La Sampdoria sulle spalle di Duván Zapata

Serie A

Emanuele Atturo

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Pochi centravanti sono importanti per la propria squadra come lo è Zapata per la Sampdoria. Il colombiano con i blucerchiati sta trovando la consacrazione dopo che né il Napoli e né l'Udinese avevano creduto in lui.

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Al decimo minuto del secondo tempo la Sampdoria si è riversata nell’area della Juventus, portando come al solito tanti uomini nella fascia centrale del campo. La palla finisce sui piedi di Quagliarella che, appena dentro l’area di rigore, smania per tirare ma è coperto da un muro di maglie bianconere. Dopo un primo tentativo, la palla gli ritorna sui piedi ma a quel punto ha ancora meno visuale per provare la conclusione, e allora si gira e prova un cross che sembra tanto per fare. Bernardeschi però lo respinge male, la palla si impenna e finisce nella zona in cui Lichtsteiner e Zapata sono già corpo a corpo. La palla scende quasi perpendicolare tra i due, Zapata non ha nessun vantaggio ed è impensabile possa segnare.

Le parabole così alte non concedono all’attaccante la possibilità di appoggiarsi sulla traiettoria: bisogna spingere la palla in porta solo attraverso la forza dei muscoli del collo. Non è più un gesto tecnico puro, come possono essere i colpi di testa di Icardi, che sintetizzano un’arte del tempismo e della precisione, ma è un’esibizione di potenza fisica che pochi giocatori riescono a esprimere. La difficoltà è aumentata dalla scelta del tempo dello stacco: con la palla alta bisogna calcolare bene il momento in cui staccare i piedi da terra e mantenere a lungo l’elevazione. Lichtsteiner ha insomma tutti i presupposti per impedire il gol, ma Zapata riesce a staccare più in alto, in anticipo, e a dare la palla una testata che ha l’aspetto di un’incornata da toro. Zapata non si limita a prendere il pallone, che sarebbe di per sé notevole, ma lo colpisce così bene, con una tale forza, da scavalcare Szczesny sul palo lontano.

Troppo caro, non abbastanza buono

È un gol che riassume le doti straordinarie di un centravanti di 90 chili distribuiti su 1 metro e 89, che in campo dà l’impressione di poter spostare le montagne, girando a proprio favore ogni duello fisico, ogni palla sporca, ogni situazione a metà. Zapata ha segnato 5 gol nelle prime 10 partite di campionato, già la metà di quelli segnati lo scorso anno con l’Udinese in 38 partite, ma raccontano solo una piccola parte dell’enorme contributo che il colombiano sta dando a questo inizio di stagione della Sampdoria. Ha servito 4 assist, vince 3,5 duelli aerei e serve 1,4 passaggi chiave ogni 90 minuti. Una ricchezza statistica che restituisce la grande influenza sulla squadra di un giocatore che, a 26 anni, ha raggiunto una dimensione per certi versi inaspettata.

Duvan Zapata è arrivato in Italia ormai 4 anni fa. Il Napoli lo aveva comprato per 7,5 milioni di euro battendo la concorrenza del Sassuolo. Zapata non aveva un gran curriculum: 19 gol in 49 presenze con l’Estudiantes, nessuna presenza con la Nazionale maggiore e giusto qualcuna nelle selezioni giovanili. Del resto arrivava a Napoli per fare da vice a Gonzalo Higuain e come quelli dopo di lui sarebbe stato costretto a trasformare in oro le briciole di partita che gli vengono concesse. «Sono arrivato a Napoli nel 2013 e ho trascorso due stagioni positive, il mio ruolo era chiaro, ero il vice-Higuain e dovevo rubare i minuti possibili». Zapata ha segnato 7 gol il primo anno, 8 il secondo, ma non è riuscito a fare chiarezza sul suo valore: cosa fare di un centravanti così grosso, che segna poco e che non ha i piedi abbastanza dolci per dialogare palla a terra con i compagni?

