Serie A, le 8 cose da seguire nel turno infrasettimanale

Serie A

Emanuele Atturo e Federico Aquè (in collaborazione con "l'Ultimo Uomo")

Dalle affinità tra Bologna e Lazio fino al Milan che deve adattarsi all'assenza di Bonucci, passando per l'esordio di De Zerbi sulla panchina del Benevento: ecco le 8 cose da non perdere nel decimo turno di Serie A

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Come se la caverà il Milan senza Bonucci?

Prima dell’espulsione rimediata contro il Genoa, Leonardo Bonucci aveva giocato ogni minuto di ogni partita del Milan, dal playoff di Europa League con lo Shkendija in poi. L’impatto è stato finora ben al di sotto delle aspettative, ma Bonucci ha comunque influenzato il modo di giocare del Milan e le scelte di Vincenzo Montella: non è un mistero che il suo acquisto abbia accelerato il passaggio in pianta stabile alla difesa a 3. Oggi la sua assenza obbligherà Montella a sperimentare nuove soluzioni, utili magari per uscire dal periodo di crisi generale.

Il dubbio più grande riguarda la linea difensiva: sarà ancora a 3 o invece tornerà a 4? In realtà, nelle ultime due partite contro l’AEK Atene e il Genoa, il Milan si è schierato in maniera fluida, passando dalla linea a 3 a quella a 4 a seconda delle fasi. Nella costruzione dal basso Montella non ha mai rinunciato ai tre difensori, mentre in fase di non possesso ha scelto prima di scalare sistematicamente a quattro (contro l’AEK) e poi di abbassare, ma non troppo, Fabio Borini, schierato esterno destro contro il Genoa e chiaramente non a suo agio nel ruolo di terzino puro. L’espulsione di Bonucci, però, ha cambiato presto i piani e impedito a Montella di sperimentare pienamente la formazione iper-offensiva schierata (con Borini e Bonaventura esterni e Calhanoglu e Suso alle spalle di Kalinic).

milan genoa, fase offensiva milan
Lo schieramento offensivo del Milan contro il Genoa

Anche se comunque c'era molta libertà di movimento: in questo caso Suso è largo, Calhanoglu è più basso rispetto a Kessié e Bonaventura si inserisce alle spalle d Kalinic.

L’assenza di Bonucci si farà sentire soprattutto nello sviluppo della manovra. Senza i lanci del suo capitano il Milan perderà qualcosa nella ricerca immediata della profondità e si affiderà in misura maggiore alle verticalizzazioni a tagliare le linee di Mateo Musacchio e/o Alessio Romagnoli, oltre che ai cambi di gioco di Ricardo Rodríguez. In fase di non possesso, invece, Montella potrà contare su difensori più predisposti a marcare e a entrare in contatto col proprio avversario di quanto non lo sia Bonucci. 

In ogni caso il Milan dovrà essere bravo a trasformare questa squalifica in un’opportunità. Per i compagni, chiamati ad assumersi maggiori responsabilità (le cattive prestazioni di Bonucci hanno ovviamente assorbito le attenzioni dei media e dei tifosi e nascosto le colpe degli altri) ma anche per lo stesso Bonucci, aiutandolo a ritrovare la serenità e la condizione migliore per tornare ai livelli degli anni passati.

Il Genoa può fermare il Napoli?

Una delle strategie di maggior successo utilizzate in questi anni per rendere inoffensivo il palleggio del Napoli di Maurizio Sarri prevede la trasformazione della partita in sfide uno contro uno a tutto campo, assegnando a ogni giocatore una marcatura specifica. Negare il cuscinetto di tempo e spazio necessario a gestire il pallone, accorciando sul portatore e marcando in maniera aggressiva gli appoggi, interrompe la fluidità del possesso napoletano e costringe i giocatori azzurri a trovare soluzioni individuali o a suonare fuori dal classico spartito per rendersi pericolosi.

Gian Piero Gasperini è il maestro di questa scuola difensiva, e fino all’anno scorso Ivan Juric poteva essere considerato uno dei suoi migliori allievi. Le sfide contro Gasperini sono sempre problematiche per il Napoli, ma nello scorso campionato anche Juric era riuscito a bloccare sullo 0-0 gli azzurri a Genova, dedicando marcature individuali molto aggressive a ogni giocatore del Napoli esclusi Albiol e Koulibaly.

