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Giorgio Ascarelli, il fondatore del Napoli nel libro di Smulevich

a sky sport 24

Il giornalista e scrittore Adam Smulevich ha riportato alla memoria la figura di Ascarelli, grande imprenditore e filantropo, e soprattutto fondatore del Napoli nel 1926. Lo ha fatto nel suo libro "Giorgio Ascarelli, imprenditore e filantropo"

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Giorgio Ascarelli capì 100 anni fa che era il momento di dare al Sud e a Napoli una squadra di calcio. In un periodo in cui il pallone era monopolio delle città del Nord. Una storia riportata alla luce nel libro di Adam Smulevich, giornalista e scrittore che è stato ospite a Sky Sport 24 per parlarne.

Giorgio Ascarelli. Filantropo e imprenditore a Napoli

C’è stato un tempo, nell’Italia tra le due guerre, in cui il nome di Giorgio Ascarelli era noto a tutta Napoli. Imprenditore visionario, filantropo e protagonista della vita cittadina, contribuì a trasformarne il volto economico e sociale, sostenendo iniziative culturali e benefiche e promuovendo forme innovative di tutela dei lavoratori. Il suo nome è legato soprattutto alla nascita del Napoli, la squadra che avrebbe incarnato passioni e speranze di un’intera città. Per Ascarelli il calcio non era soltanto uno sport, ma uno strumento di coesione civile e identità condivisa. Animato da questa visione, realizzò a proprie spese uno stadio moderno e all’avanguardia, destinato a diventare il simbolo delle ambizioni di una Napoli affamata di futuro. Adam Smulevich restituisce il ritratto di un uomo profondamente legato alle proprie radici ebraiche e al destino della sua città. Alla sua morte, nel 1930, migliaia di persone si raccolsero per rendergli omaggio. Eppure, pochi anni dopo, il regime fascista ne cancellò il nome dallo stadio da lui voluto, oscurando progressivamente il suo lascito. Questa biografia restituisce alla storia e alla memoria collettiva il volto di un protagonista dimenticato del Novecento italiano.

