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13 gennaio 2018

La Stampa: inchiesta sulla vendita del Milan. La Procura di Milano smentisce

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Smentita del procuratore capo di Milano, Francesco Greco, sulle indiscrezioni pubbblicate dal quotidiano La Stampa a proposito di un'indagine sulla cessione della società rossonera a un prezzo gonfiato e il successivo rientro di una "cifra sostanziosa". Ghedini, avvocato di Berlusconi: "Notizia inventata". Il giornale conferma

"Allo stato non esistono procedimenti penali relativi alla compravendita dell'AC Milan", così il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, ha smentito la notizia pubblicata da La Stampa su e relativa a un'indagine della procura milanese sulla cessione della società a un prezzo gonfiato e il successivo rientro di una "cifra sostanziosa". "Ipotizzato il reato di riciclaggio. Nuova tegola giudiziaria sulla campagna di Berlusconi", si legge su uno dei quotidiani che si sono occupati della notizia. La società rossonera è passata ad aprile 2017 da Silvio Berlusconi all'imprenditore cinese Yonghong Li.

Nessun fascicolo

"Non c'è un fascicolo, nemmeno a modello 45" prosegue Greco con una smentita su tutta la linea e aggiungendo: "Se un fascicolo esistesse lo avrei assegnato al nuovo dipartimento del dottor De Pasquale e ne sarei quindi informato".

L'indiscrezione smentita

La Procura di Milano avrebbe aperto l'inchiesta sulla vendita del Milan passato da Silvio Berlusconi all'imprenditore cinese Yonghong Li nello scorso aprile per una cifra pari a 740 milioni. Sotto la lente d'ingrandimento è finita proprio l'entità della somma versata per l'acquisizione, una cifra che viene considerata "gonfiata": una somma fuori mercato pagata attraverso canali internazionali. Un modo, secondo le ipotesi investigative, per far rientrare in Italia una sostanziosa somma di denaro.

Ghedini: "Notizia falsa"

Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi, ha così replicato alle indiscrezioni sulla presunta inchiesta: "Ancora una volta un giornale con una precisa connotazione politica e imprenditoriale aggredisce il presidente Berlusconi con una notizia totalmente inventata. Il giornalismo d'inchiesta è uno straordinario valore che va tutelato e incentivato perché è uno dei cardini, oltre che salvaguardia, di un sistema democratico" afferma, "quando però si utilizzano false notizie non già per informare ma per aggredire e danneggiare una parte politica durante una delicata campagna elettorale, non si tratta più di giornalismo ma di fatti penalmente, civilmente e ancor prima deontologicamente rilevanti".

La Stampa conferma 

In un articolo linkato all’homepage del suo sito internet, in cui dà la notizia della smentita del Procuratore Capo di Milano, il quotidiano la Stampa "ribadisce di aver svolto opportuni controlli circa l’esistenza di un’indagine sull'operazione, di cui è venuto a conoscenza da due fonti distinte, e pertanto conferma quanto scritto". 

Ghedini: "Una conferma surreale"

Subito dopo la conferma del quotidiano di Torino, l’avvocato della famiglia Berlusconi Niccolò Ghedini afferma: "Il comunicato del quotidiano La Stampa confermativo della falsa notizia sul Milan dopo la secca e netta smentita della procura di Milano, appare davvero surreale. Sarà interessante conoscere durante i vari procedimenti che avvieremo, le fonti, false, che o hanno tratto in inganno il quotidiano o sono state artatamente costruite. Certo che tentare di accreditare come maggiormente credibili delle anonime fonti rispetto al procuratore capo titolare delle eventuali indagini, è davvero incredibile".

Marina Berlusconi: "Indignati da falsificazione"

La figlia dell’ex presidente del Milan, Marina Berlusconi, in una nota diffusa da Fininvest è tornata su quelli che ritiene “metodi di intendere lo scontro politico”. “La falsificazione di cui stamane si sono resi responsabili due quotidiani, lascia indignati ed esterrefatti per la sua gravità. In tutta la lunga e complessa trattativa per la vendita del Milan la Fininvest si è comportata con la massima trasparenza e correttezza, come conferma la stessa Procura della Repubblica di Milano, avvalendosi della collaborazione di advisor finanziari e legali di livello internazionale. L'uscita dei due quotidiani, in piena campagna elettorale, l'enorme spazio e i toni riservatia una notizia che era già stata segnalata come falsa e che falsa è stata confermata dalla Procura della Repubblica, non lasciano dubbi sulle reali intenzioni di questa operazione. L'antiberlusconismo acceca ancora fino a questo punto?".

Il New York Times 

Sull'esatto iter per arrivare alla cessione del club, nel novembre scorso, un'inchiesta del New York Times sottolineava che l'attuale proprietario del Milan, Yonghong Li, appariva "sconosciuto" sia in Italia che in Cina e nemmeno compariva nella lista degli uomini cinesi più ricchi o potenti.

Da Mr. Bee a Yonghong Li

Il Milan è stato ceduto per quella che viene ritenuta una cifra monstre, ovvero 740 milioni di euro (pagati in due tranche con la copertura dei debiti) se si considerano i risultati recenti ottenuti dal club prima dell'operazione. Campioni ceduti, campagne di mercato non certamente all'altezza di quelle del passato e risultati decisamenti scadenti rispetto al blasone del club. Addirittura prima che si materializzasse Li, Bee Taechaubol aveva provato a rilevare il club per una somma ancora più elevata, 960 milioni. Una trattativa, questa, che mese dopo mese si era arenata e che era stata liquidata senza spiegazioni particolarmente credibili ("l'acquisizione si è arenata per le cattive condizioni di salute di Berlusconi", era stata la laconica giustificazione di Bee). In realtà durante la trattativa, la Tax&Finance, l'advisor che seguiva il broker thailandese era finita nel mirino degli investigatori milanesi per una frode fiscale a molti zeri. Poi l'arrivo di Yonghong Li giunto in pompa magna con presentazione sontuosa e una campagna acquisti finalmente degna del passato del Milan. Infine la già citata inchiesta del New York Times che a novembre aveva smontato l'idea di una proprietà capace di sostenere i costi della società e gli investimenti promessi per il futuro nemmeno attraverso le attività estrattive della Guizhou Fuquan Group, società di riferimento del finanziere cinese. Sempre secondo il quotidiano torinese, a questo punto Li potrebbe percorrere due strade: vendere azioni della società o quotarla in Borsa.

 

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