Le difficoltà affrontate (Juric era stato esonerato lo scorso febbraio, poi era tornato in panchina al posto di Andrea Mandorlini, ha centrato la salvezza, ma ha iniziato male questo campionato) hanno portato il tecnico rossoblù ad adattare i suoi principi di gioco. Il Genoa è ora una squadra meno integralista, ha rinunciato a parte della propria aggressività per controllare meglio gli spazi, grazie anche all’ingresso in squadra di Luca Rigoni. Quest’ultimo è particolarmente prezioso per la facilità con cui riesce a ricoprire più ruoli: alzandosi sulla trequarti e inserendosi di continuo in fase di possesso, abbassandosi a chiudere il triangolo di centrocampo per fornire maggiore copertura in fase difensiva.

L’uomo resta comunque un riferimento molto forte per la squadra di Juric, in particolare per i suoi difensori centrali, che non hanno paura a uscire in marcatura sui diretti avversari, protetti dalla copertura dei due compagni (il Genoa infatti difende a 3).

Il Genoa si difende a ridosso della propria area di rigore, Izzo rompe la linea per marcare Calhanoglu.

È un dettaglio decisivo contro il tridente del Napoli: la tenuta difensiva del Genoa dipenderà in maniera particolare dall’aggressività dei centrali difensivi sugli esterni d’attacco azzurri, per evitare che la squadra di Sarri inneschi le classiche combinazioni con cui finalizza l’azione.

Il Genoa dovrà comunque alzare il livello della prestazione rispetto alla recente trasferta contro il Milan, chiusa sullo 0-0 senza creare molto nonostante la superiorità numerica per gran parte della sfida. Il pressing, soprattutto, dovrà essere più preciso: il Napoli è la miglior squadra della Serie A nell’approfittare di ogni uscita ritardata, di ogni spazio concesso tra i reparti per far crollare la struttura difensiva avversaria, e i rossoblù non sembrano ancora maneggiare questo sistema difensivo che mischia marcature individuali e controllo degli spazi.

La squadra di Juric dovrà mostrare decisi passi in avanti per sabotare i meccanismi offensivi iper-collaudati del Napoli e rallentarne di nuovo la corsa come fatto nelle ultime due stagioni.


La prima di Roberto De Zerbi sulla panchina del Benevento

La prima esperienza di Roberto De Zerbi in Serie A, a Palermo nella scorsa stagione, si è conclusa in modo traumatico dopo una sola vittoria in 13 partite complessive. Se ne è andato con 13 gol fatti, 30 subiti e la constatazione di quanto sia difficile seminare le idee del gioco di posizione che lo avevano fatto apprezzare a Foggia in una squadra povera tecnicamente e il cui livello competitivo è decisamente al di sotto della media.

A Benevento, De Zerbi non trova condizioni migliori: ancora volta subentra in corsa, senza avere quindi la possibilità di scegliere i giocatori più adatti al suo modo di intendere il calcio, in una squadra che ha battuto il record negativo del Venezia che durava da quasi settanta anni perdendo tutte le partite dopo le prime nove giornate. A giudicare dalle squadre scelte per lanciare la propria carriera da allenatore in Serie A, non si può certo dire che gli manchino coraggio e fiducia nei propri mezzi.

De Zerbi ha avuto un solo giorno per preparare la sfida contro il Cagliari: intuire come cambierà il Benevento è quasi impossibile, e anche la partita contro i rossoblù non potrà fornire indicazioni precise in questo senso. Si possono però prevedere alcune aree su cui interverrà con maggiore forza: l’uscita della palla dalla difesa, fondamentale per attaccare con ordine; lo sviluppo ragionato della manovra, in verticale assecondando le caratteristiche della rosa, ma che punti a disordinare lo schieramento avversario attaccando contemporaneamente l’ampiezza e la profondità; i meccanismi del pressing e della riconquista immediata a palla persa, per provare a migliorare i numeri difensivi (con 22 gol subiti il Benevento è la peggiore difesa della Serie A) con un atteggiamento più coraggioso e aggressivo.

È difficile trovare un altro allenatore emergente che abbia idee definite e forti quanto De Zerbi. L’augurio è che abbia il tempo necessario a seminarle e a farle maturare. È quasi impossibile che riesca a salvare il Benevento, ma sarebbe già un grande risultato riuscire a lasciare la propria impronta nel gioco dei giallorossi.

Le affinità e divergenze fra Bologna e Lazio

Bologna e Lazio sono due delle squadre più in forma del nostro campionato. Il Bologna ha avuto un inizio di stagione così positivo che ha già accumulato più di un terzo dei punti totali fatti lo scorso anno: nelle ultime cinque partite la squadra di Donadoni ha pareggiato contro l’Inter, vinto tre volte di seguito e perso, infine, fuori casa (di misura, nell’ultima trasferta contro l’Atalanta). Dall’altra parte la Lazio ha 22 punti e viene da una settimana in cui ha dato tante conferme sul fatto che ha tutte le potenzialità per tenere posizioni d’alta classifica.

