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La NBA è avvisata: Victor Oladipo è qui per restarci

NBA

Dario Costa

La scalata della guardia dei Pacers verso l’elité della NBA è stata lunga e tortuosa, ma ora Victor Oladipo non ha nessuna intenzione di tornare indietro

A luglio dello scorso anno i preparativi per la beatificazione di Sam Presti apparivano a buon punto. Dopo aver assemblato gli strabilianti Oklahoma City Thunder che sulle spalle di Russell Westbrook e Kevin Durant erano arrivati a sfiorare la gloria, il giovane pupillo di R.C. Buford era infine riuscito a compiere un autentico miracolo, staccando quello che sembrava il lasciapassare per il regno dei cieli riservato ai beati del front office. Nel giro di dodici mesi, il GM di OKC aveva sostanzialmente trasformato Serge Ibaka, colonna di quella squadra giunta ad un passo dal titolo ma ormai avviato verso la fase calante della sua parabola, in Paul George, pezzo pregiato del mercato e stella ambita da mezza NBA.

Per riuscirci aveva ottenuto Victor Oladipo e scelto al Draft Domantas Sabonis, passeggeri sull’ottovolante partito dalla Florida e arrivati in Indiana l’anno successivo passando per una stagione da record nell’Oklahoma. All’ex-seconda scelta degli Orlando Magic al Draft 2013, in particolare, veniva riconosciuto il merito nemmeno tanto encomiabile di portare in dote un contratto corredato di cifre necessarie a far quadrare l’affare dal punto di vista economico. Nelle pieghe della trade, il sontuoso quadriennale da 84 milioni di dollari sottoscritto cinque giorni dopo il debutto al fianco di Westbrook assumeva l’aspetto di un vero e proprio dumping salariale. I Pacers, che con l’addio a George sembravano pronti ad aprire la fase di ricostruzione della squadra, non avendo a libro paga altri stipendi pesanti accettavano di farsene carico senza troppi problemi, ma l’opinione comune era che i 21 milioni da corrispondere per ognuna delle successive quattro stagioni costituissero un male necessario, un sacrificio sull’altare del rinnovamento dopo che si era ormai da tempo chiuso un ciclo vincente.

E in effetti, fin lì, il percorso da professionista di Oladipo era stato caratterizzato da un’alternanza di luci ed ombre tale da far scattare la più classica delle etichette di “incompiuto”. La reale consistenza del giocatore rimaneva fumosa e poco in linea con il valore di mercato attribuitogli dal prolungamento firmato all’inizio della sua breve esperienza in Oklahoma.

Voto di fiducia

Dall’altro lato del processo di beatificazione di Presti dimorava traballante il collega Kevin Pritchard. Assurto al ruolo poco più di due mesi prima a seguito delle dimissioni di Larry Bird, le critiche rivolte al presidente degli Indiana Pacers erano piovute più o meno da ogni dove. L’accusa di aver raccolto poco e male dall’ormai inevitabile cessione di George si basavano sul presupposto che l’addio al quattro volte All-Star avrebbe dovuto, nella peggiore delle ipotesi, portare in dote scelte al Draft su cui ricostruire la squadra da zero. Oppure, meglio ancora, un’altra stella in grado di mantenere Indiana nella zona nobile della Eastern Conference. L’interesse più o meno palese di Boston, Cleveland e dei Lakers — realtà diverse fra loro ma potenzialmente pronte a spedire in direzione Indianapolis un pacchetto adeguato alle ipotesi di cui sopra — aveva acceso le speranze dalle parti della Bankers Life Fieldhouse.

Con queste premesse, l’arrivo di Oladipo e Sabonis non poteva che essere accolto con freddezza. E se per il figlio del grande Arvydas era possibile attenersi a un voto di fiducia e confidare nei margini di miglioramento futuri, sulla guardia che proprio in maglia Hoosiers si era conquistata il palcoscenico nazionale i dubbi superavano di gran lunga le aspettative. L’etichetta d’incompiuto incombeva sui giudizi di tifosi e addetti ai lavori, aggravata dal notevole peso specifico dello stipendio garantito fino al 2021. In netto contrasto, l’ottimismo con cui il nuovo acquisto veniva accolto dalla franchigia si traduceva in quelle che molti consideravano dichiarazioni di circostanza propinate da chi non può proprio fare altrimenti. Praticamente nessuno prospettava ai Pacers un orizzonte ambizioso, tantomeno era diffusa la convinzione che a trascinarli oltre ogni aspettativa sarebbe stato proprio il ragazzo da Silver Spring, Maryland.

