Serie A: le 8 cose da seguire della 22^ giornata

Serie A

Dario Saltari e Mattia Pianezzi

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Dalla marcia scudetto di Napoli e Juventus, ai problemi di Roma e Inter, fino ad arrivare al nuovo Torino di Mazzarri: tutto ciò che non dovete perdere dell'ultima giornata di campionato

LE PROBABILI FORMAZIONI

1. Come se la caverà Simone Verdi a Napoli, dopo il gran rifiuto?

Simone Verdi ha rifiutato il trasferimento al Napoli di Sarri dicendo che almeno per il prosieguo di questa stagione preferisce restare a Bologna ed essere importante per la sua squadra, da capitano e trascinatore. Un rifiuto di questo genere è abbastanza netto e un po' inusuale, visto il valido progetto tecnico del Napoli e la sua posizione in campionato: a conti fatti Verdi sta praticamente rifiutando di giocare la sua prima coppa europea e di partecipare alla corsa Scudetto. Il Napoli non l’ha presa benissimo e il capitano Hamsik è stato sibillino nel dire che "sentirà quello che il pubblico ha da dire".

La partita, teoricamente, avrà ben poche sorprese per gli spettatori, con un Bologna sulla carta inferiore e con il fattore campo contrario. Donadoni potrebbe giusto sfruttare questa pressione su Verdi e caricarlo come una molla, per giocare di rimessa sfruttando i contropiedi - da cui sono nati quattro dei ventisei gol fatti questa stagione - o i calci piazzati (sei su ventisei) spesso calciati proprio da Verdi, soprattutto se l’azione manovrata bolognese dovesse venire ostacolata da un Allan onnipresente e in stato di grazia come nel match di Bergamo.

Verdi non è il primo giocatore di una medio-piccola a rifiutare il trasferimento in una squadra di caratura maggiore, o comunque con maggiori obbiettivi. Fu molto meno misterioso Paolo Rossi, quando nell’estate del 1979 rifiutò proprio il Napoli dimenticandosi l’imbarazzata diplomazia del giovane Verdi: «No grazie, per me viene prima la vita e poi la professione, il calcio. E se devo invertire l'ordine delle cose ci devo pensare non una ma cento volte. Che vengo a fare a Napoli, il salvatore della patria? Con la gente che, me lo raccontava Sivori tempo fa, mi compra le sigarette e dorme per strada sotto casa mia per vegliarmi: sono molto cari, ma non sono la persona giusta. Io posso offrire la mia personalità in campo, posso offrire calcio, ma da voi questo non basterebbe». Anche allora non la presero bene: pare che un aereo passò sopra il San Paolo durante Napoli-Perugia portando la scritta “Rossi non sei degno di noi”.

Il San Paolo quel giorno fece il record di presenze di spettatori in campionato, ancora imbattuto, con 89.992 paganti: quasi novantamila persone per fischiare Pablito. Il Perugia riuscì a strappare un 1-1 con un rigore procuratosi e battuto da Rossi. Forse allora l’unica altra cosa da temere per la squadra di Sarri è proprio “l’effetto Paolo Rossi”, se così si può chiamare.

2. Quando si fermerà la marcia di Napoli e Juventus?

Napoli e Juventus hanno escluso qualsiasi altra squadra dalla lotta Scudetto, mantenendo un ritmo insostenibile praticamente per tutte: vengono entrambe da 5 vittorie consecutive e, per dare un’idea della straordinarietà dei loro percorsi, l’ultima sconfitta della Juventus risale addirittura al 19 novembre, quando l’Inter era seconda a due punti dal primo posto e la Roma era praticamente appaiata alla squadra di Allegri.

Nonostante siano passati appena due mesi quel momento del campionato sembra lontanissimo, con le squadre di Spalletti e Di Francesco che affogano nei rispettivi problemi, mentre Napoli e Juventus sembrano poter proseguire la propria corsa ancora a lungo, con la Lazio non lontana ma neanche vicina. Dopo le prossime partite con Bologna (per il Napoli) e Chievo (per la Juve), le due pretendenti allo Scudetto affronteranno rispettivamente Benevento e Sassuolo e al momento sembra difficile pensare che possano perdere punti nelle prossime due giornate.