Bologna e Lazio sono due squadre simili, entrambe amano difendere in un campo piccolo e attaccare un campo grande. Il Bologna cerca di costruire la propria pericolosità offensiva sulle catene laterali, soprattutto appoggiandosi all’influenza di Simone Verdi a destra, che con il suo gioco lungo permette alla squadra di risalire il campo, spesso con dei cambi di campo verso Di Francesco. Stiamo parlando di una squadra molto diretta, che ama anche lanciare lungo: con quasi 70 lanci per partita il Bologna è la squadra che lancia di più in Serie A. Ma senza attaccanti bravi spalle alla porta, tolto ovviamente Petkovic, il Bologna gioca lungo soprattutto in diagonale, usando spesso i cambi di gioco ampi, diretti da un’ala all’altra.

Con Verdi in possesso palla, anche intorno al centrocampo,  nessuno dei giocatori del Bologna accorcia verso di lui. La squadra è convinta di poter sfruttare la sua capacità di gioco lunga e si inseriscono tutti verso la porta.

Neanche la Lazio disprezza il gioco lungo, anche se è spesso diretto su Milinkovic-Savic, che si defila sulla sinistra per sfruttare i mismatch fisici con i terzini avversari e far risalire campo alla squadra. L’influenza del serbo sul gioco della Lazio è sempre più grande. Spesso la Lazio fa abbassare Luis Alberto per aiutare la costruzione del gioco, senza paura di isolare Milinkovic e Immobile, che in isolamento sembrano anzi poter esaltare le proprie qualità. Milinkovic nei duelli fisici e nel suo raffinato uso del corpo e della sua tecnica negli spazi stretti, anche quando è circondato da avversari; Immobile nella sua capacità di divorare lo spazio, con e senza palla, mettendo in costante crisi atletica i difensori avversari.

Donadoni ha parlato di Immobile in conferenza, sottolineando come sia importante non concedergli spazio nell’uno contro uno. Il Bologna farà di tutto per togliere ossigeno agli attacchi della Lazio, a cui probabilmente concederà la gestione del pallone, sistemandosi col suo solito blocco difensivo mai troppo basso e mai troppo passivo. Con tutti gli uomini a disposizione Donadoni si sarebbe probabilmente messo a specchio con un 3-5-2, ma senza Maietta e Giancarlo Gonzalez sarà costretto a giocare col 4-2-3-1 tradizionale, facendo peraltro a meno dei due migliori difensori in impostazione.

Sarà importante il duello tra Milinkovic e Krafth sulla fascia destra, visto che Donadoni preferirà lo svedese a Torosidis proprio perché più fisico; ma anche la qualità tecnica di Luis Alberto fra le linee, per rompere le linee del Bologna che nella propria metà campo si proiettano sull’uomo in maniera aggressiva. Il Bologna, da parte sua, proverà a mettere in difficoltà i difensori della Lazio in transizione, anche se molto dipenderà dal tipo di attaccante schierato, Petkovic per aprire spazi per gli inserimenti delle ali oppure Destro, per attaccare di più i cross

Pronti via, la Lazio lancia subito su Milinkovic-Savic largo a sinistra, che controlla il pallone col petto e permette alla squadra di salire. Con questo stesso schema, tre giorni prima, era arrivato il gol del pareggio contro il Nizza.

 

Sarà una partita giocata in pochi spazi, fra squadre corte, che fanno dell’equilibrio certosino e delle distanze la propria forza. Come sempre servirà il talento delle individualità a rompere questo genere di equilibri.

I rientri di Karsdorp e Schick nella Roma

Rick Karsdorp e Patrik Schick sono stati gli acquisti più costosi del calciomercato estivo della Roma ma nessuno dei due ha ancora esordito da titolare in questa stagione di Serie A. Entrambi hanno saltato quasi tutta la preparazione per problemi fisici diversi, ma ora sono tornati a disposizione di Di Francesco (il ceco ha giocato appena un quarto d'ora contro il Verona, più di un mese fa). Per motivi molto diversi potrebbero dare una svolta tecnico-tattica al solco tracciato dalla Roma finora.

