sarti aveva l’espressione triste dell’italiano serio. Nelle figurine della Panini (fate la prova e cercatele su eBay) è quasi impossibile scovarlo in posa sorridente. Giocava un calcio che ispira nostalgia per una stagione nazionale piena di speranze: economiche, politiche, sociali. E che se ne vada nel giorno in cui, probabilmente, nasce la nuova Inter di Spalletti in viaggio per la Cina è una combinazione molto romantica. Sarti era simbolo autarchico di un'Italia molto diversa. Chiusa, forse, in un provincialismo timido. Ma se, nel bene, siam diventati quel che siamo è anche perché i Sarti dell’epoca hanno tessuto la nostra stoffa. Dai: è tempo di sorridere, da lassù, Giuliano.
 

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