Al Napoli era appena arrivato Sarri, che sembrava preferire attaccanti più tecnici e dinamici. Così Zapata è stato ceduto all’Udinese con una formula cara alla dirigenza napoletana: prestito biennale con diritto di riscatto e controriscatto, con cifre che però lo rendevano di fatto un prestito secco. Per trattenere l’attaccante l’Udinese avrebbe dovuto sborsare una cifra complessiva vicina ai 25 milioni e così, dopo altre due stagioni buone ma non abbastanza per raggiungere quelle cifre, Zapata è tornato a Napoli. «A Pozzo chiedevano 25 milioni tra acquisto ed ingaggio per confermare Zapata, che veniva spesso indicato come uno ‘scarpone’ qui, che doveva fare? Non l’ha ripreso ed ha fatto bene» ha dichiarato Del Neri.

Eppure la Sampdoria non si è lasciata intimorire dalle cifre chieste dal Napoli e negli ultimi giorni di mercato ha comprato Zapata per 3 milioni di prestito e 17 milioni per il riscatto, obbligatorio a fine stagione. Il colombiano è diventato l’acquisto più costoso della storia della Sampdoria: «So che è una bella responsabilità essere l'acquisto più pagato della storia del club, però credo che questa sia una motivazione in più per fare bene».

Una dichiarazione non solo di circostanza, per un giocatore sembrato ferito dalla poca considerazione di cui ha goduto in questi anni in cui le squadre lo hanno considerato troppo caro o non abbastanza buono. Sull’Udinese: «Udine è nel mio cuore. Certo, pensavo che avrebbero fatto qualcosa in più per comprarmi e trattenermi»; sul Napoli: «A Napoli non mi hanno considerato. Ero reduce dalla mia migliore stagione in Italia, credevo di poter dire la mia. Invece sono rimasto due mesi emarginato, allenandomi a parte. Per fortuna è arrivato Ferrero, che ha fatto tanto per portarmi qui».

Sulle spalle di Zapata

La Sampdoria ha ceduto il 26enne Muriel per 20 milioni e comprato il 26enne Zapata per 20 milioni: in pochi avrebbero detto che i blucerchiati si erano rinforzati, considerando anche la cessione di Schick. Zapata sembrava poi inadatto al calcio di Marco Giampaolo. Come avrebbe fatto un centravanti che fa della potenza fisica la sua qualità principale a spiccare in una delle squadre che ama palleggiare di più in Serie A?

Siamo portati a pensare che per adattarsi a una squadra un giocatore debba avere le stesse caratteristiche dei suoi compagni, “parlare la loro stessa lingua”. Come se la squadra fosse un organismo fragile, che può ammalarsi con l’ingresso di un corpo estraneo. Zapata non è bravo con la palla terra, quando deve dialogare in spazi stretti sembra troppo grande e rigido per combinare qualcosa di buono. In mezzo ai giocatori piccoli e tecnici della Sampdoria sembra un buttafuori in un locale di adolescenti il sabato pomeriggio. Non ha la sensibilità tecnica di Schick, né la verticalità in progressione di Muriel, ma ha offerto alla Sampdoria tutta una serie di soluzioni che ne hanno fatto una squadra più solida, meno prevedibile e più armonica.

Sono diversi i problemi della Sampdoria che Duvan Zapata risolve grazie all’anomalia delle sue caratteristiche. Innanzitutto in fase d’attacco posizionale. La squadra di Giampaolo, con il suo rombo di centrocampo stretto e le due punte, tende ad attaccare imbottigliandosi nella fascia centrale, ricercando raramente l’ampiezza. I blucerchiati in fase offensiva somigliano a una truppa di soldati impegnati sfondare il portone del castello con un ariete. Questo ariete, il più delle volte, è Duvan Zapata, che si offre costantemente come riferimento per far avanzare la palla di qualche metro. Il colombiano può rigiocarla di sponda all’indietro oppure può decidere di girarsi direttamente verso la porta (come nell’occasione dell’assist contro il Crotone). L’impressione è che più gli spazi si stringono e più Zapata può dominare fisicamente la partita: «Ci avevo giocato contro lo scorso anno ed è impossibile da spostare» ha commentato il suo compagno di squadra Ferrari.