Karsdorp giocherà di sicuro dal primo minuto, lo ha dichiarato Di Francesco in conferenza stampa. Il suo ruolo, quello di terzino destro, finora è stato uno degli anelli deboli dell’undici giallorosso. Bruno Peres, in quella posizione, è stato in difficoltà tanto in fase offensiva che in quella difensiva, causando scompensi tattici: il giocatore che aveva davanti (Florenzi o Defrel) è stato spesso costretto a tenere una posizione più difensiva e prudente. Karsdorp in realtà gioca terzino da appena due anni, ha un passato da trequartista e non ha nella fase difensiva la sua caratteristica migliore. La Roma di questo inizio di stagione gioca però con una difesa alta fino alla linea del centrocampo, un contesto che potrebbe aiutare Karsdorp, che quando può difendere in avanti e in modo aggressivo è molto efficace, grazie a un atletismo e a una scelta di tempi superiori alla media.

Con il Napoli che attaccava molto a sinistra Florenzi si abbassava in una posizione estremamente prudente per coprire Bruno Peres, spesso però lasciando un uomo del Napoli libero di avanzare a palla scoperta.

L’olandese potrebbe aiutare la Roma anche nella costruzione bassa del gioco, una situazione in cui la squadra Di Francesco è in difficoltà. Karsdorp è molto bravo a superare le linee di pressione avversaria con dei passaggi taglia-linee precisi e al Feyenoord ha giocato da vero e proprio regista occulto della squadra, rientrando molto verso il centro per dare anche l’ultimo passaggio.

Se la collocazione dell’olandese è intuitiva, molto meno è quella di Patrik Schick. L’attaccante è in panchina e contro il Crotone potrebbe magari entrare a gara in corso. Il suo adattamento al 4-3-3 di Di Francesco, dove giocherebbe esterno alto a destra, non è scontato. Un dubbio sollevato anche dal suo ex allenatore, Marco Giampaolo, che aveva dichiarato in estate «Alla Roma serve un’ala e Shick è una punta».

Shick non sembra avere il set di movimenti, con e senza il pallone, per giocare da ala destra in modo troppo rigido, tagliando molto alle spalle della difesa avversaria, e potrebbe costringere Di Francesco a uno schieramento più asimmetrico, con la punta che parte più a destra ma rimane comunque vicina a Dzeko, con Perotti invece più largo a sinistra. Un tipo di sistema che Di Francesco, a dire il vero, ha già usato (ovviamente con interpreti molto diversi) sia col Chelsea che contro il Torino, mettendo a destra prima Gerson e poi Nainggolan, due mezzali.

Questo sarebbe, diciamo, lo scenario più morbido; quello più duro prevede il cambio di modulo, con Schick che affiancherebbe Dzeko in un attacco a due punte. Di Francesco ha già usato il 3-5-2 in carriera ma sembra un’ipotesi meno verosimile.

I motivi per guardare Atalanta - Verona alle 18 e 30

1. Perché l’Atalanta ha uno dei migliori attacchi della Serie A

Nonostante l’Atalanta abbia segnato solo 14 gol (12 in meno della Juventus), la squadra di Gasperini è una di quelle che crea più occasioni in Serie A. L’Atalanta tira 14 volte a partita, come l’Inter e più della Lazio, e spesso lo fa da posizioni favorevoli. Nella classifica degli Expected Goals, che considera la pericolosità delle occasioni da gol create, l’Atalanta è terza in campionato, dietro solo a Napoli e Juventus. Segno della qualità del sistema di gioco di Gasperini, ma anche di riflesso dell’incapacità di concretizzare la grande mole di gioco prodotta. Il Verona, dall’altra parte, è invece una delle squadre che concede più tiri per partita (17) e la seconda peggiore per Expected Goals concessi. Quindi, in teoria, i gol sono assicurati.

2. Perché il Verona in trasferta segna tanto

Fabio Pecchia prima della partita ha dichiarato che la sua squadra dovrà «raschiare il fondo del barile», chiedendo impegno e sacrificio dopo la sconfitta nel derby contro il Chievo. Nelle ultime due trasferte il Verona ha tenuto un atteggiamento spregiudicato, che ha fruttato 4 gol anche se solo 1 punto.

3. Perché Ilicic è in grandissima forma

Se fino allo scorso anno l’estro del “Papu” Gomez era uno dei motivi per guardare una partita dell’Atalanta, da quest’anno il talento di Josip Ilicic, la sua capacità di creare gioco nonostante una lentezza strana per il calcio contemporaneo, è un altro dei motivi per cui vale la pena mettersi davanti al televisore. Ilicic sta regalando giocate di alto livello tecnico e sta tenendo una media di 2 passaggi-chiave e mezzo ogni 90 minuti.

