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01 luglio 2017

NBA, tutti i motivi della cessione di Paul George a OKC

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Perché Indiana lo ha scambiato adesso? Quanto valgono realmente Victor Oladipo e Domantas Sabonis? Che effetti ha questo scambio per Oklahoma City sul rinnovo di Russell Westbrook? E che scenari si aprono per tutte le altre squadre? Tante domande, proviamo a rispondere a tutte analizzando uno degli scambi più interessanti di questa sessione di mercato

Per molti versi, gli Oklahoma City Thunder erano vicini alla stagnazione. Certo, tra le proprie fila potevano contare su Russell Westbrook, il nuovo MVP della lega, ma con un monte salari di 113 milioni di dollari per una squadra eliminata al primo turno dei playoff, i modi per migliorare il roster non sembravano poi tantissimi – considerando che bisogna ancora rifirmare due titolari come Andre Roberson e Taj Gibson. Ebbene, il GM Sam Presti è riuscito a sorprendere tutti quanti, tra quelli che nella NBA ci lavorano (come i dirigenti delle altre squadre) e quelli che la seguono solo dall’esterno, scambiando Victor Oladipo e Domantas Sabonis per arrivare nientemeno che a Paul George, a tutti gli effetti il giocatore più conteso sul mercato dopo che Chris Paul e Jimmy Butler si sono accasati a Houston e Minnesota. Ma al di là delle ovvie motivazioni per i Thunder nell’aggiungere un giocatore da top-15 nella Lega all’MVP della NBA (pur con il rischio considerevole di perderlo tra un anno), perché gli Indiana Pacers hanno dovuto/voluto scambiarlo proprio ora, specialmente per quei due giocatori?

Le strane tempistiche dei Pacers

Partiamo da un presupposto: il fatto che George avesse reso noto pubblicamente di volersene andare tra un anno e, soprattutto, che la sua preferenza chiara è quella di andare ai Los Angeles Lakers da free agent, ha messo la dirigenza di Indiana in una posizione molto scomoda. Di fatto, tutte le altre squadre dovevano approcciare qualsiasi trattativa tenendo molto bene in considerazione che poteva trattarsi semplicemente di un “affitto” di un anno, con il rischio di scambiare diversi asset anche di valore per un giocatore che tra dodici mesi potrebbe andarsene. Considerando questo, non sappiamo (e forse non sapremo mai) nemmeno precisamente quali siano state le offerte realmente arrivate sul tavolo dei Pacers, anche se diversi rumors dicevano che il prezzo richiesto nella notte del Draft fosse di due titolari e diverse scelte al Draft. Un prezzo che evidentemente non è stato raggiunto dai Thunder, i quali però sono riusciti in qualche modo a convincere Kevin Pritchard che questo fosse il momento migliore per chiudere lo scambio dopo che solo qualche giorno fa, appena dopo il Draft, il GM di Indiana era andato davanti alle telecamere a ripetere che avrebbe accettato “un brutto scambio”. Questo è forse quello che più sorprende dello scambio: esattamente come successo con Jimmy Butler, che fretta c’era di accettare adesso un’offerta che quasi certamente non è uscita dal nulla (Royce Young di ESPN ha scritto che la rincorsa di Sam Presti è cominciata settimane se non mesi fa) e, soprattutto, sarebbe rimasta sul tavolo quantomeno per diversi giorni? Considerando che, per motivi di cap, è quasi certo che i Boston Celtics avrebbero dovuto aspettare la firma di Gordon Hayward prima di poter alzare la propria offerta per George: che senso ha avuto chiudere così presto? Sembra quasi che i Pacers abbiano voluto fare uno sgarbo alle altre squadre muovendosi così in fretta.

I giocatori ricevuti: quanto valgono davvero Oladipo e Sabonis?

