Dal rigore a Barthez alla "maledetta", il meglio di Pirlo: ecco cosa perde il calcio

Serie A
Andrea Pirlo (Getty)

Il centrocampista italiano ha deciso che a dicembre si ritirerà dopo 22 anni. Nel corso della sua carriera l'ex giocatore della Juventus ha regalato giocate spettacolari e decisive che hanno portato alle squadre per cui ha militato diversi trofei: dalle due Champions col Milan ai 4 scudetti con la Juventus, senza dimenticare il Mondiale del 2006. "Il Maestro" è stato un leader silenzioso di cui sarà difficile raccogliere l'eredità

Ha lasciato tutti senza parole, ancora una volta. Lui che nel corso della sua carriera non ne ha mai spese tante, preferendo esprimersi sul campo. L’unico palcoscenico adatto alla poesia e all’arte di cui erano intrisi i suoi colpi di classe, le sue punizioni, le sue giocate. Andrea Pirlo a dicembre lascerà il calcio: troppi problemi fisici per il fuoriclasse azzurro che a 38 anni - di cui 22 da calciatore professionista - ha deciso di dire basta. Una scelta comprensibile vista la sua età, ma che inevitabilmente lascia un vuoto incolmabile nel mondo calcio. C’è molto di razionale nella sua scelta, tanto di emotivo nella reazione di chi non lo vedrà più dispensare assist col contagiri o inventarsi soluzioni sempre diverse su calcio di punizione. Eppure con il suo addio alla Juventus al termine della stagione 2014-2015 il chiodo al muro lo aveva già fissato. Aspettava solo il momento per appenderci le scarpe e adesso è arrivato. Negli occhi di tutti gli appassionati lascerà le sue punizioni e i suoi assist, nel cuore dei tifosi i trofei che ha fatto vincere alle squadre per cui ha giocato. Dal gol al Ghana all’esordio nel Mondiale 2006 al rigore della finale di Berlino contro Barthez, dall’assist no look a Grosso contro la Germania alle Champions col Milan. Senza dimenticare “La maledetta”: ecco cosa perde il calcio con l’addio di Pirlo.

Dal Ghana a Berlino passando dall'assist a Grosso

Il Mondiale 2006 viene spesso ricordato per le parate di Buffon, le scivolate di Cannavaro e il gol di Grosso alla Germania, ma la firma di Pirlo è impressa a chiare lettere sulla coppa sollevata a Berlino. Fu lui a rompere il ghiaccio in quella rassegna iridata con quel gol all’esordio contro il Ghana. Un destro chirurgico che diede il là alla cavalcata della Nazionale di Marcello Lippi. Una rete fondamentale per acquistare fiducia, ricacciando indietro le polemiche che circondavano gli azzurri e mettendo da parte per un momento la bufera di Calciopoli. Il primo gol in Germania fu il suo, così come il primo rigore nella finale di Berlino. Pirlo, ha sempre trasmesso grande tranquillità, probabilmente figlia della grande consapevolezza dei propri mezzi, ma per battere Barthez con gli occhi del mondo addosso scelse la soluzione più semplice: la conclusione centrale. La vera giocata immortale di quel Mondiale è però l’assist no look per il gol di Grosso nella bolgia del Westfalenstadion: visione di gioco, intelligenza e classe al servizio di un’esecuzione perfetta che spianò la strada verso la finale. Le sue urla di gioia sotto il cielo di Berlino rappresentano uno dei rari momenti in cui Pirlo ha perso il suo aplomb british, la sua calma olimpica, il serafico distacco con cui è sempre sceso in campo.

Andrea Pirlo (Getty)

    

    

II doppio trionfo in Champions con Ancelotti e la punizione di Atene

Pirlo è stato un giocatore fuori dagli schemi, un talento che non può essere inserito in nessuna categoria predefinita, eccetto una: quella dei calciatori rinati nel passaggio dall’Inter al Milan. Dopo il fallimento in nerazzurro, è con Ancelotti che arriva il salto di qualità. Gli anni alla corte di Carletto sono quelli in cui diventa famoso per  “ La maledetta”, la punizione che si abbassa all’improvviso diventando imparabile per qualsiasi portiere. Una sentenza inappellabile di condanna. Che fosse merito del pallone o del colpo sulla valvola non è ben chiaro, ma i risultati in campo parlano per lui. Il momento più alto della sua avventura rossonera è rappresentato dalla doppia vittoria in Champions League. Nella finale di Atene del 2007 fu decisivo con la punizione più famosa della sua carriera. Una punizione che stranamente non finì in rete, ma si trasformò nell’improbabile “assist” per Inzaghi che deviò in rete il pallone calciato da Pirlo quasi senza accorgersene. Super Pippo si ripeterà nel secondo tempo regalando la settima Coppa dei Campioni al Milan.

I due assist alla prima dello Juventus Stadium e la standig ovation al Bernabeu

Dopo aver vinto il secondo scudetto con i rossoneri, decide di rimettersi in gioco: non trova l’accordo per il rinnovo con il Milan e passa alla Juventus. E’ una Juve che deve rinascere dopo anni difficili, così come Pirlo dopo una stagione non esaltante al Milan. Il suo trasferimento è il più chiacchierato dell’estate 2011 ma, come ha sempre fatto, lui pensa al campo. Alla prima ufficiale dello Juventus Stadium - l’11 settembre contro il Parma - lascia tutti a bocca aperta. Due assist, di cui uno per il primo gol della storia nel nuovo impianto, con un lancio splendido per il taglio di Liechtsteiner che batte Mirante segnando l’inizio del ciclo di trionfi bianconero. Un ciclo fatto di record a cui Pirlo contribuisce a suon di gol su punizione e prestazioni di altissimo livello. Nei suoi successi alla Juventus sta il significato più profondo dell’espressione “spostare gli equilibri”: dove va vince, gioca titolare ed è decisivo nei momenti difficili. Anche alla Juve si esibisce in calci di punizione da applausi da rivedere in loop, come quello a Torino contro il Napoli del novembre 2013. Con la maglia bianconera vincerà 4 scudetti, ma non riuscirà a tornare al trionfo in Champions. In compenso il Bernabeu gli tributerà una standig ovation alla sua uscita dal campo nella semifinale del maggio 2015: un inchino del popolo madridista a un campione di livello mondiale. Un onore riservato a fuoriclasse del calibro di Del Piero, che nel 2008 ricevette lo stesso trattamento.

Un leader silenzioso

Gli hanno cucito addosso l’appellativo di “Maestro”. Più che un soprannome il riconoscimento della sua infinita classe. Andrea Pirlo ha interpretato alla perfezione uno dei ruoli più delicati, tenendo il pallone quando necessario, scandendo i ritmi di gioco della squadra e inventando assist illuminanti e spesso decisivi. La metamorfosi da centrocampista a regista ha rappresentato la svolta della sua carriera ai tempi del Brescia sotto la guida di Mazzone. Con Ancelotti è diventato un leader carismatico. Uno che parla poco, solo quando serve, come fanno i grandi condottieri. Come fa chi vuole dare valore a quello che dice. Con la sua classe ha preso in ostaggio gli sguardi e i sospiri di milioni di persone, le stesse che adesso proveranno dispiacere nel non vederlo più in campo. Col suo addio Pirlo gli ha regalato l’occasione per rimanere senza parole un'ultima volta al cospetto di un campione silenzioso di cui sarà difficile raccogliere l'eredità.

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