Napoli e Juventus, però, si affronteranno direttamente solo il 22 aprile, ad appena quattro giornate dal termine del campionato, quando ormai i giochi potrebbero essere già fatti. Anche una partita in casa con una squadra di media-bassa classifica assume oggi un peso totalmente diverso rispetto a quanto potesse averne anche solo pochi mesi fa: le due squadre si stanno costringendo ad un cammino immacolato.

Ma i pericoli sono sempre dietro l’angolo. L’ultima partita della Juventus, in casa contro una squadra molto solida come il Genoa, ad esempio, ha scoperto il nervo dell’overperformance offensiva della squadra di Allegri, che finora ha segnato molto di più di quanto la pericolosità statistica delle sue azioni non indicasse (45 gol, senza contare i rigori, da poco più di 30 xG). E l’Atalanta, con una partita tatticamente impeccabile, ha messo il Napoli in difficoltà per l’ennesima volta. Alla fine, anche le banalità più abusate nella retorica calcistica - “i campionati si vincono con le piccole”, “i dettagli sono importanti” - contengono un fondo di verità.

3. Quali sono le ambizioni dell’Udinese?

La secca sconfitta con la Lazio per 3-0 ha sottolineato alcuni problemi congeniti dell’Udinese di Massimo Oddo e ha messo fine a una striscia di risultati positivi che durava da sette giornate in campionato. La squadra si ritrova ora al nono posto in mezzo ad una fascia molto stretta di avversarie che vivacchiano tra i 27 e i 31 punti: Bologna a 27, Fiorentina a 28, Torino e Udinese a 29, Atalanta con 30, e Milan con 31. La zona Europa League è lì a portata, con il sesto posto della Sampdoria a 34 punti, ben più abbordabile dei 41 della Roma al quinto. Non serve una calcolatrice per capire come una combinazione di risultati possa cambiare le sorti dell’undici di Oddo (e delle altre) nel bene o nel male. Certo l'Udinese può sognare l’Europa League, ma dovrà prima vedersela con i suoi demoni: perché la sconfitta all’Olimpico denuncia qualcosa di più di uno stato di forma calante.

In primo luogo, nonostante Oddo si sia dimostrato sapiente nell’arrivare a stagione inoltrata e nell’inventarsi un sistema di gioco completamente diverso dal recente disastro pescarese basandosi sugli uomini a disposizione, continua a sembrare troppo rigido. Il tecnico ha imposto il 3-5-2, molto adatto ad alcuni dei migliori giocatori in rosa, come Danilo e gli esterni a tutto campo Adnan e Widmer; e ha trovato anche nuove applicazioni per le mezzale Jankto e Barak. La squadra è compatta e si muove con ottimi automatismi, cercando la superiorità numerica con rapide catene di passaggi e i contromovimenti delle due punte, che liberano lo spazio per l’inserimento di esterni o mezzale (l’Udinese infatti attacca per il 74% utilizzando le corsie esterne).

Ma un gioco rigido e persino ripetitivo per certi aspetti può essere controproducente contro squadre che hanno più assi nella propria manica e non abboccano alle esche posizionali di Oddo. Specie se organizzano contromosse tattiche efficaci, tipo mettere in difficoltà il mediano dell’Udinese togliendogli compattezza alla struttura bianconera: nello scontro con la Lazio, appunto, per effettuare un pressing Barak è uscito all’impazzata dalla linea, scoprendo il fianco del centrocampo all'affondo della Lazio.

 

E a proposito di Barak, l’altro punto dolente è che l’Udinese punta molto sulle qualità dei suoi uomini. Jankto, Barak, De Paul, Fofana, Lasagna: sono delle pedine perfette per il gioco che Oddo ha pensato, ma quando un di loro non gira è tutta la squadra a risentirne. È bastato il doppio turno in campionato e la necessità di far riprendere fiato ad alcuni dei titolari per far capitolare Oddo sui suoi dogmi: la rosa dell’Udinese, per quanto sfruttata con grande maestria dal tecnico, è difficile che gli permetterà di competere davvero, nonostante i soli 5 punti di distanza, per la zona Europa League, contro Atalanta, Milan e Sampdoria. 

4. La lotta per non retrocedere è solo un affare per le ultime quattro?

Tra il Bologna a 27 punti e Crotone a 18 c’è una classe di squadre che cammina su una lastra di ghiaccio sempre più sottile e che rischia di cadere nelle acque gelide della lotta per non retrocedere. Chievo, Sassuolo, Genoa e Cagliari stanno attraversando momenti di forma molto diversi e hanno un distacco dalla quartultima posizione tra i 2 e i 4 punti, un gap che non può lasciare nessuno tranquillo. Ma chi rischia di più tra queste quattro squadre?

