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10 agosto 2017

Allegri fa 50 e si racconta: "Dopo Cardiff pensavo alle dimissioni"

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La traduzione integrale dello splendido racconto di Massimiliano Allegri su "The Players' Tribune" per i suoi 50 anni; dal 14enne ribelle di Livorno alla conferma sulla panchina della Juventus dopo la finale di Champions: "Dopo il ko con il Real ero in pace con me stesso"

Massimiliano Allegri, a poche ore dal suo 50esimo compleanno, racconta le emozioni degli ultimi mesi in una bellissima intervista rilasciata su “The Players' Tribune”. Qui riportiamo la traduzione integrale.

L’analisi della finale di Champions League contro il Real

Quando ho visto la traiettoria del pallone dopo la rovesciata di Mario Mandzukic sorvolare la testa del portiere del Real Madrid ho pensato: “Wow… forse”. La sfera è poi finita in rete e mi sono detto: “Ok, potrebbe essere la nostra opportunità”. Era il risultato di una splendida azione costruita dai miei ragazzi, conclusa in maniera pregevole da Mandzukic. Nella mia testa era un gol mai più replicabile. Era la manifestazione di ciò che porta con sé il fatto di essere un club che sta giocando una finale di Champions League.: non devi soltanto essere eccellente, devi riuscire a essere speciale.

Noi abbiamo tanti giocatori speciali, ma sfortunatamente anche il Real Madrid dispone di molti di essi. Durante il secondo tempo, sapevo che non avevamo tutti gli strumenti e le componenti necessarie. Avevamo due giocatori che con difficoltà riuscivano a stare in piedi sulle loro gambe e gli spagnoli hanno disputato una partita molto intelligente. Erano rilassati, a loro agio.

Per raggiungere la finale, c’è bisogno di talento e fortuna. Per vincere invece, è necessario essere la squadra migliore in campo. E so che quello che sto per dire potrebbe suonare molto strano, ma quella sera sono uscito dal campo in pace con me stesso. Perché sapevo che la Juventus non era la squadra migliore. Era semplicemente questo.

L'infanzia e il sogno di fare il preside... da studente

Siamo andati via da Cardiff tutti insieme e siamo tornati in Italia. La notte successiva, quando ero a casa, sono stato costretto a porre a me stesso una domanda molto complessa: “È questa la fine del mio percorso con la Juventus? È questo il punto più lontano, l’obiettivo più in alto che posso raggiungere con questa squadra?”. Mi chiedevo se fosse il momento di scrivere il mio ultimo capitolo come allenatore della Juventus. Una parte di me pensava di andare in società il lunedì successivo e in maniera rispettosa rassegnare le dimissioni.

Poi però ho pensato al motivo per il quale sono diventato un allenatore. Sono dovuto tornare indietro con la memoria a quando ero un ragazzo di 14 anni. Quando ero soltanto giovane esile, ricordo che la vita era molto più semplice. Ero felice, e abbastanza tranquillo. Uno dei ricordi più belli era quando mio nonno mi portava a vedere le corse dei cavalli a Livorno. Sono poche le cose che mi sono rimaste in mente di quel periodo: gare di cavalli, calcio, forse le cene che preparava mia madre. Non amavo molto la scuola, ma fino a quel momento non sembrava avere molta importanza nella mia vita.

Da lì in poi però le cose diventarono molto più serie: ”Massi, non puoi saltare la scuola! Devi fare gli esami! Adesso ti siedi e impari tutto quello che c’è da sapere su Napoleone!”. Lo odiavo. Mi ricordo quando un giorno ero seduto in classe e l’insegnante andò su tutte le furie nei miei confronti non ricordo bene per cosa ed ebbi una sorta di illuminazione. Dissi a me stesso: tu non sei fatto per diventare un buono studente, ma potresti essere un buon preside. Forse ogni allenatore sogna di essere un preside, non lo so.

Da ragazzino indisciplinato ad allenatore

Già da quando era un ragazzino che aveva tutto da imparare in campo, volevo essere l’insegnante. In realtà all’epoca ero.. beh, indisciplinato, diciamo così (alcuni allenatori in realtà userebbero altre parole). Quando giocavo litigavo con tutti gli allenatori ma non perché non mi facevano giocare ma perche’ già avevo l’indole di fare l’allenatore e volevo gestire la squadra a modo mio. Quando ho smesso di giocare non c’erano molti che credevano che avrei potuto fare l’allenatore. Quando mi hanno offerto il contratto di allenatore alla Pistoiese una ventina di anni fa io ho rifiutato perché non volevo sedere in una classe. Per prendere il primo patentino bisognava andare a lezione per cinque ore ogni giorno. Mi tornava in mente la scuola e per me era un incubo. Allora sono andato al Settore Tecnico a Coverciano dove lavorando con i giocatori disoccupati ho potuto prendere il patentino in quindici giorni; le classi duravano solo due ore al giorno e il resto del tempo era dedicato all’allenamento.