Oltre alle tempistiche, dalla parte di Indiana non convince nemmeno troppo quanto ricevuto dai Thunder. Innanzitutto, prima di qualsiasi altra cosa, i Pacers non hanno ricevuto nemmeno una scelta da Oklahoma City: né una al primo giro (i Thunder hanno già “impegnato” quella del 2018 a Minnesota, ceduta dai Jazz per Ricky Rubio, e quella del 2020 a Orlando) e nemmeno una del secondo giro (nemmeno quella del prossimo anno di Chicago che potrebbe essere interessante). È quasi incomprensibile come una squadra possa passare dal chiederne due o tre a riceverne zero in qualche giorno: per una squadra che inevitabilmente è destinata a finire in Lottery, avere ulteriori possibilità di pescare giocatori interessanti al Draft (e sotto controllo dal punto di vista contrattuale) era quasi più importante dei giocatori ricevuti dallo scambio. Solo dopo aver messo questo punto, si può passare a ragionare su Oladipo e Sabonis, due giocatori che evidentemente piacciono tantissimo alla dirigenza dei Pacers e decisamente più di quanto vengano valutati dall’esterno. Il primo ha certamente delle qualità da titolare, perché gioca entrambe le metà campo, è sotto contratto per quattro stagioni e ha solo 25 anni; detto questo, lo stipendio da 21 milioni lo rende leggermente sovra-pagato per quello che produce in campo e nelle sue esperienze a Orlando e OKC non ha mai dato l’impressione di poter essere un giocatore-franchigia, specialmente a livello di decision making e di completezza del gioco. A Indianapolis è un giocatore di culto per i suoi due anni all’univesità di Indiana con la maglia degli Hoosiers (che gli sono valse la seconda scelta assoluta nel 2013), ma diventa difficile pensare che possa mai raggiungere il livello di un Paul George anche massimizzando il suo potenziale. Allo stesso modo, Sabonis ha avuto una discreta stagione d’esordio per essere un rookie e ha dimostrato di avere un grande IQ cestistico calandosi in un ruolo non esattamente suo come “4” che apre il campo, ma ha dei limiti nella mobilità di piedi difensivamente e le percentuali dall’arco, dopo un eccellente mese di novembre, sono crollate al 26% (29/110) nel resto della stagione, perdendo il posto da titolare in favore di Taj Gibson. Forse, la miglior conseguenza di tutto lo scambio è il fatto che le scelte dei prossimi anni (che sono tutte sotto il controllo di Indiana) miglioreranno sensibilmente, dandosi la possibilità di pescare un talento nei prossimi Draft come può essere Michael Porter o Luka Doncic già dal prossimo anno, cercando di raccogliere ulteriori asset dalle eventuali cessioni di veterani come Thaddeus Young, Al Jefferson, Monta Ellis e Lance Stephenson e dando maggiore spazio non solo a Myles Turner (ora pietra angolare della franchigia), ma anche a Glenn Robinson III e Joseph Young. In ogni caso, il voto a questa trade rimane largamente insufficiente.

Il colpo grosso di Sam Presti

Prima di passare ad analizzare i tantissimi lati positivi dello scambio dalla parte di OKC, proviamo ad elencare quelli negativi: innanzitutto il rischio che George se ne vada tra un anno è concreto, visto che a OKC non hanno esattamente una grande tradizione nel trattenere i propri free agent di alto livello (Kevin Durant docet…) e, se Westbrook decidesse di non estendere subito, potrebbe anche essere convinto da George a raggiungerlo a L.A. il prossimo anno (uno scenario da totale incubo per i Thunder). Inoltre, l’arrivo di PG13 porta OKC a un gradino superiore, ma rimane almeno due sotto a Golden State e con ogni probabilità non è al livello né di San Antonio né di Houston, giocandosi il fattore campo al primo turno dei playoff eventualmente con Minnesota e quello che rimarrà di Utah e L.A. Clippers. I Thunder inoltre devono ancora rifirmare due titolari come Roberson e Gibson, con il rischio sensibile di finire in luxury tax per riuscire a confermarli. Detto questo: il monte salari di OKC è in realtà sceso rispetto a prima perché George nella prossima stagione guadagnerà meno di Oladipo, e questo dà un pochino più di respiro (dando la possibilità di scendere sotto la soglia della luxury durante la stagione cedendo un contratto minore come quello di Alex Abrines o Kyle Singler). E poi, al di là di tutti i ragionamenti minori, non bisogna perdere di vista che hanno preso un giocatore di assoluta élite nella lega in Paul George, un complemento perfetto per Westbrook che di nuovo ha un partner del suo stesso livello a cui affidare il pallone senza indugio sia quando dividono il campo (diminuendo l’assurdo Usage Rate della scorsa stagione, uno dei più alti di sempre) sia quando va a sedersi, eliminando i problemi della squadra ogni volta che usciva dal parquet. George non è Kevin Durant, ma è di sicuro un upgrade rispetto a Oladipo, che non aveva mai del tutto convinto nel ruolo di “spalla”: ora OKC ha davanti a sé dodici mesi per convincerlo a rimanere, e soprattutto ha dato dimostrazione a Westbrook di essere in grado di aggiungere talento attorno a lui – una condizione imposta dall’MVP per considerare l’idea di estendere nei prossimi cinque anni con un maxi-contratto da oltre 200 milioni di dollari. Anche solamente per questo, la mossa andava fatta senza indugio: di fatto, nel giro di dodici mesi Sam Presti ha trasformato il contratto in scadenza di Serge Ibaka (che aveva chiaramente fatto capire che non sarebbe rimasto) nei pezzi che gli hanno permesso di arrivare a Paul George e Jerami Grant. Magari tra dodici George se ne andrà per altri lidi, ma il colpo da maestro del GM di Oklahoma City rimane intatto.

