Barella, il capitano del futuro

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Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

©Getty

Barella come Tardelli, lo dice anche Mancini. In entrambi la vocazione irresistibile a cogliere l’attimo. Il ritratto del candidato al ruolo di futuro capitano dell'Inter lo dipinge Giorgio Porrà nella puntata de "L'Uomo della Domenica"

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Non è certo l’unico protagonista dello scudetto atteso da 11 anni in casa nerazzurra. Ma Nicolò Barella è una delle più belle conferme del campionato interista. Ed è anche l’uomo nuovo del calcio italiano, in missione per conto di Mancini, oltre che di Conte. L’Inter e la Nazionale modellano oggi i loro destini anche attorno alle sue tante differenze. Perché Nicolò Barella dispone di talento poliedrico e ha dimostrato di saper fare molte cose, per sé e per gli altri. Tutte cose che profumano di luccicante modernità. “Chi non dà tutto, non dà nulla” diceva Helenio Herrera. E Barella non si risparmia mai. Con la concretezza di chi ha imparato a correre prima di camminare, senza mai la tentazione di rallentare, di voltarsi indietro. Le radici isolane se le porta dentro. Ha il senso per il gioco, come quello per la vita, Barella osa, sempre, senza mai deragliare. Può diventare un simbolo. E’ già promessa ampiamente mantenuta. Candidato al ruolo di futuro capitano per l’Inter plasmata da Antonio Conte. “Un predestinato – sosteneva Gigi Riva -. Da piccolo aveva già la testa da grande".

Riva
Foto Cagliari Calcio

Riva, Matteoli, Zola

Solo a sentirne i nomi i sardi fibrillano, si commuovono. E non solo quelli più agée. Succede quando certe figure diventano devozione popolare, quando un’intera comunità sceglie di ancorarle per sempre nella propria geografia sentimentale. Questione di classe e di imprese, certo. Ma in questo caso, nel caso di Riva, Matteoli e Zola, c’è un vincolo sacro che riguarda più gli uomini, la loro speciale natura, che gli sportivi. Beh, sarà una coincidenza, e non lo è, ma sono stati loro a svezzare il precoce talento di Barella, che a 3 anni e mezzo già sgambettava nella Scuola Calcio Gigi Riva. A rifletterci, sceneggiatura davvero ben congegnata, in sequenza le impronte decisive di tre simboli nella sbocciatura del nuovo idolo del calcio sardo. Fu Matteoli a portare Barella al Cagliari, Zola a lanciarlo in prima squadra, Riva a spiegargli la responsabilità di tatuarsi addosso una terra, un popolo. Fino ad affermarsi, nella gestione Giulini, come il più giovane capitano nella storia del club. E non solo, anche il più rapido, a debuttare, a segnare in Nazionale.

Dall'isola al cuore dell'interismo

Vista così, più che un’ascesa, quella di Barella è una schioppettata. Il volo spericolato di un ragazzo dominato dall’impazienza, dalla sfrontatezza. Tappe bruciate smussando spigoli, limando sbavature. Ragionando, coi suoi allenatori, Rastelli, Lopez, Maran, sugli atteggiamenti da correggere. L’eccessiva animosità, i morsi sui polpacci, i troppi cartellini. O la palla tenuta in ostaggio, il ricamo di troppo, l’allungo disordinato. Con il sacro fuoco a divampargli dentro, a sabotargli l’autocontrollo. E poi Barella è diventato centrocampista totale anche sfiancandosi nel lavoro di rottura. E giostrando in più ruoli. Anche in quelli meno graditi. Dall’isola al cuore dell’interismo e del progetto azzurro. In tanti avrebbero vacillato. Lui no. Anzi, Barella insiste nell’usare la fierezza come antidoto alla pressione. E’ la cosiddetta costante resistenziale sarda, qui applicata al football. L’attitudine a sopravvivere a tutto. Anche a un fulmineo decollo di carriera. A svolte in sequenza. E a un divorante senso della sfida. Qualunque sia la posta in palio. Uno scudetto, un obiettivo europeo, un trionfo a “scalineddu”, la guerra da cortile a colpi di figurine. 

Barella

Il paragone con Tardelli

“Barella mi ricorda Tardelli – dice Roberto Mancini, che esattamente 30 anni fa conquistò un altro scudetto lungamente atteso con la Samp -. Hanno tante qualità in comune, tecnica, tiro, elevazione, inserimento. Anche Nicolò non molla mai. Deve solo fare qualche gol in più”. E se è vero, come è vero, che i progressi di un giocatore si misurano anche in base allo spessore di certe suggestioni, beh, l’evoluzione di Barella ha ormai assunto cadenze vertiginose. E in questo grande gioco sono le analogie con Marco Tardelli ad intrigare maggiormente. Gambe come molle, come lame, stessa tensione, elettricità, sana arroganza, il talento speso tra gregariato di lusso, impennate di tremendismo, colpi da campione. E poi l’istinto per la verticalità, l’assalto improvviso, lo spunto tra le linee, il tocco filtrante, i gol sempre diversi. In entrambi la vocazione irresistibile a cogliere l’attimo.

Lo stupore di Arrigo Sacchi

E poi Barella, come Tardelli, interpreta la corsa come gesto tecnico. Mai a vuoto, mai banale, fosforo dentro ogni scatto, con la rombante complicità di tendini, nervi, cartilagini. E come lui si segnala anche in quota, a dispetto dei 172 centimetri, afferrando liane apparentemente invisibili. La forza mentale alla base della scalata. Non esiste alternativa al successo. L’ambizione va spinta all’estremo, come la falcata, il chilometraggio, come l’orizzonte di chi forza qualunque limite. Se Barella fosse un verbo, “osare” sarebbe perfetto, quello capace di rappresentarlo meglio. Nulla lo entusiasma di più, assieme al gusto di declinarlo, quel verbo, in totale libertà, senza troppi lacci, museruole. Osare come respirare. Sorta di bungee jumping palla al piede. Il suo modo di sgomitare nel mondo. E mai, proprio mai, per linee orizzontali. Sostiene Arrigo Sacchi di non aver mai visto nessuno migliorare, strutturarsi, con la sua rapidità. Oggi è un altro Barella, ricorda Sacchi, rispetto a quello che sbarcò a Coverciano, allora tra i più piccoli, tra i meno dotati. Progressi segnati dal lavoro di Conte, di Mancini, anche loro hanno osato, puntando senza indugi sul suo potenziale.  

Barella e Conte
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Il vento che soffia dal futuro

Conte ne ha soffocato le pulsioni anarchiche, dotandolo di ordine tattico, codici da rispettare, mappe da seguire. Assieme all’ideale investitura di capitano del futuro. Mancini ne ha stimolato le voglie offensive, ne ha dilatato il raggio d’azione, spingendolo verso la porta. La sua è un’Italia con la faccia, il coraggio di Barella, che allo stesso modo sostiene, alimenta il Contismo, col suo ipercinetico attivismo, il repertorio in evoluzione, la maturità del bambino che inseguiva il pallone tra le auto.

In fondo, quello che sognava il ragazzo sardo mentre Riva e Zola gli impartivano la loro benedizione, stupire e stupirsi, giocando sempre d’anticipo, per afferrare il vento che soffia dal futuro.  

Nicolò Barella è il protagonista della puntata de “L’Uomo della Domenica”, disponibile on demand.

UDD

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