De Rossi a #CasaSkySport: "Vorrei allenare la Roma ma devo meritarlo"

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L'ex centrocampista racconta il momento di transizione: "Sono passato in pochi giorni da vecchio giocatore a giovane allenatore. Sedermi sulla panchina giallorossa è un obiettivo, ma senza fretta". Tra nostalgia... "Non ho mai scelto di lasciare la Roma, ma al Boca mi sentivo un dio"...e ricordi: "Sempre grato a Lippi per quel 2006: che avrei giocato in finale me lo venne a dire Peruzzi"

LA FIORENTINA HA SCELTO DE ROSSI COME ALLENATORE FUTURO

Pensare già da allenatore, la nostalgia boquense e quella giallorossa. Per Daniele De Rossi può coesistere tutto, soprattutto in un momento di transizione come questo: "Sono passato in pochi giorni da calciatore vecchio ad allenatore giovane", sorride l'ex centrocampista nella lunga chiacchierata rilasciata a Casa Sky Sport. "In questo periodo a casa mi sento un po' stretto come tutti quanti, ma la salute c'è e quindi non posso lamentarmi". Il tempo per pensare è tanto: "Ho fatto un percorso da calciatore davvero raro", sottolinea Daniele. "20 anni di fila nella stessa squadra non capitano tutti i giorni. Sicuramente non è possibile ripetere un periodo così lungo da allenatore, soprattutto a Roma. Ma proprio non fa parte della natura del mestiere. Per prima cosa devo diventarlo: fare un percorso di crescita di cui tutti hanno bisogno. Inizio a vedere le cose con una calma che da giocatore non ti puoi permettere, perché sai che l'orologio va avanti. Sedermi sulla panchina della Roma un giorno mi piacerebbe, ma senza fretta". Figlio di Alberto, alla guida delle giovanili giallorosse, già leader in campo: "Inizierò questo percorso non solo perché mi piacerebbe, penso proprio di saperlo fare", ammette lo storico numero 16. "Mi è sempre stato riconosciuto questo ruolo di leader: quindi magari sarò un pochino avvantaggiato da questo punto di vista ma essere allenatore è anche tanto altro".

L'addio all'Olimpico...

26 maggio 2018: dopo 616 presenze e 63 gol, De Rossi lascia la Roma. "Quella notte l'ho vissuta con grande serenità", Daniele ricorda la partita contro il Parma. "Non ho finto neanche per un secondo, mi sono emozionato in alcuni momenti. E altri durante i 90 minuti sono stati un po' di vuoto: non c'erano gli stimoli abituali. Quindi nei momenti di pausa, una sostituzione, un infortunio, mi ricordo che mi guardavo intorno e osservavo quella che era stata casa mia da quasi 20 anni: da questa prospettiva quel posto non l'avrei vista mai più. E lì un po' di magone ti viene". Poi c'è l'altra faccia della medaglia: "Ero sereno, sapevo di aver fatto un percorso negli anni: 'Arrivaci pronto', mi ero detto, 'perché prima o poi arriverà'. Non conta quello che hai fatto in carriera e fa male a chiunque, un forte senso di malinconia. Ma era importante far vedere ai tifosi di essere andato via con un sorriso, perché sono felice di quello che loro mi hanno fatto diventare". Nei mesi seguenti, il video dell'ultimo discorso in spogliatoio, postato su Instagram da El Shaarawy, è diventato virale: "Io non preparo mai niente, inizio a pensarci in quei secondi", sorride De Rossi. "Negli ultimi giorni quei bastardi dei miei compagni mi facevano un applauso in allenamento anche se facevo un passaggio di 5 metri. La richiesta da parte mia è stata proprio quella: non è una partita di beneficenza, non voglio che mi passate sempre la palla. E' una partita di calcio e la voglio fare alla mia maniera. Il fatto che sia finita 0-0 è di una tristezza unica ma è anche in linea con quello che volevo io".

