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NBA, Dennis Smith Jr., la pietra angolare dei Dallas Mavericks

NBA

Dario Ronzulli

Nella sua prima stagione in NBA la point guard dei Dallas Mavericks ha mostrato pregi e difetti in egual misura: ecco come e perché può rappresentare il volto attorno al quale ricostruire i prossimi grandi Mavs.

Nella storia di ogni franchigia NBA arriva un momento in cui bisogna mettere da parte i sogni di gloria nell’immediato e concentrarsi sulla costruzione di una nuova squadra in prospettiva. Quel momento per i Dallas Mavericks è arrivato lo scorso giugno, anche se in realtà sarebbe più corretto dire che Mark Cuban ha deciso che fosse arrivato, dopo la stagione da 33-49 e la non qualificazione ai playoff. Con Dirk Nowitkzi che si appresta ad entrare negli -anta, non valeva più la pena allestire un roster che accompagnasse “WunderDirk”, ma semmai inserire un nuovo punto focale che potesse imparare dal tedesco a stare al mondo NBA e prenderne il testimone verso nuovi luminosi orizzonti.

Destino ha voluto che, per motivi diversi, le otto franchigie che precedevano i Mavs nel Draft 2017 hanno lasciato ai texani la possibilità di chiamare uno che sembrava fatto apposta per quanto detto sopra. Dennis Smith Jr. è, da questa stagione, il volto presente e futuro della franchigia, con solide basi tecniche e con margini di crescita ancora tutti da esplorare.

Un feroce attaccante del ferro

Quello che è uscito lo scorso anno da North Carolina State era un giocatore eccitante dal potenziale devastante sul primo passo, con forza e fantasia per poter concludere al ferro nei modi più diversi. L’impressione diffusa era che il suo modo di giocare fosse limitato dalle caratteristiche dei compagni che si ritrovava attorno, ben al di sotto del suo talento, e fosse maggiormente adatto agli spazi più ampi dell’NBA rispetto all’NCAA, dove i tiratori avrebbero aperto corridoi più ampi da sfruttare con le sue accelerazioni. Velocità ed atletismo ne fanno un possibile perfetto interprete delle point guard del terzo millennio, capaci di guidare il gioco ma anche di concluderlo in modi spettacolari. Il suo primo canestro in NBA ne è stata subito la dimostrazione, la convocazione per lo Slam Dunk Contest il naturale sbocco.

“Salve a tutti, mi chiamo Dennis Smith Jr. e faccio robe così”.

Ci sono due premesse fondamentali da fare sulla stagione da rookie del nativo di Fayetteville. La prima riguarda il motivo principale per cui è finito alla 9 nel Draft: un legamento crociato rotto nel 2015, quando era ancora all’high school, che fa dubitare della sua tenuta a lungo termine - motivo per cui i medici di Dallas lo monitorano praticamente minuto per minuto e trattengono il fiato quando atterra dopo un salto perché non lo fa mai con entrambi i piedi ma con uno alla volta, aumentando la possibilità di infortunarsi.

La seconda è che Smith Jr. è stato scelto da una squadra che non ha ambizioni immediate di playoff e che dichiaratamente vive una stagione di transizione: tradotto, nessun tipo di pressione, possibilità di sperimentare con calma e perfezionare il proprio gioco. Oltre che di convincere i compagni di avere gli attributi per prendere il testimone da Herr Dirk.

Questa azione è esemplificativa di come questi Mavs abbiano dei meccanismi non oliati. Nowitzki porta via Curry e Pachulia accetta il cambio su Smith. L’opzione di attaccare il mismatch è ghiotta e Smith non se la fa scappare. Mentre sul lato sinistro l’attacco apre lo spazio per l’1 vs 1, dall’angolo destro Ferrell fa un taglio inutile verso il canestro con la stessa verve di un bradipo e l’effetto è portare Curry sulla linea di penetrazione di Smith. A Dallas va bene sia perché Steph non è Draymond Green, sia perché il #1 ha ormai preso velocità.

Possiamo solo lontanamente immaginare quante lampadine si siano accese nella mente di Rick Carlisle. Uno studioso del gioco come lui - uno che ha vinto il titolo NBA trovando l’alchimia per far coesistere Jason Kidd, J.J. Barea e Jason Terry sul parquet senza che la difesa ne risentisse, per di più contro LeBron James e Dwyane Wade - avrà avuto subito mille idee per plasmare questo ragazzo arrivatogli in dono dalla sorte, un talento che per di più ha mostrato sin dalla Summer League di Las Vegas una enorme disponibilità al lavoro e al sacrificio e che non ha paura di nulla, neanche di andare muso a muso con i veterani. Primo step obbligatorio: dargli le chiavi della squadra.

Smith Jr. usa il 28.5% dei possessi dei suoi, il dato più alto all’interno dei Mavs, secondo tra i rookie dietro il solo Donovan Mitchell. È un numero molto simile a quello che hanno altre guardie più navigate come DeMar DeRozan e John Wall. Che questa sia già oggi la squadra di DSJ si può notare ulteriormente da un dato, migliorato dall’anno scorso come era prevedibile: i punti in transizione dei Mavericks sono passati da 7.8 - peggior produzione di tutta l’NBA - a 9.9. Siamo ancora lontani dall’elite della Lega e dalle migliori versioni dei Mavs di Carlisle, ma è già comunque un significativo passo in avanti. Smith Jr. ama correre in campo aperto, dove può scatenare la sua velocità: il resto della squadra lo sta assecondando sempre di più, anche se non è un tipo di approccio nelle corde degli altri membri del roster.