Genoa

Il Genoa ha perso solo 2 delle ultime 6 partite, vincendo lo “scontro diretto” col Sassuolo e mettendo in difficoltà la Juventus nelle ultime due di campionato. A Ballardini è bastato passare al 3-5-2 adottando delle marcature più conservative, meno rigidamente a uomo e con un baricentro più basso, per far funzionare l’impianto di gioco lasciatogli in consegna da Juric. Questo ha donato una solidità inedita alla squadra genovese (da quando è subentrato Ballardini, il Genoa è insieme alla Juventus la squadra che ha subito meno gol in campionato, appena 4), che le ha permesso di raddrizzare i risultati e stare più tranquilla. Nelle prossime due partite il Genoa affronterà due squadre in forma come Udinese e Lazio, ma non sembra irragionevole pensare che possa comunque racimolare qualche punto.

Sassuolo

Il Sassuolo, tra queste quattro squadre, è quello che sta vivendo il migliore momento di forma, almeno dal punto di vista dei risultati, avendo raccolto ben 11 punti nelle ultime 6 partite. Iachini è riuscito a tornare a far splendere alcuni dei suoi giocatori migliori, come Berardi e Politano, impostando un gioco di transizioni semplice ma efficace. Il Sassuolo, però, ha un calendario che, nel peggiore dei casi, potrebbe minare le certezze faticosamente acquisite fino ad adesso, giocando contro Atalanta e Juventus prima di ospitare il Cagliari in quello che potrebbe rappresentare uno snodo fondamentale nella stagione della squadra emiliana.

Cagliari

La situazione del Cagliari è ambigua e delicata. Il cambio di panchina, da Rastelli a Diego Lopez, non ha dato i frutti sperati e adesso la squadra sarda è nuovamente in crisi, avendo raccolto ben 4 sconfitte nelle ultime 6 partite. Il tecnico urugagliano si è appiattito su un 3-5-2 un po’ scolastico e soprattutto non è riuscito a creare un contesto favorevole per quella che comunque è una delle rose migliori tra quelle prese in esame. Le prossime due partite, contro Crotone e SPAL (che gli sono alle spalle rispettivamente a 2 e 4 punti di distanza), saranno decisive nel cammino futuro del Cagliari. Se dovessero andare male, allora la squadra sarda si ritroverebbe definitivamente a lottare per rimanere in Serie A.

Chievo

Il Chievo sta vivendo una stagione catastrofica, almeno per le aspettative generate nelle stagioni passate dalla squadra di Maran. I veronesi non vincono da 7 partite, e nelle ultime 14 giornate le vittorie sono state appena due. Questo stato di forma ha risucchiato il Chievo in una situazione in cui non era più abituata a stare, e adesso deve cercare di raddrizzare la situazione in due sfide in cui ha poche possibilità di raccogliere punti, contro Juventus e Atalanta. La squadra di Maran è molto in difficoltà: non è riuscita a risolvere gli annosi problemi realizzativi, con Stepinski e Pucciarelli che hanno deluso le aspettative, e non riesce nemmeno più a fare affidamento sulla storica solidità difensiva, avendo subito meno gol solo di Benevento, Verona, SPAL e Crotone. Se il Cagliari dovesse superare i suoi ostacoli nelle prossime due giornate, per il Chievo le cose si metterebbero davvero male.

5. Contro la SPAL l'Inter deve tornare a vincere

L’Inter non riesce a prendere tre punti in campionato da quasi due mesi, da quel pari "con gli occhiali" il nove dicembre scorso all’Allianz Arena di Torino che invece avrebbe dovuto confermare l’idea di solidità dei nerazzurri. La squadra che si presenterà a Ferrara sarà probabilmente il 4-2-3-1 che già aveva quadrato il cerchio di Spalletti ad inizio stagione, con Brozovic come trequartista tra Candreva e Perisic coperto da Borja Valero e Vecino in mediana-regia. Il recupero di Miranda inoltre dà un compagno di giochi a Skriniar e un altro piede buono per le uscite difensive, anche se difficilmente la squadra di Semplici porterà un pressing alto, nonostante la grande attenzione alle seconde palle dei suoi attaccanti.

