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NBA, Houston, nessun problema: i Rockets sono l'avversario più temibile per gli Warriors?

NBA

La squadra di coach D’Antoni sta vivendo un eccezionale momento di forma anche grazie ai nuovi arrivi. Chris Paul deve ancora perdere la sua prima partita con i Rockets e la difesa (sì, la difesa) è diventata un punto di forza dei texani: Harden e compagni sono finalmente pronti a competere con i campioni NBA?

La stagione degli Houston Rockets è cominciata lo scorso 17 ottobre. Con una vittoria. Significativa. Nell’opener stagionale, infatti, la squadra di coach D’Antoni ha prima visto i Golden State Warriors ricevere gli anelli di campioni NBA 2017 dal commissioner Adam Silver e poi, forse, ha messo il primo tassello di una cavalcata che i Rockets vorrebbero chiudere a giugno rubando proprio quegli anelli alla squadra della Baia. Dopo cinquanta giorni di stagione regolare, sembrano tra le squadre più attrezzate per farlo. Lo dice la classifica, che oggi vede Houston leader dell'intera lega, ma soprattutto lo dice un ruolino di marcia che da inizio novembre è diventato inarrestabile, con la squadra texana uscita sconfitta dal campo soltanto una volta (in casa contro Toronto) nelle ultime 16 gare disputate. Il tutto dovendo fare sostanzialmente a meno di Chris Paul per il primo mese di stagione, rientrato esattamente dopo il ko contro i Raptors e, da quel momento, rimasto senza sconfitte (CP3 ha vinto finora tutte le partite disputate con la maglia dei Rockets, l’opener contro Golden State e le ultime nove). Quella sfida idealmente lanciata ai campioni in carica alla prima giornata di campionato (e simbolicamente vinta, col successo riportato sul campo della Oracle Arena 122-121) rischia di essere involontario specchio di una rivalità che si annuncia essere il tema dominante della corsa al titolo della Western Conference (Spurs permettendo), perché i nomi di Houston e Golden State emergono uno vicino all’altro anche analizzando da vicino più di un dato statistico prodotto finora dalle due squadre. Oggi infatti i Rockets sfoggiano il secondo miglior attacco della NBA (112.9 punti per 100 possessi) dietro solo a quello di Golden State (113.8) e hanno il miglior net rating (+11.3) se si eccettua quello dei californiani (+12.8): è chiaro chi siano gli sfidanti da mettere nel mirino per coach D’Antoni e per i suoi, allievi che da novembre a oggi sembrano aver addirittura superato i maestri.

Rockets, un mese da incorniciare

Nessuna squadra della lega è riuscita a reggere infatti il ritmo indiavolato di vittorie della squadra texana nelle ultime 16 gare (chiuse con l'incredibile bilancio di 15-1), che dal primo novembre a oggi si è affermata come il miglior attacco della lega (117.3 punti per 100 possessi) e la seconda miglior difesa (100.6 punti  concessi per 100 possessi, dietro solo ai San Antonio Spurs). Ai Rockets appartiene anche il miglior net rating di lega (+16.7), dato che migliora ancora (+19) se si prendono in considerazione soltanto le ultime 9 vittorie, quelle dal ritorno in campo di Chris Paul. Con la coppia dei sogni CP3-Harden in campo assieme, infatti, gli ultimi nove successi dei Rockets sono arrivati con uno scarto medio di 18.8 punti a gara – l’ultima, sul parquet di Portland, l'unica equilibrata, vinta di "soli" 7 punti. Nello stesso intervallo di tempo Houston detiene il primato per efficienza offensiva, davanti a Jazz e Warriors, anche se la vera chiave dell’ultima striscia di successi di Houston - sembra assurdo dirlo - è la difesa. Con Chris Paul in campo i texani hanno infatti il miglior rating difensivo della lega (98.7 punti per 100 possessi concessi agli avversari) e questa rivoluzione copernicana nell’identità della squadra di Mike D’Antoni (sì, Mike D’Antoni…) è il vero aspetto da indagare per andare alla radice dei successi di Houston in questa prima parte di stagione. 

Il segreto è… la difesa!

