29 giugno 2017

NBA, la nuova coppia: James Harden e Chris Paul possono coesistere?

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Il passaggio di CP3 a Houston crea una nuova coppia dei sogni nella NBA: andiamo ad analizzare pregi e difetti della loro convivenza, che già da ora si propone come una delle storie più interessanti della prossima stagione

Alla notizia del passaggio di Chris Paul nella squadra di James Harden, la prima reazione più o meno di chiunque sia stata del tipo “Ma come possono coesistere due giocatori del genere?”. A una prima occhiata, la convivenza appare difficile: sia “CP3” che il “Barba” sono giocatori che rendono massimo con la palla tra le mani, abituati ad essere l’alfa e l’omega delle proprie squadre e dettare i tempi di tutti quelli che gli stanno intorno. Nessuno dei due ha mai giocato con un giocatore del genere al fianco (Harden aveva Russell Westbrook a OKC, ma entrambi erano poco più che ventenni) e nella storia della lega è difficile trovare due creatori di gioco di questo calibro e di questa prolificità, specialmente quando giocano sostanzialmente nello stesso ruolo. Eppure la presenza dei Golden State Warriors inevitabilmente mette una fretta diversa alle altre 29 squadre, chiamate ad andare all-in oppure a passare la mano per cercare di contrastarli. Gli Houston Rockets, evidentemente, hanno messo sul tavolo tutte le loro chip provare ad andare a “vederli” – e per farlo ci vogliono inevitabilmente delle stelle, al plurale. “Ogni volta che hai la possibilità di prendere un Hall of Famer è una buona giornata per una franchigia” ha dichiarato in conferenza stampa il GM Daryl Morey, che con un colpo da maestro ha acquisito Paul cedendo relativamente poco. “Nella NBA, è una gara a chi ha più armi: o ci sei dentro, oppure sei fuori. Noi pensiamo che avere Harden e Chris Paul negli anni migliori delle loro carriere ci dia una reale possibilità di inseguire le corazzate che ci sono là fuori, portandoci al loro livello”. Oppure, come detto da Mike D’Antoni: “Non puoi mai avere troppi playmaker, o troppi giocatori intelligenti, o troppe stelle [insieme nella stessa squadra]. Paul è una delle migliori point guard di sempre: se non riusciamo a trovare il modo di farli funzionare insieme, saremo in un sacco di guai”. Ma come possono coesistere due giocatori del genere? Proviamo ad analizzare i pregi e difetti della nuova coppia di All-Star della NBA.

La rincorsa a Golden State

Partiamo da un presupposto, che pare scontato ma senza il quale nulla avrebbe realmente senso: la convivenza tra Paul e Harden può funzionare perché entrambi l’hanno cercata e voluta, mettendosi d’accordo per creare un nuovo super-team. Come detto da Morey “nulla di tutto questo sarebbe successo senza James”, che può essere letta sia dal fatto che “tutti vogliono venire a Houston per giocare con lui”, ma anche per il fatto che è stato il vice-MVP ad avallare lo scambio parlando direttamente con CP3. E come confermato da Doc Rivers, “Non prendiamoci in giro: Chris se ne è andato perché voleva giocare con Harden”. Visto che entrambi hanno voluto “la bicicletta”, nessuno dei due avrà il diritto di lamentarsi per l’eventuale diminuzione di tiri o tocchi di palla: a questo punto delle loro carriere entrambi devono mettere le vittorie di squadra al primo posto, visto che di soddisfazioni individuali se ne sono tolte in quantità e non hanno ulteriori motivazioni finanziarie per inseguire la gloria personale (visto che anche Paul, con ogni probabilità, rifirmerà tra un anno al massimo salariale). Dal punto di vista della gerarchia del roster, bisogna considerare che tutte le squadre da titolo hanno avuto una combinazione di due o più portatori di palla primari che hanno imparato a condividere spazi, tiri e responsabilità giocando insieme: la NBA è una lega troppo difficile perché un solo giocatore riesca a vincere “da solo” quattro serie di playoff al meglio delle sette partite, in particolare quando c’è una squadra del livello di Golden State in circolazione. Come detto da D’Antoni a USA Today: “Stiamo rincorrendo una delle migliori squadre della storia della pallacanestro: hanno talmente tanto talento che non si può rimanere fermi. Nessuno vuole cominciare una stagione dicendo ‘OK, se giochiamo davvero bene arriveremo terzi’. È per questo che siamo all-in e anche James lo è sempre stato”. I Rockets dello scorso anno, inoltre, avevano toccato e forse superato quello che era il loro potenziale massimo (“Come squadra forse avevamo raggiunto il limite” ha ammesso D’Antoni) e ripresentarsi con la stessa squadra avrebbe con ogni probabilità portato allo stesso risultato della stagione appena conclusa. Con questa mossa, se non altro, Houston prova ad essere qualcosa in più di quello che è stata.