Ricevuta l’apertura, Smith spinge subito la transizione, assorbe il contatto con Nelson, riprende subito la coordinazione e chiude con il sottomano per poter essere più vicino al ferro ed evitare l’ingombro creato da Holiday.

Come evidenzia la grafica di Chart Side, DSJ adora concludere al ferro anche se non è ancora un closer di primissimo livello (54% su 5.5 tiri nella restricted area): la taglia fisica spesso lo limita e soprattutto la poca esperienza non gli permette ancora di sfruttare la sua velocità per lucrare liberi (ha appena 2.8 tentativi a partita con il 68.1% di realizzazione: troppo poco per il tipo di giocatore che è). Gli angoli sono per lui un mondo sconosciuto, il lato sinistro gli è amico intimo quando tira fuori dall’arco ma non quando mette piede in area. Sono tutti elementi che indicano come siamo in presenza di un giocatore ancora fisiologicamente ondivago al tiro e che sta imparando a muoversi in un ambiente nuovo.

Aggiungete che negli ultimi due mesi di stagione Carlisle, potendo sperimentare senza assilli di risultato, è passato alla fase 2 del processo di plasmatura: far giocare DSJ lontano dal pallone, mettendo in campo insieme a lui sempre più spesso J.J. Barea. Un cambiamento radicale per uno abituato da sempre ad avere la sfera tra le mani. Ma Dallas ha bisogno che Smith diventi un giocatore completo, che sappia condizionare le difese anche se si trova sul lato debole, che sappia trovare la soluzione migliore per fare canestro in tempi rapidi, che sia in prima persona o servendo il compagno meglio piazzato. Queste situazioni potranno portare benefici pure nel rapporto assist/palle perse - al momento 4.9 e 2.9 - a patto che Smith migliori l’esecuzione nel tiro da tre: il 31.7% non è ancora una percentuale in grado di preoccupare seriamente gli avversari, e già nelle prossime stagioni le cose dovranno cambiare significativamente per evitare che il passaggio sotto i blocchi degli avversari gli impedisca di arrivare in area.

Qui la palla che gli dà Barnes non è pulitissima: resta comunque la meccanica di tiro lenta seppur, nel caso specifico, efficace.

Il fatto di avere ancora una meccanica poco fluida non impedisce al nostro di prendersi grandi responsabilità con esiti vincenti: qui punisce una distratta difesa dei Thunder in un momento topico della partita. Il tiro in sospensione dal palleggio però è un punto debole: 32.7% da due, 27.7% da tre.

Dove crescere: la metà campo difensiva

L’aspetto su cui il classe ‘97 sta crescendo troppo lentamente e su cui dovrà concentrarsi nel prossimo futuro a brevissimo termine è la difesa. Il suo defensive rating è 112.1, peggior dato tra i rookie che hanno giocato minimo 20 minuti di media in almeno 40 partite. Quando poi è in panchina, il coefficiente difensivo della squadra scende a 102.1.

Smith Jr. nelle fermate precedenti non è mai stato un difensore neanche lontanamente accettabile, soprattutto perché quello che gli veniva chiesto al college era il minimo sindacale - ovvero coprire le linee di passaggio e amen. Ovvio che in NBA non può bastare neanche se ti chiami Steph Curry, e non ci si improvvisa difensore dalla sera alla mattina specie a questi livelli.

In più aggiungete che la metà campo difensiva non è l’habitat naturale di questa versione di Dallas ed ecco che le lacune di DSJ emergono in maniera ancora più evidente, non potendo “nasconderlo” a dovere con l’aiuto degli altri (non volete sapere il defensive rating del quintetto Smith Jr, Ferrell, Matthews, Barnes e Nowitzki, il quarto più utilizzato da Carlisle. Fidatevi: non volete saperlo. Ok, ok, visto che insistete… 122.5, con un Net Rating di -16.8).

Non c’è dubbio che la difesa sia l’aspetto del proprio gioco in cui il prodotto di North Carolina State sia più indietro nella linea di sviluppo ideale, ma l’innata dedizione al lavoro fa ben sperare su rapidi miglioramenti.

C’è soprattutto un problema di posizione prima ancora che di lettura. Qui il nostro non resta con Mbah-a-Moute scegliendo di andare a chiudere la penetrazione di Paul, probabilmente non accorgendosi della presenza di Powell in mezzo all’area. Il corpo è messo malissimo e il risultato è un comodo passaggio di CP3 per l’ex ala Clippers.

Ancora contro i Rockets. Dopo un canestro segnato Smith jr torna in difesa e prende subito in consegna Paul: tuttavia la posizione ancora una volta non è corretta, con il tronco troppo alto, e CP3 lo batte facilmente in palleggio. Inutile il tentativo di usare il fisico per limitare la PG di Houston.

L’anno di apprendistato senza stress sta portando miglioramente evidenti, ma la strada da percorrere per rendere Dallas una contender con Smith Jr punto focale è ancora lunga. Naturalmente servirà tempo, lavoro e un pizzico di fortuna per arrivare a raccogliere i frutti, ma più passano i giorni più quella scelta numero 9 assume i contorni della benedizione per i Mavs, al netto della bufera che si sta scatenando fuori dal campo. E con l’obiettivo dichiarato di tankare per il resto della stagione, i Dallas Mavericks si pescare al prossimo Draft uno dei tanti lunghi disponibili per fornirgli un partner sul quale costruire l’asse della prossima grande squadra. Il talento è tutto lì da vedere.

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