La SPAL, dal canto suo, oltre al mai scontato vantaggio di giocare in casa, riproporrà probabilmente gli undici che hanno pareggiato ad Udine col 3-5-2. Vincere a Ferrara non è semplice per nessuno, e la SPAL ha raccolto meno di quanto seminato: ha fatto praticamente gli stessi gol del Chievo che invece la precede di cinque posti in classifica con 6 punti in più. Gli spallini si affidano ad una rosa in campo di tre o quattro volpi navigate (Antenucci, Floccari, Viviani, Felipe, Lazzari) a cui si aggiungono giocatori di esperienza come Cionek e Kurtic per aumentare il livello tecnico. Le transizioni offensive sono spesso un po’ sfilacciate per via dei grandi ripiegamenti richiesti agli interni di centrocampo per coprire, ma probabilmente è anche per questo che in campo ci saranno i polmoni e le gambe di Kurtic. L’altro pericolo per la difesa interista potrebbe essere la distanza tra terzino e centrale troppo ampia, che agli occhi di attaccanti scaltri come Antenucci e Floccari si presenterebbe come pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno.

Il 5-3-2 difensivo della squadra di Semplici probabilmente intaserà la trequarti offensiva dell'Inter: la squadra di Spalletti dovrà spingere sulla forza bruta e l’intensità del pressing, lanciare degli ami per far uscire gli avversari dalle posizioni e prenderli in controtempo; oppure dovrà sfruttare la visione di Borja Valero in cabina di regia, affinché sposti il gioco sulle fasce, dove la SPAL soffre raddoppi e sovrapposizioni. In ogni caso, sarà un test per niente scontato per l'Inter.

6. I primi passi del Torino di Mazzarri

Quella contro il Benevento sarà la terza partita del Torino con Mazzarri in panchina, dopo il naufragio della gestione Sinisa Mihajlovic. Sarà un’altra buona occasione per vedere come si sta evolvendo la squadra di Cairo sotto le mani del tecnico toscano, al suo ritorno in Serie A dopo la breve esperienza in Premier League.

Al suo arrivo, Mazzarri ha scelto un approccio abbastanza conservatore, lasciando in campo il 4-3-3 di Mihajlovic e la maggior parte dei suoi interpreti principali (a parte Belotti, ovviamente, ancora infortunato). Solo nella seconda metà dell’ultima partita contro il Sassuolo, finita 1-1, il tecnico toscano ha deciso di provare il suo iconico 3-5-2, più che altro in funzione difensiva contro una squadra che sembrava fisicamente più fresca (Mazzarri nel post-partita ha dichiarato di essere passato alla difesa a tre «perché la squadra faticava»).

Il 3-5-2 in fase di attacco posizionale, con Iago Falque e Niang in attacco.

In queste prime due partite la sorpresa più grande è stata la rinuncia completa a Ljajic, anche a partita in corso, e alla domanda su come funzionerà la convivenza tra Belotti, Iago Falque e il serbo, Mazzarri è stato molto evasivo. A parole, però, Mazzarri sembra essere diventato più flessibile e pragmatico, dichiarando di non voler tornare al 3-5-2 come modulo fisso, ma di insegnare alla sua squadra a giocare con più moduli: «Bisogna sapere cambiare pelle a livello tattico, saper interpretare più moduli perché gli allenatori sono bravi e ti prendono le misure».

Al di là dei moduli, Mazzarri sembra dover più che altro risolvere il cubo di Rubik del suo attacco, che è composto da giocatori molto disomogenei a livello di caratteristiche tecniche. Semplificando all’estremo, si può dire che l’attacco del Torino è composto da due gruppi di giocatori molto diversi tra loro: da una parte una serie di prime punte molto potenti in progressione (Belotti, Niang, Boyè), dall’altra delle ali associative o creative, più propense al gioco corto (Ljajic, Berenguer, Iago Falque).

Mazzarri ha dichiarato che sceglierà il modulo in base alle caratteristiche dei giocatori: «Dobbiamo vincere le partite, non importa con quali giocatori in campo». Ma è difficile pensare a un 3-5-2 di transizioni in cui manchino due tra Belotti, Niang e Boyé, tanto per fare un esempio. Per questo le scelte di Mazzarri nelle prossime settimane saranno interessanti per capire che forma vorrà dare al Torino futuro.