Forse sono testardo, ma credo ce n’è bisogno in questo momento, soprattutto considerando quanto è cambiato il gioco del calcio. I media parlano sempre delle formazioni, di matematica. 3-5-2. 5-4-1. 4-2-3-1. “Mister Allegri, cosa ha deciso? Dobbiamo saperlo.” Sul campo le cose sono molto più complicate. Un 3-5-3 funziona quando hai la palla e quando non controlli più la palla potresti aver bisogno di un 5-4-1. Oppure di chissà cos’altro. Quello che conta è la forma, la disciplina e l’istinto. L’istinto e’ la cosa più importante io credo. Quando non seguo il mio istinto, quando ho dubbi, allora faccio errori.

L'esonero dal Milan: il momento più importante della mia carriera da allenatore

Da manager, si impara molto di più dai fallimenti. Quando penso alla mia carriera il momento più importante della mia vita non ha avuto a che fare con lo scudetto o la Champions League. È stata la mattina in cui sono entrato negli uffici del Milan e sono stato esonerato. Era una cosa che mi aspettavo. Mi hanno comunicato in persona, con tatto che non ero più l’allenatore, ma questo non toglie che è stata una grande delusione. Essere esonerati fa parte della vita di un manager ma quando succede è inevitabile sentire nel fondo del cuore che si ha fallito. Quando ho lasciato il Milan l’ho visto come un fallimento del mio lavoro.

A volte sono percepito come freddo ma la forza di un allenatore è anche essere distaccato dal proprio lavoro. Ho una grande passione per il mio lavoro e mi diverto a farlo – altrimenti non potrei andare in ufficio ogni mattina – ma non mi piace vivere 24 ore al giorno pensando al calcio. Il momento più importante del giorno arriva alle 9 del mattino. Beh, a dire il vero alle 7 del mattino quando mi bevo il primo caffè. E alle nove quando porto mio figlio Giorgio all’asilo. Io non sono un manager costruito. Ci sono allenatori che vivono il calcio in un altro modo. Io non posso fare quello che non so. Posso solo essere chi sono.

La finale di Champions? Come la prima alla Scala

Quando sono arrivato alla Juventus tre anni fa, ho cambiato poco all’inizio. La squadra funzionava bene sotto Conte. Poi con l’arrivo di nuovi giocatori ho cominciato a cambiare il sistema di gioco e a costruire la squadra che volevo – trovando giocatori che lavorano in sintonia, rafforzando il gioco d’attacco, cercando di essere tatticamente flessibili. E alla fine della stagione siamo arrivati alla finale della Champions League insieme. Arrivare in finale di Champions è come andare alla prima alla Scala. Il lavoro che ci vuole per arrivarci. Il numero enorme di persone che la vedono. L’atmosfera, l’emozione. Le aspettative. Non c’è niente di simile. È come andare a una prima. Se solo non fosse finita con la sconfitta contro il Barcellona. Era una delusione enorme, però credevo di aver imparato tante lezioni da quella sconfitta.

Quando siamo arrivati alla seconda finale quest’anno contro il Real Madrid pensavo di aver capito di cosa avevamo bisogno, tecnicamente e tatticamente. Sopratutto quando Mario ha fatto quel gol straordinario e io ho pensato Forse è il nostro momento. Ovviamente, non lo era. Quando sono tornato a casa dopo la sconfitta a Cardiff ho pensato seriamente se continuare. Ho anche pensato al perche’ sono diventato un manager.

E ho pensato a mio nonno. Era un muratore e ha lavorato sodo. Quando ero un ragazzo veniva a tutte le mie partite. Non gli importava se vincevamo o perdevamo. Non gli importava granché del calcio. Mi diceva: “Bel gioco, Massi. Ora vuoi andare a vedere i cavalli?” Non parlavamo di calcio. A lui importava che io mi divertissi ed era contento di vedermi giocare. Sono questi i valori che ho dentro. C’è tanta pressione a questo livello del calcio, ovviamente, ma io non dimentico perché faccio questo lavoro. Non mi definisco un manager. Mi considero un allenatore del settore giovanile. Faccio questo perché mi piace insegnare. Mi diverto e ho passione. E mi piace migliorare i giocatori.

La decisione di restare alla Juve? Una scelta personale

Quando ho pensato a questa Juventus, la mia decisione di restare è stata personale. Io ho ancora molto da dimostrare. E so di aver ancora tanto da insegnare. Così quella sera prima di andare a dormire ho deciso che se la società era d’accordo con la mia strategia, sarei rimasto. Il giorno dopo avevo la mente lucida. Sono andato in ufficio alle sette e ho preso un caffè. Cominciava una nuova stagione con nuove opportunità. Si e’ detto tanto nei media su questa squadra e sui giocatori. Cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare.

Io guardo Paulo Dybala e Gigi Buffon che sono il simbolo di questa squadra. Vedo Dybala come un ragazzino che inizia le scuole superiori. Buffon come uno che sta per prendere la laurea. Uno con una carriera davanti e uno alla fine della sua. Uno che deve dimostrare che in Europa è uno dei migliori giocatori. L’alto che è già grande ma che vuole chiudere la carriera al meglio. So che possiamo toglierci le scorie di Cardiff. So che possiamo fare un grande campionato. So che possiamo giocarci fino in fondo in Champions League. So cosa ci aspetta domani, e il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Allora continuiamo a lavorare sodo. Cercando di tornare alla prima alla Scala. La cosa bella nella vita è che c’è una stagione di teatro ogni anno.

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