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NBA, Giannis Antetokounmpo è l'evoluzione del gioco: ecco come è migliorato

NBA

Fabrizio Gilardi (in collaborazione con "l'Ultimo Uomo")

In questo inizio di stagione, il giocatore più migliorato dello scorso anno sembra aver fatto un ulteriore salto di qualità: scopriamo cosa rende così unico il giocatore dei Milwaukee Bucks

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Nella storia della NBA nessuno ha mai totalizzato 175 punti, 53 rimbalzi e 28 assist nelle prime cinque partite di una stagione. Sono numeri assolutamente a caso su un campione totalmente arbitrario, ma aiutano a mettere nella giusta prospettiva quello che sta succedendo in questi primi 10 giorni di regular season. Ad esempio: nella storia dei Milwaukee Bucks nessuno aveva mai totalizzato 147 punti nelle prime quattro partite di una stagione. Anche qui, si tratta di una statistica arbitraria, oltretutto di una singola franchigia e nemmeno che possa vantare un palmarès particolarmente ricco. Eppure si tratta di un dato estremamente significativo, perché il detentore del record precedente era tale Lew Alcindor – che ne segnò 146 a 23 anni, all’inizio della sua seconda stagione in NBA, pochi mesi prima di laurearsi campione NBA per la prima volta e di completare la conversione all’Islamismo, cambiando legalmente il proprio nome in Kareem Abdul-Jabbar e prendere la rincorsa per una carriera leggendaria.

Sarà anche questo un caso arbitrario, ma se come termine di paragone per le prestazioni di Giannis Antetokounmpo bisogna cercare un evento di questa portata, per di più legato all’unico anello dei Bucks (1971, appunto, con Oscar Robertson a fare da scudiero a Lew/Kareem), è probabilmente il caso di alzare entrambe le sopracciglia e magari farsi tenere gli occhi spalancati da qualche aggeggio metallico alla maniera della Cura Ludovico di Arancia Meccanica.

O forse non ce n’è bisogno, perché quando gioca Giannis gli occhi – e non solo quelli – stanno spalancati da sé

Giannis Antetokounmpo è una palese vendetta del basket internazionale (e della genetica) ai danni di quello statunitense. È la risposta ai decenni di soprusi cui sono stati costretti i giocatori cresciuti fuori dai confini USA: tecnicamente non distanti dagli americani, ma inesorabilmente più lenti, più bassi, più corti e in definitiva peggiori. È un apolide cestistico (dopo essere stato un apolide vero per 18 anni, senza cittadinanza né documenti) con caratteristiche più da NBA dei giocatori NBA, perché ha un bagaglio tecnico del tutto simile al loro, ma più veloce, più alto, più lungo. Migliore, di quasi tutti.

Ragionando sui ruoli classici, per quanto desueti, si può definire esclusivamente cosa non sia: non è infatti una guardia tiratrice in attacco, anche perché quando la propria mano (oltre 30 centimetri di spanna, da pollice a mignolo) copre l’intera metà di un pallone (75-78 cm di circonferenza) è abbastanza complicato avere la necessaria sensibilità di polpastrelli e riuscire a mantenere la corretta distanza tra la superficie della palla e il palmo della mano in situazioni di catch-and-shoot – o, peggio ancora, dal palleggio. E meno male, almeno questo, perché se riuscisse a costruirsi anche un tiro decente le difese non potrebbero nemmeno permettersi di aspettarlo ai limiti dell’area pitturata, come succede ora nella vana speranza di tenerlo lontano dal canestro, e sarebbe tutto finito. Ciò nonostante, in questa stagione sembra aver fatto un ulteriore passo in avanti nella capacità di concludere al ferro, migliorando la prestanza fisica (ora è in grado di spostare di peso gli avversari abbassando la spalla, a differenza di quanto gli riusciva in passato) e sfruttando le infinite prolunghe che si ritrova al posto delle braccia, riuscendo a trasformare in un sottomano anche tiri che partono da un paio di metri di distanza dal canestro.

Gli altri ruoli, si diceva, li gioca tutti. A 23 anni ancora da compiere, unico under-25 insieme ad Anthony Davis tra i quindici giocatori inseriti nei tre quintetti All-NBA 2017. È per distacco il principale portatore di palla e creatore di gioco dei Bucks (#PointGiannis) – forse perfino troppo, dato che con oltre 100 tocchi di media in queste prime partite sta gestendo un carico comparabile a quelli sopportati da Russell Westbrook (99,5) e James Harden (99,2) nella scorsa stagione. A differenza degli altri playmaker della lega però ha il non marginale privilegio di poter vedere il gioco dall’alto, come un quarterback; se ne si fa una questione di letture, istinti e qualità dei passaggi, non è e non sarà mai Magic Johnson o LeBron James e probabilmente nemmeno Ben Simmons (da seguire con enorme attenzione), gli unici giocatori a ricoprire o aver ricoperto continuativamente il ruolo con dimensioni da ala. Ma il vantaggio è tale da consentirgli di trovare soluzioni efficaci da diverse zone del campo.

