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Alla scoperta di Cheick Diabaté, il gigante buono che ha fatto impazzire Benevento

Serie A

Con un gol nel finale della gara col Crotone ha regalato 3 punti vitali alla squadra di De Zerbi. Ecco la storia dell’attaccante maliano: un tipo più unico che raro, non solo su un terreno di gioco

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Il minuto 88 di Benevento-Crotone è diventato il suo biglietto da visita: cross di Iemmello, sponda di Djimsiti e… piacere, Cheick Diabaté. I primi minuti di serie A (12’), il primo gol, gocce di quel sentimento che ha contraddistinto tutta la sua vita: l’amore.

Cheick Diabaté è uno degli uomini copertina della domenica di campionato. Sì, anche lui. Sicuramente il meno conosciuto, probabilmente il più curioso. Non fosse altro per quei 194 cm che si porta simpaticamente appresso. Ma chi è questo gigante buono che ha fatto impazzire il Vigorito? La stessa domanda che, magari, si sono fatti quelli che hanno assistito al suo primo allenamento col Benevento: prima un mostruoso stacco di testa per rompere il ghiaccio e poi un colpo di tacco a lasciare di sasso il giovane Rutjens (tunnel e palla che si infila nell'angolino della porta degli allenatori).

L’infanzia e la filosofia di vita

“Piacere, Cheick Diabatè”. Anzi, Chuck. Come lo chiamavano a Bordeaux, dove sbarcò appena 18enne dal Mali. Dopo un’infanzia non facile, contraddistinta da due tragedie: la scomparsa della mamma da piccino e la morte - a 13 anni in un incidente - del migliore amico, il compagno con cui passava le giornate a giocare a pallone. “Ancora adesso penso spesso a lui – ha rivelato qualche anno fa in un’intervista alla tv francese -. In quel momento capii che la morte può arrivare prima di quanto uno creda. Per questo ho deciso che la vita è meravigliosa e che va vissuta a pieno. Non serve a niente essere cattivi. Bisogna amare. Amare tutti, anche quelli che ti odiano. Detestare non serve a niente”.

L’esplosione a Bordeaux

E’ la sua filosofia, la filosofia del gigante Cheick, che ha faticato per essere compreso nei suoi primi mesi di Francia. “Quando sono arrivato a Bordeaux nel 2006, a 18 anni, non parlavo il francese e non guardavo mai le persone negli occhi. Per me era quella una forma di rispetto: così facevo con mio padre. Non voleva dire non ascoltare. Ma in Francia non è così e non venni subito capito. Il mio primo allenatore, Patrick Battiston, non mi fece giocare per quasi un anno per questo mio atteggiamento”. Così come nelle giovanili, anche l’impatto in prima squadra a Bordeaux fu un disastro. I fischi dello Chaban-Delmas, assordanti, a ogni pallone che toccava. Ma chi è quel coso lungo e scordinato? Già, pregiudizi. Uno così alto non può giocare a pallone. Poi una doppietta, nella finale di Coppa di Francia contro l’Evian, fece sbocciare l’amore.

E Cheick per esprimere il suo calcio ha sempre avuto bisogno di affetto: “nella mia carriera molti mi hanno giudicato senza conoscermi. Un giorno mi rivolsi a un giornalista che mi criticava: ‘probabilmente tu sei più bravo col pallone di me’. Scherzavo, ma tutti da quel giorno cominciarono a dire che non avevo tecnica e che non potevo giocare a questi livelli. Ma cosa è la tecnica? Per un attaccante come me è posizione, capacità di controllare il pallone e di piazzamento davanti alla porta. La tecnica per uno come me la misurano i gol”. 63 gol in 144 gare, 11° miglior marcatore nella storia dei girondini davanti a gente come Dugarry e Micoud. Alain Benedet, vice di Gillot, uno degli allenatori che ha avuto nella sua parentesi a Bordeaux, lo paragonava a Peter Crouch. Tanto sgraziato quanto efficace.

La parentesi turca e il ritorno in Francia

Diabaté e la Francia, un feeling incredibile che l’attaccante maliano non ha ritrovato nella sua esperienza in Turchia, all’Osmanlispor (16 gare e 6 gol da giugno a dicembre 2016). Appena tornato in Ligue 1, a Metz, è tornato a segnare: 8 gol in 6 mesi e salvezza conquistata. Anche in quel caso un trasferimento a gennaio che ha cambiato il destino suo e del club.

Un po’ la stessa cosa che si augurano a Benevento. Una storia d’amore appena agli inizi. La scintilla scoccata appena 4 giorni dopo San Valentino. Già, San Valentino, quella festa che il giovane Cheick nemmeno conosceva. Sentite cosa diceva un anno fa a Metz…

“Io sono innamorato del calcio e la festa la faccio ogni volta che scendo in campo”. L’ha fatta, la festa, anche al Vigorito. Quei 12 minuti gli resteranno in mente per un bel pezzo. Stavolta ci ha messo il piede e non la testa come biglietto da visita. E, per l’emozione, si è dimenticato pure di fare quella cosa che ama tanto: danzare. “Magari quando non mi vede nessuno”, come raccontava il gigante buono in quest’altra meravigliosa intervista