Caro Daniele...

Serie A

È il giorno dell’ultima partita con la Roma di Daniele De Rossi dopo 18 anni. L’inviato Sky Angelo Mangiante ricorda episodi e vicende di questi anni del centrocampista giallorosso

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Caro Daniele,

Faceva freddo quella sera. C'era la Champions. Roma-Anderlecht. Era il 30 ottobre del 2001. Sembrava inverno inoltrato. Ero a bordocampo, una posizione privilegiata per raccogliere sguardi, parole ed emozioni. Da lì mi trovai a raccontare in diretta il tuo esordio.
Fabio Capello stava per far entrare, al 71' al posto di Tomic, un biondo 18enne della Primavera. Era arrivato il tuo momento. Ancora con zero minuti in Serie A e al debutto con la Roma dei grandi. Quel tuo ingresso in campo me lo ricordo come se fosse oggi. La mascella dura di Capello a darti i consigli e tu che sprigionavi energia. La voglia di dimostrare qualcosa, senza paura. Cominciava quel giorno una meravigliosa carriera.
Per me è stato un privilegio poterti seguire come cronista dal campo in questi tuoi 18 anni di carriera. Doppiamente fortunato per te e Francesco Totti. Mille volte anche per te ho chiamato la redazione dicendo: "Vi mando un pezzo su De Rossi". Bastava questo. Succedeva solo con te e Francesco. Non volevano sapere chi, cosa, dove, come, quando e perché. Bastava il nome: De Rossi.
Cuore, testa e sentimenti. Ti sei sempre espresso come ogni tifoso avrebbe voluto sentire parlare un calciatore della Roma. Passando attraverso due decenni e tante generazioni. In grado di incarnare quell' intrecciarsi delicato e tumultuoso dei sentimenti. Senza mai tradirli. Hai resistito al tempo e alle ferite. Hai sublimato i ricordi di 615 battaglie e ti sei costruito un posto da immortale nella storia del club. Primo giocatore della Roma per presenze e gol in nazionale. Secondo per presenze nel club.
Talmente duro e vero che alla fine tutti ti hanno voluto bene. All'inizio solo i tifosi della Roma. Poi alla fine della carriera anche gli avversari. Perché uno così lo avrebbero voluto nella loro squadra. Uno che è caduto e si è rialzato tante volte. Dalla gomitata a McBride ai rigori decisivi per diventare campione del mondo. La forza di rialzarsi, sempre. Anche dopo l'ultima, tristissima, partita in nazionale. Andando a chiedere scusa, dentro il pullmann della Svezia, per l'inno svedese fischiato da qualche imbecille a San Siro.
Lippi stravedeva per te. Così come Conte. Il blocco juventino della nazionale ti voleva a Torino. All'Inter ti hanno cercato tante volte. Il City di Mancini offriva ponti d'oro. Avresti guadagnato e vinto di più. Ma hai rispettato il patto con te stesso. Quella maglia, quei colori, quella fierezza di sentirsi sempre il primo tifoso. Orgoglioso di poter essere in campo.
Per questo meritavi un'uscita migliore. Nella forma, nella modalità, nell'eleganza.
Ma resta e resterà sempre la grandezza. Anche di prendersi le responsabilità. Dopo i 7-1 subiti, le contestazioni, dopo le tempeste di quel mare di Ostia che si vede negli occhi. Metterci la faccia, sempre. Come nell'ultima partita in Champions due masi fa a Oporto. L'uscita amarissima dalla Champions. Decisero che nessuno avrebbe parlato nel post partita. Chiesero di farlo solo a te. Arrivasti nella mia postazione di Sky da capitano ferito: trascinandoti la gamba. Avevi segnato su rigore, ma poi arrivò la grave lesione muscolare. Mezz'ora in piedi nella sala interviste con un dolore lancinante. Soffrivi dentro e fuori. Ma eri lì. A difendere i compagni. A dare una speranza. Perché nell'immaginario collettivo se parla De Rossi è sicuramente così. Se lo dice lui è sicuramente vero.
Dall'Anderlecht a Oporto, dall'esordio fino all'ultima partita non poteva esserci guerriero più aggrappato al senso di appartenenza. Non poteva esserci una vena in grado di ingrossarsi così tanto in simbiosi con la gente che ora ti aspetta domenica sera all'Olimpico con le lacrime agli occhi.

Faceva freddo quella sera Daniele. Era il 30 ottobre del 2001. Stavolta, 18 anni dopo, non entri in campo, ma nella leggenda. Dopo un lungo e bellissimo viaggio.

Grazie Daniele
 

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