Cosa fa Giannis (una marea di roba) e dove (quasi ovunque), nella prima settimana di stagione

Ritornando alla questione dei ruoli: lontano dalla palla può partire da ala piccola e tagliare lungo la linea di fondo, oppure operare nel dunker spot, oppure prendere posizione profonda in post e giocare da 5, sempre con risultati più che buoni e sempre per la disperazione delle difese avversarie – perché un altro fatto come Giannis non esiste, qualunque avversario gli si provi a contrapporre sarà sempre troppo basso o troppo lento o troppo leggero o anche tutte queste cose insieme. Quindi tocca raddoppiare o addirittura triplicare, lasciando così spazio di manovra a un attacco che di per sé di spazio ne genera pochissimo, nonostante la presenza di buoni o ottimi tiratori.

I Bucks sono estremamente mobili e aggressivi in difesa, il che li porta spesso a tralasciare più del dovuto la gestione del rimbalzo (quando schierano Thon Maker sono tra i peggiori in NBA per percentuale e pulizia di quelli difensivi) e quindi a invogliare gli avversari a ricercare possessi extra e punti da seconda occasione. Se sia una chiara scelta di coach Jason Kidd o solo una conseguenza involontaria non è dato saperlo, ma chiunque provi a prendere un rimbalzo offensivo contro Milwaukee fa bene a prenderlo per davvero, perché in caso contrario è praticamente automatico trovarsi Antetokounmpo al ferro amico (spesso sopra) nel giro di cinque secondi (letteralmente), a prescindere da quanti e quali ostacoli debba evitare.

Se la difesa non è schierata, quanti giocatori siano dietro la linea della palla è irrilevante: in transizione Giannis non si ferma

Se si esce dai ruoli classici e ci si affida alle tre macro categorie di ball handler/wing/big, la posizione offensiva in cui è meno produttivo è paradossalmente proprio quella di esterno, che sulla carta dovrebbe essere la sua più naturale, ma che in realtà risente più delle altre per le già citate carenze al tiro. In difesa invece è semplicemente un coltellino svizzero, ma delle dimensioni e della pericolosità di una katana di Hattori Hanzō, utile in tutti i contesti e in tutte le occasioni qualsiasi sia lo schema di ruoli in cui si voglia inutilmente provare a costringerlo: regge il confronto diretto sul perimetro con quasi tutti gli esterni; se la cava in post contro avversari di ogni tipo e dimensione; e soprattutto è superlativo in aiuto e come protettore del ferro (sesto in NBA nella scorsa stagione per percentuale di tiro concessa al ferro su oltre 5 tentativi difesi a partita e quinto per stoppate date), tanto da essere incluso con pieno merito nel secondo quintetto difensivo e da risultare un’arma ai limiti della legalità, specialmente in schemi aggressivi e basati sui cambi sistematici, ormai quasi obbligatori per contrastare i tiratori che infestano la NBA del 2017.

Non sono rare le occasioni in cui si trova a difendere contro due, tre o anche quattro giocatori diversi all’interno di uno stesso possesso o in azioni consecutive, magari senza raggiungere la maestria e la perfezione nella comprensione e l’anticipazione del gioco di Draymond Green, ma più che abbastanza per condizionare le partite. E vincerle. A 22 anni.

Microcosmo della versatilità e dell’impatto di Antetokounmpo in difesa: rubata all’avversario più piccolo e stoppata a quello più grosso in due possessi consecutivi, quelli decisivi.

Nella scorsa stagione Giannis è stato il primo giocatore di sempre a terminare nelle prime venti posizioni delle classifiche per punti, rimbalzi, assist, stoppate e rubate di media a partita, ha vinto il premio di giocatore maggiormente migliorato e come detto è stato inserito nel secondo quintetto All-NBA e nel secondo quintetto difensivo. In questa, dopo aver visto che in fondo non è strettamente necessario che la propria squadra vinca 55 o più partite per essere nominati MVP, ma basta semplicemente giocare una stagione leggendaria o poco meno come quella di Russell Westbrook, pare stia puntando al bersaglio individuale più grosso.

Al momento, per quel che vale, è il favorito dei bookmakers, davanti a LeBron James, Kawhi Leonard e Kevin Durant. E di passaggio sembra anche interessato alle prestazioni di Shaquille O’Neal 2001 e LeBron 2012, che rispettivamente detengono i record per percentuale al tiro nella restricted area assoluto (77,4% su quasi 9 tentativi a partita) e per un esterno (76% su 7). Dopo una settimana di gioco (che non è prestissimo, di più) è leader NBA per canestri al ferro, 44 su 56 tiri, cioè il 78,6% su 14 (quattordici, nessun typo) tentativi a partita. Senza includere gli errori su fallo subito, ovviamente.

Da qualche parte in qualche laboratorio si sta certamente cercando di clonarlo, o di trasformare qualche giovane prospetto in un OGM. O magari si sta provando a ripetere l’esperimento Yao Ming, che è il figlio di due persone altissime che furono fatte sposare per volere del governo cinese, che cercava esattamente di costruire un supergiocatore. Per ora però non si vede all’orizzonte nessuno così. Ci sono giocatori migliori (pochi, molto pochi), ma sono tutti diversi da Giannis. Potremmo essere all’inizio della sua era e potrebbe durare anche parecchio, anche se per almeno un paio di stagioni gli anelli verranno vinti altrove. Vale la pena di stare attenti.