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Arnautovic, dall'Inter del Triplete allo scudetto con Inzaghi: la sua parabola nerazzurra

14 anni dopo

Vanni Spinella

Da “mascotte” del Triplete a “co-protagonista” della seconda stella. Quattordici anni dopo aver fatto la comparsa nell’Inter di Mourinho (e il cerimoniere nella notte di festa a San Siro per la Champions), Marko Arnautovic è tornato con un ruolo simile ma più maturo. Ritagliandosi il suo spazio anche nel cuore dei tifosi

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L’avevamo lasciato che saltava e ballava all’alba, probabilmente anche un filo su di giri, davanti a uno stadio in festa. Felice come un bambino, si dice in questi casi, ché poi Marko Arnautovic, all’epoca, un bambino o poco più lo era davvero. Classe 89, visse il Triplete che aveva appena compiuto 21 anni. In uno spogliatoio con gente come Zanetti, Cambiasso, Samuel, Milito o Cordoba significa essere un cucciolo. Quella notte, a San Siro, appena rientrato dal Bernabeu con una coppa con le orecchie in più tra i bagagli, lui lanciava i cori, e si sarebbe anche lanciato tra la folla: entusiasta come se quella coppa l’avesse decisa lui. “Guarda Arnautovic, che matto!”, sugli spalti la gente si dava di gomito e lo indicava, eleggendolo mito e “mascotte” dopo che lui si era autoeletto gran cerimoniere della festa.

Tre presenze mi posson bastare

Protagonista assoluto, al centro del prato di San Siro, dopo che in quella stagione ci aveva messo piede – per giocarci – appena 2 volte, 54 minuti in tutto, dopo un esordio da 2’ a Verona contro il Chievo arrivato solo il 6 gennaio (ma prima c’era stato un infortunio da smaltire). L’unica volta in cui Mourinho l’aveva veramente “visto” era stata quando l’aveva mandato in campo, tipo mossa della disperazione, nel secondo tempo di Pazza Inter-Siena, quello del 2-3 che diventa 4-3 nei 2’ finali, con Samuel (il difensore, non Eto’o) piazzato centravanti. Poi, quasi 4 mesi di panchina prima di rivedere il campo per 9’ contro l’Atalanta, e stop. Tre presenze, insomma, che però nella notte tra il 22 e il 23 maggio gli bastavano per sentirsi uno di loro, un invitato alla festa a tutti gli effetti, e non un imbucato. Aver fatto parte di quello spogliatoio per un anno intero era un biglietto da visita sufficiente per mettersi un Triplete nel curriculum. Mascotte a chi?

Il miglior amico di Balotelli

A 20 anni o hai già la testa di Zanetti, pettinato con la riga di lato e disposto ad allenarti anche la mattina prima del matrimonio, oppure Milano sa come tentarti. Discoteche e locali diventano i rifugi del giovane Arna, che anni dopo svelerà quello che già tutti sapevano: "A Milano c'erano Fashion Week, ristoranti, club e belle donne. Per me era impossibile smettere". Il migliore amico? Mario Balotelli, e chi sennò? E così la sua carriera sembrava già segnata. Ha i numeri ma non la testa. Immaturo. Peccato perché con quel potenziale… Nessuno si stupisce quando l’Inter, a fine stagione, non lo riscatta. Decide di puntare su di lui il Werder Brema e debutta pure in Champions. Da campione in carica. Nel girone, il Fato si diverte a farlo capitare contro le sue due ex squadre, Inter e Twente: segna a entrambe. Poi gli anni passano, le stagioni si alternano, e Marko Arnautovic quasi ce lo dimentichiamo. Lo si ripesca ogni tanto in fondo alla memoria, come quello che fece il pazzo all’alba a San Siro nella notte del Triplete o che si diverte facendo lo scemo alle spalle di Maicon, in un'intervista post-impresa del Camp Nou diventata storica. Il mercato lo porta in Premier, 6 buone stagioni tra Stoke e West Ham, e quando ci arriva la notizia del suo passaggio in Cina, allo Shanghai Port, lo interpretiamo come un chiaro segnale di fine carriera.

Un "nuovo" Arnautovic

In realtà Arnautovic ha 30 anni, e deve ancora iniziare la sua seconda vita. Lo stupore quando il Bologna va a ripescarlo – ma chi? Ma quell’Arnautovic? Ma non si era ritirato? -, poi capiamo quando lo vediamo destreggiarsi nelle aree di Serie A. Non può essere quell’Arnautovic. Questo è il fratello maggiore. Ventiquattro gol in due campionati, quando incrocia l’Inter a San Siro si prende due 6-1 in faccia, ma restituisce un gol e un ricordo di sé che resta lì, sospeso nell’aria. Marotta e Ausilio vanno a ripescare quel ricordo quando Lukaku volta le spalle, Scamacca dice no e serve un centravanti “vero”, vecchia maniera, convinti che Thuram ancora non lo sia. Arnautovic non si presenta con la riga di lato, ma coi compiti fatti sì. Capisce immediatamente cosa ci si aspetta da lui, quale sarà il suo ruolo, e si adegua. Quattordici anni dopo lo ritroviamo ugualmente ai “margini” dello spogliatoio, ma in modo diverso. Ancora una volta non è il protagonista, ma in una squadra così lo diventi anche se sai come comportarti. Mai una parola fuori luogo, mai un atteggiamento sbagliato, un rapporto d’amore quasi istintivo con i tifosi, che comunque gli riconoscono di essere stato uno di “quel gruppo là”, anche se non esattamente uno degli Eroi. Non sarà il “suo” scudetto, questo, ma nulla gli impedirà di festeggiarlo come solo lui sa fare.