Il primo capitolo del libro

Muore Ascarelli

"Percosso da un duro fato, Ascarelli si eclissa per sempre. Ma il suo nome attraverso l’ultima opera sua resterà scolpito nel cuore dei soci del club azzurro, degli sportivi tutti della nostra città, di quanti ebbero occasione di apprezzarne le specialissime doti di mente e di cuore". Molti occhi arrossati leggono questo epitaffio del Mattino in data 13 marzo 1930. Vittima di una peritonite degenerata in pochi giorni, il trentacinquenne Giorgio Ascarelli è osannato da una parte dei suoi concittadini per la determinazione con la quale ha portato la sua ditta di tessuti a imporsi sulla scena nazionale e internazionale, ma soprattutto come il fondatore della squadra di calcio del Napoli e come il benefattore che ha donato alla città uno stadio realizzato a proprie spese, dalla prima all’ultima pietra. È «l’ultima opera» alla quale allude il Mattino, inaugurata poche settimane prima in un tripudio di folla. Imprenditore, pioniere del pallone, filantropo attento al sociale: non c’è forse a Napoli persona più amata dell’uomo che si sta andando a seppellire. E così una fiumana di gente, migliaia di persone di ogni risma, ne scorta la salma dalla villa di Posillipo dove la sua vita si è spezzata all’improvviso fino al cimitero destinato ad accoglierne le spoglie in zona Poggioreale. C’è chi abbassa il capo, chi si fa il segno 9della croce al passaggio del carro funebre. Le preghiere del rito, però, non sono cattoliche, ma di altro timbro. «Sia il Suo grande nome benedetto per tutta l’eternità», scandisce una voce di rabbino. «Sia lodato, glorificato, innalzato, elevato, magnificato, celebrato, encomiato il nome del Santo Benedetto Egli sia, al di sopra di ogni benedizione, canto, celebrazione e consolazione che pronunciamo in questo mondo». È il kaddish, la preghiera ebraica per i morti. Per secoli è stata bandita da Napoli per effetto dei decreti di espulsione promulgati dai regnanti di Spagna alla fine del Quattrocento, così come ogni forma di vita ebraica ostentata e “marrana”. In quel giorno di marzo del 1930 si diffonde nell’aria, idealmente oltre la soglia del cimitero israelitico, per scandire un commiato doloroso. Gli ebrei definiscono i cimiteri Bet ha-kevarot (casa delle tombe), Bet ‘olam (casa dell’eternità) e Gutort (buon posto). La denominazione più diffusa è però Bet ha-chayim, casa della vita. Un ponte verso la vita eterna, un luogo in cui fissare vite e memorie. Il ricordo di Ascarelli, si dice, vivrà per sempre. Ascarelli è stato tra i grandi napoletani del Novecento. Versatile ingegno, fu uomo poliedrico e magnanimo. E per questo lodato, osannato e tripudiato. "Cuore d’oro, generosissimo, pagava lautamente il suo tributo alle opere benefiche, silenziosamente, senza strombazzature, non per la vanagloria di cercarsi una fama, ma per il solo intimo piacere di fare del bene" scrisse la Gazzetta dello Sport nel raccontarne il trapasso. "Quante istituzioni di beneficenza, quante povere famiglie desolate e afflitte, quanti casi dolorosissimi hanno attinto dalla fonte munifica di Giorgio Ascarelli?". I dipendenti della sua ditta godevano di “privilegi” senza termini di paragone in quella Napoli che faticosamente provava a rialzarsi dal dramma del colera e a dire la sua nel contesto nazionale. Lodato, 10osannato e tripudiato. Ma presto anche messo da parte. L’antisemitismo di Stato non era lontano dall’annunciarsi e, una volta palesatosi in tutta la sua violenza e cinica rimozione, a partire dall’autunno del ’38 decise di cancellare, tra i nomi della lista, anche il suo. Eppure Ascarelli è tutto (o quasi) a Napoli. È nella squadra di calcio, elemento inalienabile dell’identità locale, che Ascarelli fondò anche per dare al Sud la prospettiva di un possibile scudetto. È nelle tante innovazioni tra imprenditoria e welfare che fanno di Giorgio, nella scia del padre Pacifico, un precursore di Adriano Olivetti e della sua teoria del lavoro come felicità collettiva. È nei palazzi, nelle strade e nelle istituzioni in cui si districa la sua breve ma densa vicenda umana. È nell’eleganza raffinata della collina di Posillipo, dalla quale ogni giorno guardava il Golfo di Napoli ringraziando il Cielo (e l’intraprendenza commerciale del padre) per la sua prosperità. Ed è anche nel più umile Rione Ascarelli, sorto là dove si ergeva il “suo” stadio, che con orgoglio rivendica il suo essere in parte autonomo rispetto al vicino Rione Luzzatti, noto anche per la saga letteraria e poi cinematografica de L’amica geniale. Zona a lungo pregna di stagni e paludi, urbanizzata nei primi anni del fascismo perché “bonifica” era la parola d’ordine di quel momento storico, prima che la “bonifica” riguardasse non terreni ma uomini di cui erano avversate l’identità o le idee.

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L'autore Adam Smulevich

Adam Smulevich, giornalista, è nato nel 1985 a Firenze. Lavora nella redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ed è autore di vari saggi dedicati a temi ebraici, alla società israeliana e al mondo dello sport. Con Giuntina ha già pubblicato Presidenti. Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma e, con Max Castellani, Un calcio al razzismo. 20 lezioni contro l’odio. Sempre con Castellani ha scritto A futura memoria. Storie di sport, lezioni di vita (Minerva, 2023), segnalazione particolare al concorso letterario del Coni.

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