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NBA, a Cleveland scoppia il caso Rodney Hood dopo il suo rifiuto di entrare in campo

NBA

L'ala ex Jazz, sempre più fuori dalle rotazioni di coach Tyronn Lue, non accetta di entrare in campo a gara decisa, denunciando così le grandi difficoltà incontrate dal suo arrivo nell'Ohio. Ma non è la prima volta che il suo comportamento fa discutere...

Il momento incriminato arriva con 7:38 da giocare nel quarto quarto (e Cleveland già abbondantemente in controllo della gara e della serie, sopra di 30, 110-80): Tyronn Lue chiama time-out e chiede a Rodney Hood di sostituire LeBron James, per dare al “Prescelto” il giusto riposo dopo l’ennesima gran partita. Il n°1 dei Cavs, però, risponde picche. Di entrare in campo nel garbage time dopo non aver messo piede sul parquet per tutta la gara (e non essere mai andato sopra i 16 minuti di utilizzo nelle tre precedenti partite della serie) l’ex giocatore di Utah non ne ha la minima intenzione. Lue allora chiama José Calderon e lo manda in campo al posto di James, ma il rifiuto di Hood fa ovviamente parlare. “Questi sono i playoff, stiamo provando a vincere il titolo: bisogna mettere l’ego da parte”, avrebbe sentenziato un suo compagno di squadra, rimasto ovviamente anonimo. Anche perché, visto le cifre fin qui prodotte nei playoff e in generale in maglia Cavs, non è che l’ex ala dei Jazz possa proprio alzare troppo la cresta: 1/9 dal campo con 0/3 da tre punti il suo bilancio al tiro nella serie contro i Raptors e la bellezza di due punti in 4 gare (di cui una, l’ultima, non giocata). E non che contro Indiana al primo turno avesse fatto poi tanto meglio, pur restando in campo quasi 20 minuti a sera: il 16% da tre punti e poco più di 6 punti a partita. Poco, davvero troppo poco, per un giocatore che nelle 39 gare (di cui 12 in quintetto) giocate in maglia Jazz prima del trasferimento di metà stagione nell’Ohio stava facendo registrare le migliori cifre della sua carriera, sfiorando i 17 punti a sera con il 39% dall’arco su quasi 7 triple di media tentate, con uno usage rate vicino al 28% e anche la sua miglior percentuale reale al tiro di sempre, superiore al 55%. Dati che invece precipitano miseramente ai minimi di carriera dal momento della trade ai Cavs: neppure 11 punti a sera (solo da rookie ha fatto peggio) e uno usage rate del 18% che riflette le difficoltà di ambientamento di Hood negli schemi di coach Lue e nella squadra di LeBron James (uno che invece, notoriamente, è manna che cade dal cielo per qualsiasi compagno).

Il lato oscuro di Rodney Hood

Le cifre che tratteggiano il declino nella produzione offensiva di Hood sono ancora più significative se si considera che la metà campo dove l’ex prodotto di Duke si guadagna da sempre il pane è proprio quella d’attacco: la sua (scarsa) capacità di incidere difensivamente su una gara è uno dei motivi – insieme all’esplosione di Donovan Mitchell – che hanno convinto Utah a disfarsi di un giocatore che sarebbe stato da rinnovare a fine anno, senza considerare alcuni atteggiamenti fuori controllo che non lo hanno certo aiutato nella costruzione di una reputazione idilliaca. Dallo schiaffo al cellulare di un tifoso che riprendeva la sua uscita dal campo dopo un’espulsione alla risposta piccata verso i tifosi Jazz che si erano “permessi” di fischiarlo (“Queste str***ate non fanno che caricarmi. Io resto me stesso, sempre, non è la prima volta che la gente dubita di me, ho attraversato periodi difficili già in passato”), Hood aveva già dato segni di poter essere un po’ una testa calda, aspetto tornato ora di grande attualità dopo il suo plateale rifiuto a scendere in campo. Il general manager di Cleveland Koby Altman avrebbe già fatto sapere di volere un colloquio al più presto con l’ala ex Jazz, ed è probabile che una sanzione – dalla multa alla sospensione – arrivi a punire l’ultimo comportamento poco consono del giocatore. Che così facendo sta anche tirandosi la proverbiale zappa sui piedi in avvicinamento a un’estate che affronterà da restricted free agent: i Cavs hanno cioè la possibilità (ma probabilmente non l’intenzione) di pareggiare qualsiasi offerta arrivi per Hood, ma l’entità di quest’ultima – che si pensava potesse comandare parecchi soldi, visto l’ascesa della sua carriera con Utah – sembra diminuire a ogni nuova disavventura del giocatore. Persi i minuti in campo (a favore di Cedi Osman, sul parquet per 21 minuti in gara-4), Hood sta perdendo anche dollari su dollari, rovinando il suo valore di mercato proprio alla vigilia di un’estate che lo vede alla ricerca di un contratto. Non la mossa più intelligente del mondo.

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