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NBA, Paul George flirta con i Lakers: "Che bello giocare a casa"

NBA

Il numero 13 dei Thunder ha segnato 24 punti davanti ad amici e parenti presenti sugli spalti di Los Angeles per la sua gara con i Lakers. Un posto che lui stesso chiama "casa", senza spegnere le voci su un suo passaggio in gialloviola ma neanche chiudendo la porta a OKC

Quello tra Paul George e i Los Angeles Lakers è un matrimonio che “s’ha da fare” almeno da un paio di anni e che, dalla scorsa deadline del mercato, è diventato sempre più chiacchierato. Per questo il passaggio di “PG13” a L.A. con la sua attuale squadra, gli Oklahoma City Thunder, non poteva passare inosservato, tanto che la gara contro i Lakers è stata mandata in diretta tv nazionale. Quanto successo nei 48 minuti sul parquet non ha avuto grande rilevanza, visto che OKC ha scherzato i gialloviola infliggendo loro l’ottava sconfitta in fila, e per questo a fare notizia è stato tutto quello che ha circondato l’evento. A partire dagli applausi e dalle grida dei tifosi gialloviola al momento dell’introduzione di George nel quintetto base, una pratica ormai consueta per invogliare i potenziali free agent a unirsi alla squadra di casa, con lo storico abbonato Sean Jackson – figlio del CEO del marchio di abbigliamento L.A. Gear – vestito con una maglia personalizzata dei Lakers con il numero 13 e il nome di George sul retro. Una mossa non nuova dell’abbonato che in passato ci aveva già provato con LeBron James, e che ha fatto rumore sui social soprattutto perché l’agente di PG13, Aaron Mintz, si è seduto al suo fianco socializzando con lui durante la gara. Proprio le parole di Mintz quest’estate hanno fatto partire il carrozzone di “PG13 to L.A.”, visto che aveva comunicato ai Pacers l’intenzione di firmare con i gialloviola una volta diventato free agent nel 2018. Lo stesso George, prima della gara, ha parlato di quanto successo lo scorso anno: “La dirigenza ha fatto quello che era meglio per sé, io volevo fare quello che era meglio per me” ha dichiarato scuotendo le spalle. “Non stavo puntualizzando, dicendo loro di scambiarmi lì. La mia era solo una preferenza, un posto in cui mi sarebbe piaciuto andare: volevo tornare a casa, semplicemente”. Una sensazione, quella di poter giocare davanti ad amici e parenti, che ha potuto provare stanotte, segnando 24 punti e decidendola con un parziale personale di 11-0 nel terzo quarto, concluso con un bacio sulla guancia della madre: “È sempre bello giocare a casa. Voglio sempre dare il mio massimo davanti a questo pubblico perché sono qualcosa più di una tifoseria. Sono famiglia e amici. È stato bellissimo anche tutto il rispetto, l’apprezzamento, il reclutamento”. Il reclutamento? Una parola da maneggiare con cura quando si parla di Paul George e dei Lakers…

Le accuse di tampering e le investigazioni su Brian Shaw

Proprio nella giornata di ieri, infatti, si è scoperto che quest’estate tanto Paul George quanto l’assistente allenatore dei Lakers Brian Shaw hanno dovuto far esaminare alla NBA i loro messaggi privati e le loro email, alla ricerca di prove di possibile “tampering” da parte dei gialloviola per quello che al tempo era un giocatore sotto contratto con gli Indiana Pacers. “Abbiamo dovuto parlare con gli investigatori e passare in rassegna tutto il contenuto del mio telefono, dei messaggi e delle email” ha confermato PG13. “È stata una scocciatura di cui davvero non c’era bisogno: capisco che i Pacers erano arrabbiati per la situazione, ma non c’era nulla lì. Siamo migliori amici, più di ogni altra cosa. Ed eravamo sicuri che non potesse uscirne nulla di serio, continuando il nostro rapporto”. Un legame creato ai tempi in cui Shaw era il primo assistente di Frank Vogel ai Pacers e George trascinava la squadra in finale di conference e che è continuato in questi anni, anche se nello scorso agosto l’assistente allenatore, sotto insistenze dei Lakers, aveva dovuto rinunciare a un evento di pesca organizzato da George a Lake Castaic, nel nord di Los Angeles. I due infatti sono soliti andare a pescare insieme, ma con le investigazioni della lega in corso – poi culminate nella multa più alta di sempre, 500.000 dollari per i contatti tra il General Manager Rob Pelinka e l’agente Aaron Mintz – hanno dovuto rinunciare alla loro passione comune. “Pensavano che fosse tampering, ma non c’era niente. È stato piuttosto folle” ha concluso George. “Il mio rapporto con B-Shaw non dipende dalle squadre in cui siamo o da un mio passaggio ai Lakers. Lui è un mentore per me. I Pacers pensavano che ci fosse qualcosa dietro, che stesse cercando di reclutarmi. Ma non era vero. L’unica cosa di cui parliamo sempre è la pesca, perché ci sfidiamo l’un l’altro nelle nostre gite. B-Shaw ha molta, molta più classe che cercare di reclutare me”. 

George non chiude a OKC: “Per me l’importante è costruire, non ‘titolo oppure fallimento’”

Al di là di tutte le voci, però, non bisogna pensare che i Thunder perderanno di sicuro George a fine stagione. Dopotutto OKC è una squadra da playoff che sta cominciando a capire come funzionare insieme, mentre i Lakers nonostante tutto hanno il peggior record della Western Conference e appaiono lontanissimi dal poter competere per il titolo. Proprio il Larry O’Brien Trophy è al centro del reclutamento dei Thunder per convincere il proprio numero 13 a restare: “Non abbiamo bisogno di convincerlo a fare nulla: il nostro punto forte sarà quando vinceremo un titolo” ha detto Russell Westbrook in mattinata quando gli è stato chiesto cosa avrebbe detto a George per farlo rimanere. “Provate a battere quel ‘pitch’”. Lo stesso PG13 – che in caso di passaggio a L.A. dovrebbe rinunciare al suo numero e al suo nickname, visto che sia il 13 che il 24 sono occupati da Wilt Chamberlain e Kobe Bryant – ha detto che tutto è ancora da decidere. “Ho tantissimo a cui pensare” ha detto a ESPN prima della partita. “Quest’estate sarà importantissima e bisognerà ragionare su molte cose. Se riusciremo a procedere giorno dopo giorno nella giusta direzione e se sentirò di star costruendo qualcosa, che c’è una base per una squadra importante sarebbe piuttosto stupido andarsene da una situazione del genere. Sono consapevole che avremo un solo anno alle nostre spalle e sento che stiamo migliorando. La cosa migliore è rimanere con quello che abbiamo e cercare di crescere insieme. Per questi motivi non direi che la situazione è da ‘titolo oppure fallimento’ o ‘titolo oppure me ne vado’. La cosa importante è costruire: se sentirò che stiamo costruendo o che possiamo raggiungere il nostro livello massimo, sarebbe da stupidi andarsene via”. George tornerà a L.A. ancora due volte, la prima l’8 febbraio per l’ultima gara di OKC contro i gialloviola e poi qualche giorno dopo in occasione dell’All-Star Game: chissà con quale maglia si ripresenterà allo Staples Center nella prossima stagione.

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