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La convivenza tecnica e tattica

Con Harden e Paul, i Rockets si assicurano di avere sempre in campo un playmaker di livello eccelso, visto che D’Antoni ha già reso noto che l’idea è quella di scaglionare i loro minuti in modo tale che uno dei due sia sempre sul parquet – “e più point guard ci sono in campo, meglio è”, come detto dal neo Allenatore dell’Anno – risolvendo già così alcuni dei problemi di convivenza. I due inoltre possono togliersi pressione l’un l’altro, visto che la necessità di trascinare in prima persona la squadra per 48 minuti finiva per pesare sulle spalle di entrambi, portandoli a finali di partita non sempre eccellenti per l’enorme mole di lavoro che avevano dovuto sopportare con il rischio di “esaurirsi” fisicamente (cosa di particolare importanza per “CP3”, che ha già 32 anni). La base di ogni coesistenza sul parquet parte dal fatto che i giocatori debbano essere in grado di giocare lontano dal pallone, e sia Paul che Harden sono ottimi tiratori sugli scarichi (50% da tre per il primo e quasi il 40% per il secondo nella scorsa stagione), dando per scontato quanto li aiuterebbe poter creare ed attaccare una difesa già mossa invece che partire sempre e comunque da una situazione statica in punta. L’inserimento di Paul, inoltre, permette di diversificare il modo di attaccare: negli scorsi playoff l’attacco di Houston – il secondo migliore della lega dietro Golden State in regular season – è stato disinnescato dai San Antonio Spurs che hanno speculato su una certa prevedibilità dei Rockets, invitati caldamente a tirare dalla media distanza (una conclusione dalla quale loro rifuggono con orrore) oppure a finire al ferro sopra le braccia protese dei lunghi. Chris Paul, da questo punto di vista, aggiunge una dimensione di tiro dalla media distanza sconosciuta nel roster e nella filosofia della Moreyball, ma che dovrà per forza di cose essere integrata visto che sfiora il 50% su oltre 5 conclusioni a partita – quasi quanti tutti i Rockets messi assieme che si fermano a 7.

Perché non può funzionare

Al di là di tutto, però, nel loro cuore Harden e Paul rimangono sostanzialmente dei doppioni: a entrambi piace gestire il pallone in prima persona tenendolo a lungo, scandagliando tutto il campo, scegliendo con cura quando e come attaccare aspettando che tutti i pezzi sulla scacchiera siano al proprio posto come piace a loro, cedendo ben poche responsabilità ai compagni. I due insieme combinano oltre 16 minuti di possesso del pallone, più di qualsiasi altra coppia che gioca insieme nella NBA visto che solo tre coppie superano gli 11 (James & Irving con 12.5, Lillard & McCollum con 12.4 e Lowry & DeRozan con 11.5: gli interi Golden State Warriors, per dire, arrivano a 17.6). Paul, inoltre, ha diversi tratti del suo gioco che almeno sulla carta si adattano male al sistema di Morey e D’Antoni: oltre all’amore per il tiro dalla media distanza, la sua tendenza ad abbassare i ritmi palleggiando tantissimo e organizzare il gioco in schemi molto elaborati gridando ordini ai compagni non si inserisce esattamente nel solco dell’attacco veloce e poco strutturato giocato da Houston. Bisogna sempre considerare poi il carattere spigoloso e orgoglioso di Paul, che da vero control freak tende a voler avere l’ultima parola su tutto, guidando i compagni come se avesse il joystick e riprendendoli a male parole ogni volta che le cose non vanno come piacciono a lui, cosa che tende ad alienare chi gli sta intorno. Harden, al contrario, è un taciturno che a volte ha atteggiamenti “da diva” e che non gradisce particolarmente le critiche che gli vengono rivolte: capire come i due riusciranno a convivere non solo in campo ma anche nello spogliatoio, accettando i difetti l’uno dell’altro, sarà uno snodo fondamentale per capire se questa strana coppia potrà funzionare. Di sicuro sarà una delle storie della prossima stagione, in attesa che tutto il contorno attorno a loro sia definitivo – perché Daryl Morey potrebbe ancora avere degli assi nella manica per chiudere il roster.

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