7. Chi si è mosso meglio sul mercato per salvarsi?

Questo che segue sembrerà un concetto pleonastico: il mercato di riparazione serve più ai fanalini di coda del campionato di Serie A che non alle altre squadre. Soprattutto perché le ultime iniziano a razionalizzare e contare i punti sulle dita di una mano, e se un nuovo acquisto può farti fare punti, anche solo uno, allora è un acquisto prezioso. Allo stesso tempo le ultime non hanno dei grandi budget, quindi ogni nuovo arrivo va spremuto fino alla fine.

Dal Crotone è andato via, tornando  in Spagna, il povero Leandro Cabrera, uno che nella penisola iberica era nato, cresciuto nei vivai della Madrid che conta (entrambe le sponde) e che l’estate passata, svincolato dopo tre stagioni dal Real Saragozza, si è visto arrivare i dirigenti del Crotone e non ha saputo dire di no; dopo un inizio discreto è stato messo un po’ da parte da Nicola prima e da Zenga poi, e forse per questo il prestito al Getafe sembra un atto di bontà nei suoi confronti. Anche l’esterno Kragl è finito in prestito, anche lui utilizzato a singhiozzi da entrambi i tecnici alternatisi nella panchina dello Scida; per lui è pronto un salto verso il Foggia in Serie B. In compenso, Zenga ha un nuovo difensore, solido e d’esperienza nonostante la giovane età, come Capuano, uno che può metterci i centimetri quando servono. È arrivato anche un centrocampista fantasioso e razionale come Ahmed Benali, in prestito, che Zenga ha schierato interno di centrocampo con grandi risultati contro il Verona, e in attacco è tornato (anche lui in prestito) il giovane Federico Ricci dal Sassuolo, già protagonista della scalata alla A dei calabresi nella stagione 2014-15. Già nella sfida salvezza col Verona i tre nuovi acquisti si sono dimostrati preziosi.

La SPAL, invece, ha ridisegnata la rosa con una mossa un po’ spregiudicata, rinforzando tecnicamente la parte arretrata della squadra e assecondando l’idea di costruzione bassa di gioco di Semplici: sono partiti il filosofo Luca Mora (direzione Spezia) Oikonomou e Rizzo (tornati a Bologna); sono arrivati invece Thiago Cionek, prezioso centrale nazionale polacco dal Palermo, Dramé, terzino senegalese dall’Atalanta a quanto pare soprannominato "la morte nera" , un misterioso centrale di centrocampo brasiliano giramondo che gioca in Serbia e abita l’Europa League chiamato Everton Bilher, il talentino Vitale, uscito dal vivaio juventino, e il muscolare, dinamico Kurtic, che nelle condizioni ottimali può dare quantità e qualità al centrocampo spallino.

L’Hellas Verona ha ceduto alla Lazio un tassello importante della sua difesa, un Martin Caceres desideroso di rivalsa e di tornare a palcoscenici che più gli competono se il fisico non farà scherzi. In entrata solo prestiti: il difensore romeno Deian Boldor, con un nome da personaggio da Game of Thrones e un passato poco glorioso tra prestiti e società satellite del Bologna; un altro difensore, il più esperto Vuković, che si è fatto le ossa in Turchia; mentre in attacco sono arrivati: lo spuntato Petkovic dal Bologna, che non sarà la stella del fantacalcio di nessuno (0 gol in 21 presenze l’anno scorso coi felsinei) ma fa un sacco di lavoro sporco e usa il corpo per far salire i compagni; e il redivivo Ryder Matos, quello a cui ogni tanto qualche allenatore pensa per ravvivare il suo attacco con un folletto, anche lui non particolarmente generoso sotto porta.

Il Benevento di De Zerbi sul mercato si è comportato come una partita di Football Manager: l’ingaggio dell’attualmente svincolato Sagna (35 anni) da parte delle streghe è una suggestione assurda quanto gioiosa, per quanto ancora non confermata; a questa si aggiungono le voci di un contatto con Yangwa-Mbiwa, che magari sì, il Lione può darlo via, ma pare abbia un ingaggio che farebbe alzare più di un sopracciglio. L’altra fantanotizia è stata quella del provino di De Ciglio, campione d’Italia con la Juventus che si è presentato alle visite con una forma fisica non conforme, e quindi ha ripiegato su una squadra Svizzera.

