19 settembre 2017

Gary Payton: "Io, miglior difensore NBA di sempre"

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Ospite negli studi di Sky Sport, Gary Payton ci ha raccontato del suo approccio al basket e di quanto sarebbe difficile per lui con le regole di oggi pensare di contenere uno contro uno avversari così atletici: "Appena provi a diventare fisico fischiano fallo"

Per anni è stato l’incubo di qualsiasi attaccante. Uno dei pochi realmente in grado di ribaltare la logica che così spesso cattura i riflettori in NBA: quando c’era lui in campo infatti erano gli scivolamenti difensivi a fare la differenza e non le schiacciate, le palle rubate prima ancora degli assist (che pure ha distribuito in quantità industriali nei 17 anni trascorsi nella Lega). A Flavio Tranquillo ha confidato che senza George Karl non sarebbe mai riuscito a diventare il Gary Payton che abbiamo imparato a conoscere così bene negli anni ‘90 (e tutto il resto lo scoprirete nei prossimi giorni nello speciale in onda su Sky Sport), mentre a Sky Sport 24, ospite di Stefano Meloccaro, ha raccontato come per lui l’aver vinto il titolo con i Miami Heat abbia coronato al meglio la sua carriera, ma non sia stato di certo il motivo per cui può ritenersi con merito un Hall of Famer o un campione. La tuta rossa non nasconde le rotondità del suo corpaccione, diventato con gli anni ben diverso da quello che così spesso è riuscito in carriera a mettere fra Michael Jordan e il ferro, impedendo ai migliori attaccanti della sua generazione di segnare canestri facili. Il suo volto però è rimasto profondamente espressivo, come quando scendeva sul parquet, con lo sguardo acuto di chi racconta con un paio di smorfie più di quello che le parole possono lasciar trapelare. Un’icona del basket NBA a cavallo del nuovo millennio, con cui abbiamo avuto la fortuna di scambiare quattro chiacchiere anche noi di skysport.it.

Cosa pensi di questa nuova generazione di point guard? Come li avresti fermati in difesa?

"Sarebbe dura marcarli oggi perché le regole sono cambiate negli ultimi 20 anni. Ai miei tempi si potevano mettere molto di più le mani addosso agli avversari e adesso non si può più giocare in quel modo. Nel 2017 è molto più complicato difendere nell’uno contro uno: per provare a limitarli bisogna cercare di raddoppiarli a sorpresa e in generale togliergli la palla dalle mani, ma sempre con un’ottica di squadra e mai individuale. Non è pensabile fermarli da soli, come feci io ai tempi con Michael Jordan. Negli anni ‘90 le regole ti permettevano di provarci, di pensare di poter fermare da solo un attaccante, di contenerlo o quantomeno di rallentarlo. Giocatori con quell’atletismo e quella fisicità in fondo non riesci mai a neutralizzarli del tutto".

È più difficile difendere contro Michael Jordan o contro le guardie di oggi?

"Credo che sia un po’ più difficile difendere contro gli atleti di oggi semplicemente perché non puoi letteralmente toccarli. Ogni volta che provi a diventare fisico a protezione del ferro, fischiano fallo. È stata davvero un’impresa marcare Michael ai tempi, ma in qualche modo potevi contenerlo e fargli sentire il fisico. Se un giocatore provasse a farlo oggi, sarebbe caricato di falli in breve tempo. Per quello oggi è davvero difficile".

 

Chi è il Gary Payton del 2017?

"Nessuno, non si vedrà mai più un giocatore come me in campo. Kawhi Leonard in qualche modo sta provando a essere quel tipo di giocatore, decisivo e intenso su entrambi i lati del campo. Nessuno potrà mai essere Gary Payton, ma forse lui è quello che più si avvicina a ciò che ero".

Aspetti con ansia il momento in cui i Supersonics potranno ritirare la tua maglia?

"Certo, non vedo l’ora. La cosa più triste di questa storia è vedere ormai da anni la gente e gli appassionati di Seattle senza la squadra che meriterebbero di avere. I Supersonics sono un brand molto importante per la Lega e Adam Silver in questi ultimi anni sta facendo un grande lavoro per provare a riportare una franchigia NBA a Seattle. Noi, assieme alla gente e ai tifosi, dobbiamo chiedere con forza: ‘Risolviamo definitivamente la questione dell’arena e riportiamo una squadra NBA in città’. Tutta la comunità deve farlo e chiederlo con forza, perché Silver è la persona giusta per far sì che questo accada".

Nulla contro Oklahoma City, quindi?

"Nessun problema, anzi. In quel caso il proprietario ha fatto ciò che doveva fare. Lui voleva una squadra nell’Oklahoma, ha lottato e speso dei soldi per ottenere questa opportunità e appena ha potuto non se l’è fatta scappare. Non si può di certo recriminare contro di lui. Nessuno nel 2007 ha pensato di opporsi a quelle condizioni, a fare qualcosa contro per evitare che ciò accadesse. A Sacramento la squadra è rimasta in città proprio perché quando si è avuto il sentore che qualcuno potesse portarla via, sono state fatte delle battaglie per evitarlo. Kevin Johnson, ex giocatore poi diventato sindaco di Sacramento, ha combattuto e parlato a lungo con David Stern a suo tempo per evitare una cosa simile e la squadra è rimasta in città. Il problema non è di certo Oklahoma City: non hanno fatto nulla di male e devono soltanto godersi la loro squadra di basket".

Il trash talking lo ricordano tutti, ma quale ritieni fosse il tuo maggior pregio?

"L’intensità con cui giocavo, senza dubbio. La voglia e la grinta con cui facevo ogni cosa sul parquet; il trash talking era soltanto una conseguenza del mio approccio. Non ho mai lasciato nulla di intentato quando scendevo in campo: tutto partiva dalla difesa, dal lottare su ogni possesso e poi di conseguenza mi ritrovavo a fare lo stesso in attacco. Per me la difesa è stata sempre la prima cosa e l’attacco la seconda in ordine di importanza. Volevo rendere la difesa il mio marchio di fabbrica ed è quello che ho fatto nel corso della mia carriera; sono riuscito a far sì che tutti pensassero che io sia stata la miglior guardia NBA di sempre a livello difensivo. Quello che mi ha sempre spinto avanti in tutta la mia carriera è stato ‘Lotta duro in difesa e così cambierai il Gioco’".

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