A migliorare sensibilmente in questo primo quarto di regular season infatti è stata proprio la capacità di proteggere il ferro dei texani. Paul, P.J. Tucker e Luc Mbah a Moute rappresentano un enorme passo in avanti per quella che lo scorso anno era la 18^ difesa NBA (106.4 punti concessi su 100 possessi) e che in questa stagione sta concedendo quasi cinque punti in meno (101.6); la differenza che c’è tra gli Wizards (12° posto nella Lega) e i Suns (ultimi in NBA). Merito della duttilità garantita da giocatori che riescono all’occorrenza a cambiare su tutti i blocchi, senza perdere di efficacia se accoppiati con avversari più (o meno) piccoli. La coppia Tucker-Mbah a Moute è la seconda migliore per rendimento tra quelle che hanno condiviso il parquet per più di 300 minuti in questi primi 50 giorni: con loro due in campo i Rockets concedono 93.9 punti per 100 possessi, i migliori alle spalle dei soli George-Roberson di OKC (92.7). Il tutto senza perdere di efficacia. Il Net Rating del camerunense è migliore di quello di James Harden (e contro i Nuggets ha stabilito con il suo +57 il record NBA degli ultimi anni), in una stagione in cui l’ex Clippers sta viaggiando ai massimi in carriera per percentuale dall’arco (41%). Garantire continuità al tiro è decisivo per Mbah a Moute, contro cui le difese non possono più permettersi di scommettere. Lasciarlo libero sul perimetro vuol dire essere condannati a subire tre punti; non un evento sporadico quando si affrontano i texani. I Rockets sono i primi per distacco nel tentare le conclusioni da tre punti (43.2 a partita, quasi dieci in più rispetto ai Brooklyn Nets secondi), realizzate con quasi il 37%. Il 41.7% dei punti prodotti da Houston arrivano dall’arco, di gran lunga il dato più importante della Lega (gli Heat, prima squadra inseguitrice, ricavano dal tiro dalla lunga distanza il 35.3% del proprio attacco). Sì, il Moreyball sta portando i suoi frutti.

A tutto il resto pensa James Harden

Una rivoluzione che ha cambiato tanto in una squadra che ha tenuto fisso soltanto il suo centro di gravità permanente. Il pezzo più importante di tutti. L’intero sistema Rockets infatti continua a girare attorno a James Harden, il favorito dopo 50 giorni nella caccia al premio di MVP. La scorsa stagione soltanto un Russell Westbrook che ha letteralmente fatto la storia è riuscito a metterselo alle spalle, ma Harden è riuscito in questo avvio ad alzare ancora di più l’asticella delle sue prestazioni. Il Barba sta riuscendo a essere più efficace dell'annata passata. Questo nonostante l’arrivo in squadra di Paul e nonostante tutti conoscano le scelte che i Rockets fanno ogni sera sul parquet. Gli avversari sanno bene che il numero 13 prende spesso e volentieri la conclusione dalla lunga distanza (diventate 11 a partita, massimo in carriera), ma questo non gli ha impedito di tirare con oltre il 40% dall’arco (mai così bene). Le palle perse si sono ridotte da 5.7 a 4.4, mentre ad aumentare sono i metri di spazio dei tiratori sul perimetro. L’attacco dei Rockets, soprattutto grazie a lui, funziona meglio: il 25.2% delle conclusioni di Houston sono triple con almeno due metri di spazio (20 tentativi a partita, convertite con oltre il 40% di squadra). Lo scorso anno erano il 17% del totale (15 conclusioni a gara, realizzate con il 38%). Tutti lo sanno, ma Houston continua a fare meglio. Perché? La risposta sta proprio nella capacità del duo Harden-Paul di generare vantaggio. Una fonte inesauribile di gioco, di visione e di varietà di opzioni che rende la vita impossibile a qualsiasi difesa. In molti avevano immaginato che l’arrivo della point guard ex Clippers avrebbe colmato le carenze dal midrange dei Rockets. Nelle prime dieci gare con la nuova squadra, Paul invece ha tentato 19 tiri dalla media, 43 in area e 49 dal perimetro. Come ha brillantemente raccontato Zach Lowe qualche settimana fa: “La mia storia nascosta preferita della stagione è osservare Paul adattarsi al ritmo e alla libertà che gli garantisce l’attacco di D’Antoni. Si vede chiaramente il suo cervello all’opera: “OK, sto palleggiando rapidamente. Guardatemi come corro! Oh, c’è Clint che mi sta portando un blocco a 12 metri da canestro e il mio avversario è passato dietro! Un attimo, credo che sia il momento di tirare. O sbaglio? Ma ci sono ancora 19 secondi sul cronometro e non ho fatto in tempo neanche a chiamare uno schema. Devo davvero tirare? Credo di sì. WHEEE!”. È come un ragazzo tranquillo e posato al primo anno di college che viene trascinato alla sua prima festa della confraternita: “Questa birra è… gratis? I miei genitori non sarebbero felici. Provo giusto a prenderne un sorso”. Cinque minuti dopo, ha già svuotato tutto il fusto”. Ecco, la speranza a Houston è che l'ubriacatura non passi così in fretta.

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