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NBA, chiedimi chi era Van Exel: l'omaggio di Kyle Kuzma, l'apprezzamento di King James

NBA

La matricola dei Los Angeles Lakers, che segna 30 punti nella vittoria sugli Spurs, si presenta all'arena indossano il n°9 gialloviola appartenuto a Nick "The Quick". Scelta che anche LeBron, via social, dimostra di apprezzare. Ecco perché

I giocatori NBA non sono nuovi a presentarsi all’arena indossano completi stravaganti (Russell Westbrook docet) oppure vecchie maglie NBA appartenute a campioni del passato (famoso Kobe Bryant che omaggia la n°23 di Michael Jordan durante le finali NBA 2002). Si inserisce nel solco di quest’ultima tradizione la scelta del rookie dei Lakers Kyle Kuzma, che prima del via della gara contro i San Antonio Spurs ha sfoggiato una canotta retrò di un gialloviola del passato. Wilt Chamberlain? Kareem Abdul-Jabbar? Magic Johnson? Magari lo stesso Kobe Bryant? Niente di tutto questo. La matricola dei Lakers si è presentato allo Staples Center con indosso la maglia n°9 viola (da trasferta) di Nick Van Exel, per cinque anni in gialloviola, dalla stagione 1993-94 fino a quella 1997-98, prima di disputare tre stagioni e mezza a Denver e chiudere poi una carriera lunga 13 stagioni con apparizioni più o meno lunghe a Dallas, Golden State, Portland e San Antonio. Un personaggio non certo leggendario nella storia della lega, ma a suo modo un nome di culto se è vero che anche LeBron James sui social ha voluto commentare la curiosa scelta stilistica di Kuzma approvando in maniera convincente la scelta della n°9 gialloviola. Dopo aver commentato con una sfilza di icone infuocate la foto della matricola dei Lakers all’arrivo all’arena, il n°23 dei Cavs ha affidato al suo account Twitter un secondo commento, ancora più esplicito: “Nick the Quick [Nick il veloce, il suo soprannome, ndr] era un animale in campo! Guardatevi gli highlights se non ci credete”. Una vera investitura, per un giocatore capace di centrare la convocazione all’All-Star Game una sola volta in carriera (nel suo ultimo anno a L.A., insieme a suoi tre compagni, Kobe Bryant, Shaquille O’Neal ed Eddie Jordan) e di chiudere con 14.4 punti di media la sua lunga permanenza NBA, appena sopra il 40% al tiro. Numeri magari non roboanti, ma frutto di una pallacanestro spesso eletrizzante e divertente da vedere che ancora oggi – come dimostrato da Kyle Kuzma e LeBron James – ha più di un ammiratore nel mondo NBA.

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Chiedimi chi era Nick Van Exel

Oggi “Nick the Quick” studia da capo allenatore sulla panchina di Memphis, dove è uno degli assistenti di J.R. Bickerstaff (subentrato a sua volta in corsa al posto del licenziato David Fizdale). Da giocatore, però, il nome di Van Exel ha iniziato a farsi conoscere già ai tempi della sua carriera universitaria con la maglia dei Cincinnati Bearcats, dov’era approdato al termine di un biennio al community college. Al primo anno a livello NCAA, Van Exel trascina immediatamente i suoi Bearcats alle Final Four, prima di doversi inchinare soltanto in semifinale nazionale di fronte ai “Fab Five” di Michigan guidati da Chris Webber, Jalen Rose e Juwan Howard. L’anno seguente – con Van Exel capace di viaggiare oltre i 18 punti a sera – la corsa di Cincinnati al torneo si interrompe soltanto a una gara di distanza da un’altra apparizione alle Final Four e al termine dell’anno il playmaker dei Bearcats è pronto per dichiararsi al Draft NBA. Nel giugno 1993 il suo nome viene chiamato però soltanto al secondo giro, alla n°35, dai Los Angeles Lakers. Quelli che vengono da un decennio di dominio ma che dopo le finali NBA raggiunte nel 1991 vanno incontro a due eliminazioni al primo turno consecutive e poi, nella prima stagione con Van Exel in squadra, playmaker titolare, non raggiungono neppure i playoff. Dai 13.6 punti di media della stagione d’esordio, l’ex leader dei Bearcats sfiora i 17 il secondo anno e il suo stile di gioco fatto di rapide accelerazioni, invenzioni estemporanee e giocate non sempre sotto controllo gli assicurano i favori dei tifosi e meno, magari, quelli della terna arbitrale (una sua spinta a un arbitro a fine stagione 1995-96 gli merita una squalifica di sette gare) o del suo allenatore. Che al tempo è Del Harris, primo testimone di un huddle di squadra durante una gara di playoff di una serie ormai compromessa concluso dal n°9 con l’urlo “1-2-3 Cancun” (destinazione amatissima dai giocatori NBA per andare in vacanza, a stagione finita…) e protagonista di altri scontri tutt’altro che privati con la sua point guard, come durante la serie di playoff del 1997 contro Utah, con tanto di urla e calci alle sedie. Consacrato All-Star nel suo ultimo anno in gialloviola, Van Exel continua a far discutere ma anche a entusiasmare nelle successive tappe della sua carriera, viaggiando un soffio sotto i 20 punti a partita durante i playoff 2003 con la maglia dei Dallas Mavericks. La sua mano mancina sa dipingere pallacanestro, tanto per segnare punti che per regalare assist (anche 9 di media nel 1999-2000 con la maglia di Denver), e la sua legacy – anche se magari non resterà nei libri di storia NBA – è assicurata dal rispetto che Van Exel si è guadagnato tra i suoi pari, i giocatori NBA. Quelli dei suoi tempi e, evidentemente, anche tra quelli di oggi, con LeBron James in testa. 

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