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NBA Sundays, Toronto Raptors: alla ricerca di una nuova identità

NBA

I canadesi hanno deciso di cambiare il loro modo di attaccare, ma i risultati sono stati altalenanti: ecco cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nelle prime dieci partite

I Toronto Raptors avevano cominciato questa stagione con una chiara idea in testa: cambiare il proprio modo di giocare pur mantenendo gli stessi interpreti e lo status quo del roster. Un cambiamento che doveva arrivare soprattutto dando maggiore enfasi e maggior volume al tiro da tre punti, oltre che a una distribuzione più egualitaria dei possessi in attacco, non più legati alle lune e alle evoluzioni delle due stelle Kyle Lowry e DeMar DeRozan. Fino ad ora la giuria è ancora in camera di consiglio: i Raptors hanno vinto sei delle prime dieci partite, un risultato più che accettabile se si considera che hanno affrontato una trasferta da sei gare a Ovest praticamente subito, ma al momento sembra ancora una squadra in cerca della sua identità. “Siamo ancora ondivaghi: un giorno giochiamo bene contro le migliori squadre dell’Ovest, ne vinciamo un paio, poi torniamo a casa e Washington ci prende a calci nel sedere” ha dichiarato Lowry negli ultimi giorni. Normale, per una squadra che sta cercando di reinventarsi una nuova identità dopo averne stabilita una nelle ultime stagioni attorno alle due stelle: i Raptors rimangono comunque il sesto miglior attacco della lega e la 12^ miglior difesa, con un solido differenziale di +5.2 punti su 100 possessi che li posiziona al quarto posto della NBA dietro Warriors, Celtics e Rockets. Come tutte le squadre, però, ci sono cose che funzionano e altre che non funzionano: proviamo ad analizzarle entrambe.

Cosa funziona: la difesa dei giovani dalla panchina

Le conferme estive di Lowry e Ibaka a cifre più che consistenti avevano costretto la dirigenza a fare delle scelte difficili come far partire due membri fondamentali della panchina come Cory Joseph e Patrick Patterson, ma fino a questo momento le note più liete sono arrivate dalle prestazioni dei giovani – tanto che Dwane Casey si ritrova con quasi fin troppa abbondanza di giocatori da far giocare, tanto da rendere difficile stabilire una rotazione fissa. Tutti i giovani – da Fred VanVleet al rookie O.G. Anunoby, da Pascal Siakam a Jakob Poeltl fino a Delon Wright e Lucas Nogueira – hanno i migliori Net Rating della squadra, ben al di sopra di quanto fatto dai titolari (tra cui spicca un pessimo -1.1 di Jonas Valanciunas, unico negativo in tutto il roster). Non è una novità che la panchina funzioni, visto che è stato uno dei punti di forza della squadra in regular season negli ultimi anni, anche se è cambiato il veterano di riferimento: negli anni passati era Kyle Lowry, quest’anno invece è C.J. Miles, che sta tentando una quantità abnorme di tiri dalla lunga distanza (10.7 su 36 minuti, realizzandoli con il 38%). Una delle qualità migliori della panchina di Toronto è la difesa, che grazie all’eccellente combinazione di rapidità sui piedi e lunghezza delle braccia concede solamente 99.2 punti su 100 possessi, la quinta migliore di tutta la lega.

Cosa non funziona: Lowry e il tiro da tre

La grande rivoluzione estiva di Toronto ha effettivamente portato a un aumento di volume dei tiri dalla lunga distanza: ora il 36.4% dei tiri della squadra vengono presi oltre la linea dei tre punti, nettamente superiori rispetto al 29% scarso che nella passata stagione li posizionava solo al 22esimo posto della lega. A preoccupare Casey devono essere però le percentuali tenute dai suoi: finora il 32% tenuto dai canadesi è il secondo peggior dato della lega dietro ai Los Angeles Lakers, e molti dei problemi devono essere ricondotti allo scarso momento di forma di Kyle Lowry. La co-stella della squadra ha avuto un inizio di stagione difficile, facendo fatica a lasciare il segno sull’attacco della squadra: basti pensare che in questo momento il suo Usage Rate, ovverosia la percentuale di possessi “utilizzati” in fase offensiva mentre è in campo, è sotto al 20% - il dato più basso negli ultimi sette anni. “Il modo in cui ora muoviamo il pallone lo toglie un po’ dalle mie mani” ha confermato Lowry dopo la partita con Washington. “Ora vogliono che io coinvolga di più tutti gli altri, mentre io ero abituato ad avere in mano la squadra nei primi cinque, sei, sette minuti di ogni partita e capire come approcciarla, se attaccando o passando. Ora invece devo muovermi lontano dal pallone, passarla e tagliare: non ho ancora trovato il ritmo giusto”. I problemi di Lowry si inseriscono in un problema più generale che coinvolge tutto il quintetto base: il lineup formato dal numero 7, DeRozan, Norman Powell, Ibaka e Valanciunas fa enorme fatica a tenere gli avversari, visto che il defensive rating è un tragico 111.0 – rendendo inutili anche i 109.6 punti su 100 possessi prodotti dall’ottimo attacco. In particolare, la convivenza tra Ibaka e Valanciunas sembra particolarmente difficile, visto che entrambi sono più adatti a giocare da 5 piuttosto che con un lungo non particolarmente mobile al fianco. È difficile immaginare che uno dei due accetti di partire dalla panchina visto l’ego dei due giocatori, perciò Dwane Casey dovrà trovare il modo di far funzionare la sua squadra tanto all’inizio quanto alle fine delle partite: finora i Raptors sono la squadra che ha giocato meno minuti “in the clutch” della lega insieme agli Spurs, ma sono anche quelli che peggio hanno fatto in quelle situazioni (-50.8 di Net Rating, solo OKC peggio di loro). Equilibri difficili, ma sfide come quella contro i Boston Celtics prevista per domenica alle 21:30 su Sky Sport 2 servono esattamenti per trovarli.

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