Cosa significa questa trade per tutte le altre

Ovviamente lo scambio di Paul George ha provocato sgomento un po’ ovunque nella lega, specialmente all’interno delle dirigenze che – chi può chi meno – erano tutte convinte di poter offrire un pacchetto migliore di quello accettato dai Pacers. Evidentemente Pritchard e gli altri della dirigenza sono innamorati di Oladipo e Sabonis, ma viene difficile pensare che soprattutto i Boston Celtics – avvicinati a George ormai da un anno – non abbiano fatto delle offerte superiori in termini di giocatori e scelte. Non molto dopo l’annuncio dello scambio, sul Boston Globe è apparso un pezzo citando fonti direttamente nella dirigenza dei Celtics che sottolineavano come l’offerta nella notte del Draft comprendesse Jae Crowder, un altro titolare (probabilmente Avery Bradley) e tre prime scelte “minori”, mentre alla deadline di febbraio pare che avessero messo sul piatto addirittura la scelta dei Nets diventata la prima assoluta (un’offerta rifiutata però da Larry Bird, che ora non guida più la dirigenza di Indiana). Bisogna sempre prendere con le pinze certe notizie che vengono fatte uscire “ad arte”, anche perché i Celtics hanno tutto l’interesse a lavarsi le mani e scaricare la colpa su altri dopo aver perso un obiettivo fondamentale della loro estate, un giocatore per il quale sembravano i favoriti assoluti e che invece si sono fatti soffiare da sotto il naso da OKC, senza riuscire a trasformare la loro collezione di asset in una conclamata superstar. C’è ancora un Gordon Hayward da poter convincere a firmare, migliorando sensibilmente la squadra, ma la distanza da Cleveland rimane ancora ampia. I Cavs escono sia sconfitti che vincitori dalla partenza di George: è una sconfitta perché anche loro hanno provato in tutti i modi ad assicurarselo per rilanciare la sfida a Golden State (e convincere LeBron James a rimanere), ma allo stesso tempo hanno evitato che una diretta concorrente (tra le quali anche Washington, che aveva provato a imbastire una sign & trade con Otto Porter) si rinforzasse in maniera sensibile, mantenendo un certo vantaggio sul resto delle squadre di una conference indebolita. Dall’altra parte, invece, rimane interlocutoria la situazione dei Los Angeles Lakers: l’offerta sul tavolo pare comprendesse Jordan Clarkson, Julius Randle e due scelte di fine primo giro (la 27 e la 28), ma non hanno voluto andare più in alto di così per un giocatore che potrebbero accogliere il prossimo anno senza cedere nulla di valore (e per il quale, con ogni probabilità, non intaccheranno il cap alla ricerca di free agent di alto profilo in questa sessione). Sia come sia, il passaggio di George a OKC ha preso tutti di sorpresa e, nel bene o nel male, verrà ricordato come uno dei momenti cardine di tutta questa estate di mercato.

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