Contro ogni pronostico

Per provare a comprendere le dimensioni dell’impresa di Oladipo e dei Pacers, occorre forse partire proprio dalla fine. Da quella gara-7 in cui l’All-Star e i suoi compagni hanno trascinato i (per la verità non irresistibili) Cavs di questa stagione. I crampi di LeBron James, fin lì costretto ad elevare ancora una volta il livello delle sue prestazioni oltre vette inimmaginabili, testimoniano quanto sia stata dura per Cleveland superare l’ostacolo del primo turno, abitualmente poco più che una formalità. E se James ha dato l’ennesima dimostrazione di classe sovrumana, nelle sette gare della serie Oladipo ha trovato la sua consacrazione: le cifre raccolte - 22.7 punti, 41.7% dal campo, 40.4% da tre, 8.3 rimbalzi, 6 assist e 2.4 palle rubate di media) lasciano poco spazio a interpretazioni, rendendolo per distacco il migliore tra i compagni nonostante il tiro lo abbia abbandonato in più di un episodio della serie. Il Net Rating della guardia di Indiana (+20.3 nelle vittorie, -1.9 nelle sconfitte) diviene il barometro della squadra, convalidandone oltre ogni ragionevole dubbio lo status di superstar.

Alla sua seconda apparizione nella post-season dopo la severa lezione subita dodici mesi prima contro Houston, l’ex-Thunder ha dimostrato di possedere non solo mezzi tecnici e atletici non comuni, quanto la giusta dose di fiducia e sfrontatezza necessarie per competere quando davvero ogni singolo possesso conta. Alla faccia dei tanti che l’avevano snobbato, incluso il proprietario dei Cavs Dan Gilbert, noto per non risparmiarsi mai quando si tratta di collezionare uscite infelici.

Malgrado tutto ciò, l’ingombrante figura di LBJ — il cui abbraccio al termine di gara-7 equivale a un lasciapassare verso il gotha della lega — si è rivelata scoglio per ora insormontabile. Nonostante l’eliminazione, tuttavia, i playoff hanno messo in scena la sublimazione di una stagione strepitosa in cui Oladipo ha giocato con una efficenza e una continuità mai viste prima, segnando il massimo in carriera praticamente in ogni voce statistica. Più dei numeri, infine, a impressionare è stata la maturità emotiva con cui ha condotto i compagni, dentro e fuori dal campo. E, contro ogni pronostico, i Pacers sono arrivati parecchio lontano, esattamente fin dove li ha trascinati la loro stella ritrovata.

Un’estate a Miami

L’inizio del percorso che ha consentito a Oladipo di compiere quello che viene definito “the leap”, il balzo evolutivo nella scala gerarchica della NBA, risale alla telefonata con cui gli venivano comunicati i dettagli della trade per Paul George. Al secondo trasloco in meno di dodici mesi, l’impressione di essere diventato poco più che un pacco da scaricare altrove si stava facendo strada tra i pensieri dell’ormai ex-Thunder. Eppure uno spiraglio di luce in fondo a quel tunnel di amarezza e disillusione c’era, ed era rappresentato proprio dalla nuova destinazione. Meta non proprio ambitissima tra quelle disponibili nella lega, Indianapolis per Oladipo significava in qualche modo un rassicurante ritorno a casa. I tre lunghi anni trascorsi a Bloomington vestendo la maglia degli Hoosiers, preambolo temporale alla sua connotazione di late bloomer, gli avevano infatti lasciato un ottimo ricordo.

Energia e temerarietà, due doti che Oladipo ha portato con sé anche tra i professionisti.

Inoltre, la storica comunione di amorosi sensi tra i tifosi locali e i cosiddetti underdog si delineava come condizione ideale a favorirne la risalita dagli inferi della mediocrità. La piena fiducia accordata da front office e staff tecnico, pronti a concedergli le chiavi della squadra all’interno del progetto che intendeva vivacizzare un’identità tattica fin lì piuttosto ingessata, lo aveva poi convinto di essere stato scelto da Pritchard e McMillan, cancellando la sensazione d’essere capitato lì quasi per caso. Motivato dall’occasione di riscatto e influenzato dalla stagione trascorsa al fianco di Westbrook (in cui aveva spesso avuto problemi fisici che ne hanno minato il rendimento), Oladipo ha passato l’estate rinchiuso nei locali del DBC Fitness Center a Miami. Sotto le poco amorevoli cure di David Alexander, personal trainer che aveva ristrutturato l’impalcatura fisica di Dwyane Wade e LeBron James ai tempi degli Heatles, lavora con feroce determinazione sui suoi limiti. La nuova dieta, che lo priva dell’adorato pollo fritto e gli impone di bere più di quattro litri d’acqua al giorno, ne scolpisce il corpo come mai prima era sembrato possibile.

