Come una liberazione, anche per i Moratti

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Massimo Corcione

Massimo Corcione

©Getty

Nessun interista la notte del Triplete, quando Mourinho celebrò con una fuga a sorpresa il trionfo più bello, avrebbe potuto pensare a un’Inter vincente senza un Moratti alla guida. Invece, il primo scudetto della nuova era è arrivato otto anni dopo quel taglio che in pochissimi avrebbero ritenuto possibile.

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Il luogo della felicità

La squadra, per tutti e non solo in Italia, era vista come un’appendice della Famiglia. Anche il primo lungo distacco, dal 1968 al ’95, era stato superato come un incidente di percorso, un fraintendimento che aveva generato una separazione innaturale interrotta quando finalmente Massimo decise che era giunto il momento del ritorno. Nella casa ideale dei Moratti, l’Inter era la stanza dei trofei, il luogo della felicità. È stato così dal 1955, da quando il (futuro) cavalier Angelo aveva comprato il club quasi fosse un gioiello da regalare alla moglie Erminia, nerazzurra nel cuore. In realtà adottò una generazione di campioni che non sono mai spariti, che hanno scritto pagine irripetibili.

Le 'fisse' dei presidenti

Quella dei presidenti era una presenza costante, un riferimento (e, a volte, un incubo) preciso anche per chi guidava le operazioni dalla panchina: le discussioni tra Angelo Moratti e Helenio Herrera sull’utilità dei belli ma inutili Angelillo e Corso ricordavano i dialoghi tra sordi: finì uno a uno, con l’argentino tagliato l’estate prima di uno scudetto e lo splendido mancino veronese salvato più volte, nonostante H.H. ne avesse chiesto esplicitamente la testa. Stesse scene replicate, decenni più tardi, quando il pupillo da difendere era Alvaro Recoba, chiodo fisso di Massimo Moratti che lo avrebbe schierato anche come compagno di briscola. Intorno c’erano campioni ineguagliabili, l’orgoglio di casa: soprattutto italiani gli eroi degli anni sessanta, quelli del Sarti-Burgnich-Facchetti-Bedin-Guarneri-Picchi, un rosario che continuava con Jair-Mazzola-Peirò-Suarez-Corso. Più o meno giocano sempre loro, la memoria ringrazia. Lo sforzo è maggiore con Mourinho, ma la gioia ripaga la fatica: con Julio Cesar, Maicon, Cordoba, capitan Zanetti, Samuel e Materazzi, c’erano il giovane Balotelli, Cambiasso, Milito, il geniale Sneijder, Stankovic, Thiago Motta, E’too. Molta meno Italia, ma tantissima voglia di vincere qualcosa di storico.

A sinistra Angelo Moratti e Corso che alza la Coppa Campioni; a destra Massimo Moratti e Recoba alla Pinetina
A sinistra Angelo Moratti e Corso che alza la Coppa Campioni; a destra Massimo Moratti e Recoba alla Pinetina

La festa della liberazione

Un racconto cominciato quasi settant’anni fa che oggi pare uscito dal libro dei miti e delle leggende: verità a volte troppo belle per essere anche vere. Comunque un esempio, possibilmente da seguire. Era la missione, tassativamente da eseguire, affidata ad Antonio Conte, allenatore che è abituato a vincere, quasi sempre: con la Juventus prima e poi addirittura con il Chelsea nella Premier. Non ci sono però affinità con chi nel lungo periodo lo aveva preceduto: Conte è un italiano autentico che ha italianizzato l’esercito di ottimi calciatori stranieri che gli è stato affidato. La coppia Lukaku-Lautaro Martinez regge il confronto con chiunque, come Barella e Sensi. Stavolta il presidente non è tifoso, in Cina non si innamorano del talento, dal lontano Oriente  sono arrivati messaggi precisi che non avrebbero tollerato risposte fuorvianti: sono già cominciate le consultazioni per la prossima stagione. Il risultato arriva prima di tutto. Ora che l’obiettivo principale è stato raggiunto, che la festa cominci. Presidente Moratti, liberi di nuovo la sua mente, anche per lei comincia la nuova liberazione.

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