4. Perché ci sono anche Bessa, Verde e Cerci

Ma Ilicic non sarà l’unico giocatore molto tecnico in campo. Il Verona schiera sulla trequarti Bessa, Verde e Cerci, tre dei calciatori più dribblomani del nostro campionato. Dalla loro qualità tecnica dipenderà la capacità del Verona di mettere in difficoltà le marcature a uomo del sistema di Gasperini, oltre che le fortune di tutti i fantallenatori che hanno scommesso sul loro riscatto in questa stagione.

5. Per l'orario (18.30)

Meglio partita e poi la cena, o meglio la partita insieme alla birra o al bicchiere di vino dell'aperitivo? Chi scrive preferisce la seconda.  

Il gemellaggio fra Genoa e Napoli è il più antico del calcio italiano

I rapporti fra tifoserie in Italia, nel 2017, è per lo più fondato sull'ostilità reciproca. Negli anni ‘90 il sociologo Alessandro Dal Lago - in un testo un po’ datato ma comunque capitale - parlava di una dialettica amico-nemico: come casate medievali, le tifoserie stringono alleanze e scavano rivalità con quelle avversarie, seguendo anche la regola “il nemico del mio amico è mio nemico”. Questo complicato sistema bellico è stato smantellato nel corso degli anni ‘90 seguendo come unico princìpio un odio indifferente e incondizionato verso tutti.

I cosiddetti “gemellaggi” nel calcio contemporaneo sono rarissimi, e uno di questi  è quello tra Genoa e Napoli, che va avanti addirittura dal 6 maggio del 1982. Quel giorno il Napoli ospitava il Genoa, che aveva bisogno di 1 punto per salvarsi e far retrocedere il Milan. I tifosi partenopei hanno sostenuto “il Grifone” per tutta la partita spingendolo al gol del 2 a 2, su cui qualcuno continua ad avere dei sospetti di regolarità.

Genoa Napoli
Genoa Napoli

Grazie a quella partita il Genoa si è salvata, facendo invece retrocedere il Milan. La possibilità di rinnovare il reciproco legame per i tifosi di Napoli e Genoa è arrivata il 10 giugno del 2007, quando, in un Marassi vestito a festa, entrambe le squadre hanno potuto celebrare la contemporanea promozione in Serie A.

Da quel giorno il gemellaggio ha resistito altri dieci anni, ed è sempre bello festeggiarlo come il relitto di un’epoca dimenticata, quella in cui le tifoserie avversarie riuscivano persino a volersi bene.

Come giocheranno Bernardeschi e Douglas Costa dal 1’?

Nei suoi anni alla Juventus Massimiliano Allegri si è distinto per la gestione razionale dell’inserimento dei nuovi acquisti. Federico Bernardeschi e Douglas Costa non hanno fatto eccezione, pur essendo stati gli investimenti più onerosi del calciomercato estivo: il primo è arrivato a titolo definitivo per 40 milioni di euro, il secondo in prestito con diritto di riscatto per una cifra complessiva di 46 milioni di euro.

Bernardeschi ha finora giocato da titolare una sola partita, a Bergamo contro l’Atalanta, trovando peraltro il primo gol con la nuova maglia e servendo l’assist a Gonzalo Higuaín, Douglas Costa ha collezionato più minuti, ma il suo impatto non è stato devastante come forse ci si aspettava: un solo gol, ma un assist decisivo nella delicata sfida di Champions League con lo Sporting.

Contro la SPAL, anche grazie alla squalifica di Mario Mandzukic, i due esterni potrebbero giocare insieme da titolari per la prima volta in stagione. Dovesse accadere, la trequarti bianconera sarebbe popolata esclusivamente da giocatori mancini: il posto di Paulo Dybala, infatti, non dovrebbe essere in discussione. Sarà curioso vedere come si divideranno il campo, anche se è probabile che Douglas Costa occuperà la fascia sinistra e Bernardeschi, che partendo da destra è naturalmente portato a entrare dentro il campo, dovrà gestire gli spazi con Dybala, che ama abbassarsi sul centro-destra. Ovviamente c’è la possibilità che tutti e tre si scambino di frequente le posizioni per togliere riferimenti ai difensori della SPAL.

Lo spostamento sulla fascia di Mandzukic ha rappresentato una chiave tattica fondamentale per la Juventus, ma la presenza del croato limita le soluzioni offensive sulla trequarti. Con Douglas Costa e Bernardeschi il tasso tecnico bianconero si alza notevolmente, dando ad Allegri la possibilità di sperimentare nuove combinazioni. Adattarsi ai vari contesti tattici cercando le migliori connessioni possibili tra i giocatori è una specialità del tecnico bianconero: inserire con successo due giocatori del livello di Douglas Costa e Bernardeschi sarà molto importante per la stagione della Juve.

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