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06 gennaio 2017

NBA, Golden State vuole vendicarsi di Memphis

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Lo scorso 10 dicembre, sul parquet dei Grizzlies, è arrivata la sconfitta più dura dell'anno per Golden State, battuta nettamente 110-89. Su Sky Sport 2 Kevin Durant e soci cercano il riscatto e la decima vittoria interna consecutiva

Era il 10 dicembre di quello che nel frattempo è già diventato l’anno scorso, e sul parquet del FedEx Forum i Memphis Grizzlies ospitavano i Golden State Warriors. Se è vero che i padroni di casa cavalcavano una striscia aperta di cinque successi, gli ospiti di serata erano la miglior squadra NBA, che si presentava in Tennessee avendo vinto 16 delle ultime 17 gare, il miglior record NBA (20-3) e il miglior attacco della lega (115.1 di Offensive Rating). Gli Warriors, insomma, quelli di Steph Curry, Klay Thompson, Kevin Durant e compagnia, non Magic, Lakers, Pelicans, Sixers o Blazers, le cinque vittime precedenti, tutte squadre dal record negativo. In più a Memphis mancavano la propria stella Mike Conley in regia, il nuovo innesto Chandler Parsons e pure un veteranissimo come Vince Carter, sempre capace di tornare utile. Ne è venuto fuori un massacro — ma non per la squadra apparentemente favorita. Golden State ha guidato la prima sfida stagionale con i Grizzlies per soli 31 secondi, finendo sonoramente sconfitta 110-89, la prima e unica gara chiusa sotto i 90 punti e la prima e unica esibizione terminata con un saldo negativo tra assist (solo 15, proprio loro che in 25 occasioni quest’anno hanno distribuito 30 o più palloni smarcanti, per un record di 24-1) e palle perse (23). Ora le due squadre si incontrano nuovamente, e immaginarsi la sete di vendetta dei californiani è fin troppo facile.

Circolazione di palla e canestri — Alla Oracle Arena, difatti — dove non si trova un biglietto da 207 partite consecutive — Golden State (31-5) ha un record di 16 vinte e 2 sole perse (cortesia tutta texana, Spurs all’esordio stagionale, poi Rockets), segna 121.4 punti di media, è in striscia aperta di nove successi e nelle ultime quattro ha fatto registrare numeri strabilianti: 30 o più assist in ognuna di queste esibizioni, combinati a una percentuale di tiro sopra il 50%. Un rendimento del genere — che riflette l’altruismo di squadra, la circolazione di palla e la precisione al tiro degli interpreti in maglia Warriors — era successo per la prima volta nella storia della franchigia proprio all’inizio dell’anno, con ben 5 gare chiuse da Golden State a 30 o più assist e sopra il 50% al tiro (fino alla gara del 18 novembre a Boston). Un’altra prestazione del genere contro i Grizzlies e il record di franchigia verrebbe eguagliato, ipotecando probabilmente anche il risultato della gara. La macchina da guerra di coach Steve Kerr sembra assomigliare sempre più a un collettivo più che un insieme di grandi individualità: detto della stagione da massimo in carriera per percentuale al tiro (53.8% dal campo), rimbalzi (8.6!) e stoppate di Kevin Durant, del solito primo posto nella lega di Klay Thompson nella specialità del catch and shoot (10.7 punti a partita, è leader NBA per il terzo anno in fila) e del secondo migliore dato per palle perse in carriera di Steph Curry (da sempre un suo problema, oggi solo 2.8), è forse il rendimento di Draymond Green quello che rimane più sotto traccia ma non va affatto dimenticato. Anzi, forse oscurato da qualche suo comportamento sopra le righe, l’ex Michigan State sta producendo un’annata da massimi in carriera per assist (7.6, è settimo in tutta la lega!) e recuperi, saldamente al comando in un’ interessante indicatore difensivo come quello delle deflection a partita (le palle toccate, sporcate, non necessariamente recuperate, 4.3) e quinto per tiri contestati agli avversari (13.8) — due categorie in cui gli Warriors guidano tanto per cambiare la NBA.

Memphis, non solo difesa — Se c’è una squadra che può provare a fermare (come già dimostrato a dicembre) le combinazione realizzative del quintetto Warriors (reduce contro Portland da una delle tre esibizioni stagionali con due compagni a 30 o più punti, nello specifico Curry a 35 e Durant a 30), questi sono i Memphis Grizzlies di coach Fizdale, che allena il 24° attacco per efficacia della lega ma la seconda difesa, a un’incollatura dal primo posto dei San Antonio Spurs. Da sempre conosciuti per lo stile Grit & Grind così amato in città — tutto difesa e grinta, da squadra tosta e dura mentalmente (non un caso il record di 13-2 in gare clutch, risolte nel finale) — oggi i Grizzlies sotto il loro nuovo allenatore stanno cercando di aprire un po’ di più verso il perimetro il loro gioco offensivo, per allontanarsi da quel tipo di pallacanestro orientata in post che per anni ha visto Gasol e Randolph come principali perni interni dell’attacco. Non un caso, allora, le quasi 12 triple a sera messe a segno (col 42%) nelle ultime otto gare, dato che scende a 8.9 sull’intera stagione ma che precipita a 4.8 se si considerano le sei annate precedenti. Più pericolosità al tiro perimetrale, la stessa ferocia difensiva: una ricetta che il mese appena chiuso è sembrata dare i suoi risultati, col dicembre più vincente (11-6) nella storia della franchigia. Peccato che gennaio si sia invece aperto con due ko in fila e che gli infortuni continuino a tartassare la squadra di coach Fizdale, che ha contato 99 assenze totali nelle ultime 29 partite (di cui 18 comunque vinte), dalle 16 gare saltate di Parsons alle 11 di Conley. Non è della partita JaMychal Green (mandibola fratturata), il cui posto in quintetto è assegnato a Jarell Martin, ma forti dell'unico precedente stagionale i Grizzlies vogliono giocarsela anche sul parquet della Oracle Arena: alle 4.30 nella notte tra venerdì e sabato il live su Sky Sport 2, poi le consuete repliche, per vedere chi la spunta.

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