Al di là delle voci, il Benevento ha ceduto in prestito al Parma quello che sembrava essere il suo gioiellino, Ciciretti, che con De Zerbi ha trovato poco spazio; e sempre in prestito se ne è andato Chibsah al Frosinone. In entrata invece De Zerbi ha mostrato una passione forte per le squadre dell’Europa League, visto che è da lì che è andato a pescare: Billong (dal Maribor a titolo definitivo) è stato già provvidenziale nelle due solide prove contro Sampdoria e Bologna (sì: anche se le streghe hanno preso cinque gol). Il 16 gennaio è arrivato Guillherme, esterno brasiliano classe ’91 con 13 presenze e tre gol in Champions League (e pure un assist nel 3 a 3 contro il Real Madrid); poi, in prestito, sono arrivati il misterioso Djuricic dalla Sampdoria, e l’enorme attaccante Cheick Diabate, dalla Turchia, con una storia gloriosa al Bordeaux (63 gol in 144 match), e Sandro, mediano brasiliano capitano del Brasile campione olimpico under-20 nel 2009 (tra i suoi sottoposti c’era anche Douglas Costa).

Non si capisce bene cosa possano fare tutti questi nuovi giocatori, ma dobbiamo credere nelle idee e nella capacità di De Zerbi di integrarli subito, per una salvezza che sembra impossible ma che può essere divertente da provare a inseguire.

8. Che farà la Roma con Schick?

La Roma non vince in campionato da 5 partite (in cui ha raccolto appena 3 punti) ed è nel bel mezzo dello psicodramma legato alla possibile cessione di Dzeko. In mezzo alla tempesta, per la squadra di Di Francesco rimane sul tavolo la questione dell’integrazione nella formazione titolare di Schick, un nodo ancora irrisolto per via dei problemi fisici che l’hanno martoriato nella prima parte di stagione e che adesso, proprio alla luce della possibile perdita di Dzeko, è riemerso in tutta la sua importanza.

Del ruolo di Schick si era parlato molto a inizio stagione, soprattutto riguardo alla sua possibile convivenza con Dzeko da ala destra. E Di Francesco, che solo pochi giorni fa aveva dichiarato che la presenza di uno escludesse l’altro, l’ha effettivamente schierato praticamente sempre da ala destra, se si escludono solo le partite contro Chievo e Torino (rispettivamente in campionato e Coppa Italia) in cui ha giocato da prima punta, e gli scampoli di partita in cui giallorossi dovevano recuperare il risultato, in cui è stato schierato da seconda punta accanto al centravanti bosniaco.

Nell’ultima partita contro la Sampdoria, Schick è subentrato inizialmente da ala destra, rivitalizzando immediatamente con la sua qualità tecnica la pericolosità dell’attacco giallorosso. Ma il dato più eclatante dall’ultima mezz’ora giocata contro la squadra di Giampaolo è forse proprio quanto l’attaccante ceco si sia ritrovato a suo agio nei movimenti che Di Francesco chiede alle sue ali, donando ai triangoli di fascia dell’attaccante abruzzese una fluidità che in questo campionato non si era praticamente mai vista.

Quando Schick tagliava dal mezzo spazio verso il corridoio esterno, e riceveva spalle alla porta, non si è limitato a scelte conservative all’indietro, ma è anche riuscito a servire quasi sempre di prima la mezzala o il terzino che chiudevano il triangolo centralmente. Nel video qui sotto, ad esempio, riesce a servire sulla corsa Pellegrini con un colpo di tacco dolcissimo, costringendo la linea difensiva della Sampdoria a scappare all’indietro.

Ma anche quando è riuscito a ricevere sull’esterno, senza pressione alle spalle, Schick ha fatto intravedere una grande qualità nel ricoprire il suo ruolo, accentrandosi palla al piede in dribbling mentre i suoi compagni tagliavano alle spalle della difesa avversaria.

Schick ha dimostrato una naturalezza nello svolgere i compiti di Di Francesco che per adesso, nessun’altra ala in rosa ha dimostrato di avere, e che paradossalmente ha perso quando è stato accentrato accanto a Dzeko negli ultimi minuti di partita, costretto a riciclare palloni alti e a un gioco spalle alla porta in cui sembra ancora troppo acerbo.

Di Francesco, nuovamente contro la Sampdoria domenica sera, ha la possibilità di certificare definitivamente l’esperimento, facendolo partire nuovamente da ala destra, ma questa volta da titolare. Se Dzeko venisse veramente ceduto, chissà che i tifosi romanisti alla fine non si ritrovino col rimpianto più inaspettato, e cioè che i due potessero davvero convivere, e con grande profitto.

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