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NBA, addio limite d'età a 19 anni? Il ruolo strategico della G League nella visione di Adam Silver

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Un incontro tra il commissioner NBA e il capo dell'associazione giocatori Michelle Roberts sembra portare all'abolizione della regola cosiddetta degli one and done, ma l'apertura ai giocatori liceali va di pari passo con un rivoluzionario ruolo della nuova G League

Un incontro tenutosi giovedì a Washington tra il commissioner NBA Adam Silver, la numero uno dell’associazione giocatori NBA Michelle Roberts con la partecipazione anche dell’ex segretaria di stato USA Condoleeza Rice, a capo della commissione creata dalla NCAA per indagare sui recenti scandali del college basketball, ha avuto come principale tema di discussione la possibilità di rimuovere l’attuale limite d’età (19 anni compiuti) necessario per poter entrare a far parte della lega. La modifica a tale limite, in essere dal 2006, è sempre stato un tema sul tavolo di Adam Silver e, per opposti motivi, lo stesso limite è stato spesso criticato anche dall’associazione giocatori: il commissioner NBA si è a lungo professato favorevole a un innalzamento del limite fino ai 20 anni (con due anni di frequenza universitaria, per chi sceglie di prepararsi al mondo dei pro facendo esperienza sui parquet del college NCAA) mentre i giocatori, rappresentati dalla Roberts, hanno sempre caldeggiato il ritorno alla regola precedente, che dava la libertà anche ai ragazzi in uscita dal liceo di accedere subito alla lega. Negli ultimi giorni, però, Adam Silver ha pubblicamente riconosciuto per la prima volta che il limite attuale dei 19 anni – responsabile del fenomeno cosiddetto degli one and done, i giocatori che scelgono di fare un solo anno di college basket per poi dichiararsi al Draft appena l’età glielo consente – non sta funzionando come desiderato, caldeggiando ancor più urgentemente una riforma. Quale? L’incontro con Roberts e Rice sembra aver partorito una prima opzione: NBA aperta nuovamente ai liceali ma, per chi sceglie invece un passaggio al college, obbligo di completare almeno un biennio universitario. 

La G League come opzione al mondo del college basketball?

Una sconfitta per Silver? Tutt’altro, perché è opinione comune che l’apparente concessione a rimuovere l’attuale limite (e riportarlo ai 18 anni) nasconde – ma neppure troppo… - un ambizioso progetto di fare della lega di sviluppo affiliata alla NBA, da quest’anno ribattezzata G League, la prima realtà di riferimento per i giocatori giovani in uscita dal liceo, sostituendosi così di fatto al mondo dei college NCAA. Oggi infatti che la G League ha da poco iniziato la sua nuova stagione con 26 franchigie al via, tutte affiliate a un singolo club NBA (Wizards, Pelicans, Nuggets e Blazers sono le uniche 4 realità NBA non presenti in G League, ma le prime due sono già certe di parteciparci l’anno prossimo) il rapporto tra la lega di Silver e quella di sviluppo appare sempre più stretto. Ancora più stretto dopo l’introduzione avvenuta da quest’anno dei cosiddetti two way contract, che prevede due addizionali posti nei roster NBA per giocatori condivisibili con la lega di sviluppo (fino al limite di 45 giorni nella lega “dei grandi”). Un sistema che ha iniziato a parlarsi, e che sempre di più è destinato a comunicare e compenetrarsi in futuro, forse anche proponendo una soluzione congiunta alla questione del limite di età. Già con i regolamenti attuali la G League può accogliere giocatori 18enni ma lo stesso commissioner NBA ha voluto sottolineare come questa opzione non sia mai stata troppo caldeggiata finora come soluzione principale ai grandi prospetti liceali ansiosi di sbarcare nei pro (e guadagnare). La soluzione che si annuncia come più probabile, quindi, potrebbe essere quella – una volta abolito il limite dei 19 anni – di rendere la G League la destinazione più desiderata da quei liceali 18enni ancora non pronti a occupare un roster direttamente al fianco dei vari Curry o Westbrook. Le squadre NBA potrebbero tornare a scegliere al Draft i migliori prospetti liceali e parcheggiarli per uno o due anni in G League (invece che al college o all’estero) pagandoli però già secondo l’esistente rookie scale NBA, con gli importi dei loro contratti a pesare però sul salary cap della squadra solo per le gare effettivamente disputate nella NBA. I giocatori potrebbero così allenarsi e svilupparsi in un ambiente di altissimo livello (quello assicurato dalle 30 franchigie della lega di Silver) e la G League stessa avrebbe la chance di incrementare il proprio appeal schierando in campo alcuni tra i migliori prospetti d’America, in anteprima rispetto al loro eventuale debutto NBA. Fantabasket? Tutt’altro… 

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