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Playoff NBA, l'improbabile eroe dei Cavs in gara-7: Jeff Green ha chiuso il suo cerchio

NBA

Arrivato con un contratto al minimo salariale, Jeff Green è entrato in quintetto al posto di Kevin Love e ha segnato 19 punti in gara-7, chiudendo un cerchio iniziato 2.330 giorni fa con l'operazione a cuore aperto che avrebbe dovuto mettere fine alla sua carriera. "Ho lottato ogni singolo giorno, non do più niente per scontato"

Tra il 9 gennaio 2012 e il 27 maggio 2018 sono passati 2.330 giorni. È oggettivamente una quantità enorme di tempo per qualsiasi persona, ma per Jeff Green equivale per davvero a una vita intera — quella in cui di fatto è nato una seconda volta. La prima data è il giorno in cui si è sottoposto a un’operazione a cuore aperto alla Cleveland Clinic che avrebbe potuto — o forse sarebbe meglio dire dovuto — mettere fine alla sua carriera agonistica; la seconda data è quella in cui, segnando 19 punti in una gara-7 in trasferta, ha dato una mano a LeBron James per conquistare le Finali NBA. “Onestamente, mentre facevo riabilitazione non ho mai pensato di poter giocare alle Finals: le uniche mie preoccupazioni erano rimettermi in salute e tornare in campo” ha dichiarato Green in conferenza stampa, ripercorrendo il suo lungo percorso di vita e di carriera. “Ma ora sono qui e ho combattuto, mi sono fatto un c**o così ogni giorno dal 9 gennaio 2012 per tornare in campo e competere per un titolo. Ho quasi perso tutto, ma essere qui a parlare della possibilità di giocare alle Finali è davvero una benedizione. Ogni giorno do tutto me stesso, e nel bene o nel male vivo con quello che ne consegue. Ma mi godo ogni singolo momento: non do niente per scontato. Proprio niente”.

Gli alti e bassi di Jeff Green, da un posto all’altro alla ricerca di una chance

In mezzo alle due date cardine della sua vita ci sono state tantissime cose, dalle più belle alle più brutte: il ritorno in campo con l’ovazione del TD Garden (ironicamente l’arena in cui ha giocato la miglior partita della sua vita) e una serie di annate a dir poco interlocutorie, lasciando tutti i tifosi delle squadre che lo hanno avuto — dai Boston Celtics ai Memphis Grizzlies passando per gli L.A. Clippers agli Orlando Magic — con più domande che risposte riguardo alla sua vera consistenza come giocatore. Pur riscontrando ammirazione per la sua voglia di tornare in campo ovunque sia andato, in questi anni Jeff Green è sempre sembrato un giocatore più forte di quello che realmente è, complice il suo fisico statuario e la sua supposta versatilità sui due lati del campo. Jeff Green sembra un giocatore che sa fare tutto in campo — attaccare sul perimetro, in post e in penetrazione, difendere su più di un ruolo e dare presenza a rimbalzo — ma in realtà è un giocatore che non sa fare nulla realmente bene. Eppure, quando è in giornata può rivelarsi utile, come purtroppo per loro hanno imparato i Boston Celtics. Quella giornata è stata ieri notte in occasione di gara-7, conclusa da Green con 19 punti (miglior prestazione personale in questi playoff) e 7/14 dal campo pur tirando solo 2/9 da tre punti, aggiungendo 8 rimbalzi in quasi 42 minuti giocati da titolare al posto di Kevin Love.

La tripla più importante della sua carriera

Il suo ultimo canestro dal campo, in particolare, verrà ricordato come uno dei tiri più importanti di questa improbabile cavalcata dei Cleveland Cavaliers fino alle quarte Finali NBA consecutive: i Celtics si erano rimessi in partita grazie a due giocate favolose di Jayson Tatum, una schiacciata in faccia a LeBron James e una tripla subito dopo per mandare i suoi avanti 72-71 a poco più di 6 minuti dalla fine. Con il Garden in visibilio e i Celtics al loro massimo sforzo per conquistare le Finals, Green si è preso la responsabilità di una tripla pesantissima, ricevendo lo scarico di Kyle Korver e punendo la difesa di Boston che lo aveva lasciato libero in angolo giocando sulle sue pessime percentuali al tiro (31.2% in stagione, 34% ai playoff ma 25% nei primi sei episodi della serie). Green però ha battuto anche il recupero disperato di Al Horford, arrivato in qualche modo a contestargli il tiro, dando il la al parziale di 16-7 orchestrato da LeBron James per battere i Celtics per la prima volta sul loro campo dopo dieci vittorie consecutive in questi playoff, conquistando la Finale. Come George Hill in gara-6, bastava anche solo un giocatore del supporting cast in grado di sopperire all’assenza di Kevin Love e alleviare un minimo l’enorme carico di responsabilità che James si porta sulle spalle da tutta la stagione.

La ricompensa di Jeff Green: le prime Finals della carriera

Quel giocatore in gara-7 è stato Jeff Green, ripagando così l’enorme fiducia concessagli da coach Tyronn Lue — che ha continuato a schierarlo a lungo anche quando non riusciva a combinare nulla di buono — e dando un contributo sostanzioso in difesa, visto che con la sua capacità di cambiare su tutti i blocchi ha tolto un punto di riferimento da attaccare ai Celtics, apparsi completamente bloccati in attacco (89.4 il rating offensivo, il più basso di questi playoff). Fin dai tempi di Shane Battier a Miami passando per Richard Jefferson nell’anno del titolo a Cleveland, LeBron James ha sempre avuto bisogno di un ala versatile che potesse allargargli il campo in attacco e difendere gli esterni più pericolosi in difesa cambiando su tutti i blocchi, riducendo il suo dispendio di forze nella metà campo difensiva. Green è arrivato ai Cavs con un contratto al minimo salariale proprio per ricoprire quel ruolo, con la promessa di un biglietto di sola andata per le Finals NBA. Quella promessa è stata mantenuta da entrambe le parti con una prestazione tanto improbabile quanto fondamentale: ora tocca solo aspettare di capire se al prossimo turno dovrà fare i conti con le ali degli Houston Rockets oppure con Kevin Durant e i suoi Golden State Warriors.

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