Tra una seduta la bilanciere e una di pilates, Victor si concentra sulla meccanica di tiro, perfezionando la sua efficacia da dietro l’arco dei tre punti. Al primo giorno di training camp, il neo-acquisto si presenta in forma atletica strepitosa, pronto a governare un disegno tattico progettato intorno a lui. L’ultimo passo, forse quello più complicato, il ragazzo lo compie nell’ufficio di Chris Carr, specialista incaricato di agevolare la gestione psicologica del roster a disposizione di coach McMillan. Quello che si presenta al debutto con la nuova maglia il 18 ottobre contro i Nets è un Oladipo nuovo di zecca, metamorfosi sbocciata in una versione 3.0 del giocatore visto in precedenza. Al contrario, a non necessitare di variazioni o cambi di passo rispetto al passato è il suo atteggiamento fuori dal campo, motivo d’adorazione da parte dei compagni e foriero di apprezzamenti ben oltre i confini della pallacanestro.

Non solo concretezza e vittorie: la stagione di Oladipo regala momenti di autentico spettacolo.

Hollywood party

La convocazione per l’All-Star Game — quello vero, non nel ruolo di comparsa in uno dei tanti eventi collaterali alla partita delle stelle — costituisce da sempre il timbro definitivo sul passaporto da superstar NBA. Ciò che conta, in quelle occasioni, non è tanto il rendimento sul parquet, quanto la possibilità di poter interagire con il carrozzone mediatico che accompagna il weekend delle stelle. A maggior ragione se, come avvenuto nel febbraio scorso, la parata lambisce Hollywood. Da questo punto di vista, la naturalezza con cui Oladipo si è guadagnato la consacrazione in canotta e pantaloncini ha trovato logica estensione nel glamour della tre giorni losangelena.

La performance nella gara delle schiacciate, eseguita indossando la maschera di Black Panther, blockbuster Marvel e vero e proprio cult tra le stelle della lega, ha fatto il giro del mondo. Ricevere la maschera direttamente dalle mani del protagonista del film Chadwick Boseman si è rivelato un colpo grosso a livello comunicativo, ma per il diretto interessato il vero culmine dell’esperienza a Los Angeles è stato un altro. Oladipo, infatti, oltre al basket coltiva un altra passione che arriva da lontano: figlio di emigrati nigeriani sbarcati sul suolo statunitense a metà anni Ottanta, Victor ha occupato buona parte della sua infanzia cantando nel coro della chiesa battista situata proprio dietro casa. All’All-Star Game, l’ugola ben allenata gli ha permesso di confermarsi vincitore del Talent Challenge, aprendo le porte all’incontro con l’idolo canoro di sempre.

Se le ginocchia dell’ex-Hoosiers non hanno tremato di fronte a LeBron James, lo hanno fatto quando nei parcheggi dello Staples Center è stato avvicinato da Jamie Foxx, pronto a complimentarsi per le produzioni discografiche del giocatore. Ben prima della legittimazione sul parquet, quindi, Oladipo aveva ricevuto quella della pop culture che circonda l’NBA, elemento di fondamentale importanza nella costruzione di una carriera di successo. Peraltro, non è che tutta questa improvvisa mondanità lo abbia distratto un granché dal suo unico, reale obbiettivo.

Sedici minuti

Il messaggio, inviato a David Alexander sedici minuti esatti dopo il fischio finale di gara sette e subito pubblicato sul profilo Instagram del personal trainer, è rimbalzato in lungo e in largo sui social.

La voglia palesata dal giocatore di alzare ancora l’asticella preannuncia un’altra estate di sudore, lacrime e palestra. Dopo aver osato nel tentativo d’abbattere la statua del tiranno che domina la Eastern Conference da ormai dieci anni, il traguardo è quello di portare i Pacers più in alto possibile. Certo, considerato che il tiranno non mostra alcuna intenzione di abdicare e che dietro a lui si intravedono le sagome degli emergenti Philadelphia 76ers e Boston Celtics, occorrerà un ulteriore, lungo balzo in avanti. Qualcosa di molto simile ad un’annata da MVP, insomma, territorio riservato ai grandissimi del gioco. Ad oggi sembra un’impresa quasi impossibile, ma guai a sottovalutare Victor Oladipo: è un errore da non ripetere, e chi l’ha commesso ora si trova a dover convivere con implacabili rimpianti.

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