...e quello al Boca

Poi un'estate difficile, e un nuovo stimolo dall'altra parte del mondo. "Non ho scelto io di lasciare la Roma e ho scelto io di lasciare il calcio", ammette De Rossi. "Sono stati entrambi due momenti difficili: una volta perché qualcuno aveva deciso per me e un'altra perché era la cosa più giusta da fare per la mia famiglia che ne ha subito tratto grande beneficio. Sara, la mia compagna, mi ha dato tanto ed è sempre stata fondamentale nelle mie scelte. Prima è stata pronta ad accettare l'Argentina, poi si è innamorata di quel posto come me e la ringrazio ancora per non avermi tenuto il broncio quando siamo tornati indietro: lì ormai avevamo creato una sorta di famiglia". L'ex giocatore spiega di non aver più sentito i dirigenti della Roma per un possibile futuro, mentre si sofferma sull'incontro con Riquelme: "Con lui ho avuto un rapporto molto semplice e diretto: gli ho spiegato le mie situazioni e mi ha fatto capire che puntavano comunque su di me. Che a parlarmi fosse un poeta del calcio, mi ha fatto effetto. Mi sono allenato 5 giorni con la squadra, con i ragazzi che continuavano a chiedermi di rimanere: a un certo punto ho dovuto andarmene di punto in bianco, perché se non l'avessi fatto subito sarei rimasto, facendo un danno alla mia famiglia. Ma io lì stavo da dio. Ho una nostalgia forte e pesante di quel posto. Non solo calcistica, ma anche per la gente. La città". E sul fascino di Buenos Aires interviene da casa anche Daniele Adani. Lato River, però: "Per Almeyda e perché se bisogna scegliere, dico el mas grande", spiega l'ex difensore. De Rossi non ci sta: "Il Boca l'ho scelto da ragazzino, guardando le immagini delle tifoserie che mi appassionavano in giro per il mondo. E naturalmente per Maradona, da sempre uno dei miei idoli. Tutti quanti sanno cos'è questa squadra, ma nessuno la conosce veramente. Non so chi sia el mas grande, ma chi dà mas amor è sicuramente il Boca".

 

Lippi e il 2006: "Senza quei 60' più rigori avrei un ricordo diverso"

La chiacchierata prosegue con un tuffo nel passato. Quello più bello, nella lunga carriera di Daniele: "L'hanno detto un po' tutti quanti, non posso non ricordarlo io quanto Lippi sia stato imporante per quella Nazionale", il pensiero del vecchio allievo all'ex ct alla vigilia dei suoi 72 anni. "Era un'Italia di grande talento, ma forse non era la squadra più forte di quel torneo: c'erano la Francia, la Spagna, il Brasile. Il Mondiale l'abbiamo vinto perché siamo stati dei grandi lottatori, dei grandi ragazzi. E perché Lippi dal primo giorno ci credeva tanto, nemmeno noi ci credevamo fino in fondo a quel che diceva". In quel mese a Duisburg si è consacrata quell'alchimia vincente costruita nel biennio precedente: "Lui ha creato una squadra di club", spiega De Rossi. "In Nazionale non è mai facile instaurare l'affiatamento e un rapporto di quotidianità vedendosi una volta ogni 30 giorni. Invece Lippi è riuscito a creare un gruppo di amici nell'arco di due anni, oltre ad averci capito a livello tecnico e tattico. Tutto questo poi si è visto nel momento di soffrire. E per me, se non ci fossero stati quei 60 minuti più rigori contro la Francia, quel trionfo in Nazionale ancora oggi avrebbe avuto un sapore un po' agrodolce". Quella gomitata a McBride contro gli Stati Uniti aveva rischiato di compromettere il mondiale del centrocampista, allora 24enne. "Quattro giornate di squalifica. Ma io la fiducia di Lippi l'ho sempre sentita, anche quando era incazzato dopo l'espulsione e i miei compagni facevano comunque il loro dovere. Ho sempre sentito che qualora ci fosse stata l'opportunità di rientrare lui mi avrebbe ributtato dentro". E così fu: "Qualche giorno prima della finale Peruzzi venne da me e mi disse: 'Guarda che questo è matto, forse ti vuole far giocare dall'inizio'. Io mi preparai, era chiaro che sarei potuto essere della partita. Sono partito come un panchinaro che però doveva fare il suo di lì a poco. E' andato tutto bene e rimane il ricordo più memorabile che ho della mia carriera calcistica".

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