L’ostinazione ad attaccare nella fascia centrale era un pregio, ma ovviamente anche un limite, della Sampdoria pure lo scorso anno, ma con Zapata riesce a farlo in modo più efficace perché nelle situazioni intricate, quasi da flipper, che si creano sulla trequarti il colombiano riesce sempre a ripulire col fisico le situazioni sporche.

Altre volte è Zapata in prima persona a preoccuparsi di fornire l’ampiezza che la Sampdoria non riesce a ottenere in altri modi. Quando allenava l’Empoli Giampaolo chiedeva un grande lavoro atletico alle punte, che dovevano spesso tagliare dall’interno all’esterno, ma lo scorso anno Muriel e Schick volevano sempre ricevere palla sui piedi, già larghi e aiutavano poco la squadra. In questo tipo di lavoro invece Zapata è prezioso. Si allarga sulla fascia sia per ricevere spalle alla porta i lanci lunghi, aprendo quindi un corridoio centrale per le corse di Praet, che per ricevere palla bassa sui piedi. Quando può girarsi fronte alla porta in conduzione sulla fascia Zapata diventa temibile, se sui primi passi è un po’ impacciato poi prende velocità e diventa difficile da fermare. Con una corsa lungo la fascia sinistra si è guadagnato un rigore contro il Crotone.

La Sampdoria prova a costruire dal basso ma in Italia molte squadre tendono a marcare a uomo i riferimenti sulla rimessa del fondo. A quel punto il piede di Viviano - uno dei più dolci fra i portieri di Serie A - cerca direttamente la testa di Zapata. Il colombiano vince 3.5 duelli aerei ogni 90 minuti, meno solo di Budimir e Pavoletti, e con un colpo di testa su rilancio del portiere è riuscito persino a servire un assist, quello per Ramirez nel gol dell’1 a 0 del derby. Nell’azione del video sotto, tratta dall’ultima partita contro la Juventus, la testa di Zapata viene cercata due volte nel giro di una ventina di secondi, in due situazioni molto diverse.

Avere un giocatore come Zapata, così dominante nel gioco aereo, ha sempre come possibile risvolto negativo quello di deresponsabilizzare i compagni di squadra. Il rischio è che la ricerca della testa di Zapata diventi una scorciatoia facile da prendere rispetto a scelte più coraggiose o anche semplicemente più pazienti. La Sampdoria finora però sta mantenendo un ottimo equilibrio, e il lancio lungo di Zapata è sempre una soluzione estrema, e comunque cercata con razionalità - anche in questo va detto che nessun lancio lungo si somiglia, e quelli per Zapata sono spesso ben eseguiti.

L’uso dei centravanti come “torri” sembra un po’ in disuso negli ultimi anni, ma Zapata - come anche Dzeko nella Roma o Belotti nel Torino - ne dimostra ancora una certa attualità. Contro squadre sempre più organizzate nel pressing non sempre si riesce a costruire un meccanismo d’uscita efficace e allora il lancio verso il centravanti diventa un’opzione utile per alleggerire la pressione, e anche per andare ad attaccare le seconde palle - come fa bene la Sampdoria.

In questo inizio di stagione si è parlato molto, e giustamente, dell’esplosione di Lucas Torreira ma l’influenza di Zapata nei risultati della squadra è almeno pari a quella del centrocampista. La ricchezza delle prestazioni del colombiano, zeppe di qualità in ogni piega del gioco, hanno regalato alla squadra di Giampaolo un agonismo e una praticità sconosciute fino allo scorso anno. Una versatilità che rende Zapata meno appariscente di altri centravanti che segneranno più di lui ma che gli sono inferiori per qualità complessiva. Forse al momento non c’è un attaccante in Serie A influente sul gioco della propria squadra come lo è Zapata nella Sampdoria. A fine anno i 17 milioni che i blucerchiati dovranno versare al Napoli per completarne l’acquisto sembrano già meno folli di quanto lo erano appena tre mesi fa.

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