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NBA, intervista con il vice commissioner NBA Mark Tatum: “Il futuro tra Cina e India, ma anche l’Italia..."

NBA

Mauro Bevacqua

Non solo Golden State Warriors e Cleveland Cavs: il n°2 NBA ci racconta le attività a 360 gradi della NBA in tutto il mondo: dal reclutamento di talenti attraverso le Accademie agli NBA Jr. Program, dall'impatto della tecnologia al ruolo della G League. E non dimentica l'Italia

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CLEVELAND, OHIO — Prima un’informale tavola rotonda, con ospiti da ogni parte del mondo — India e Francia, Cina e Messico — poi la possibilità di ritagliarsi dieci minuti e avere a disposizione Mark Tatum, vice commissioner e Chief Operating Officer NBA per farsi raccontare stato presente e soprattutto scenari futuri di una lega che sembra non conoscere battute d’arresto, in un’espansione che sempre di più guarda al di fuori dei confini degli Stati Uniti. E Tatum è la persona perfetta per illustrare questi scenari, perché tra i suoi compiti all’interno della lega c’è anche quello di “guidare l’impegno della NBA sui mercati internazionali”. Tatum entra a far parte della grande famiglia NBA nel 1999 e dal febbraio 2014 ricopre il ruolo di n°2 della lega, alle spalle soltanto di Adam Silver. Quasi contemporaneamente entra anche nel board di FIBA, dettaglio non da poco per capire il suo ruolo strategico nelle sorti dello sviluppo globale della NBA. Una lega che oggi conta — racconta proprio Tatum — 13 uffici sparsi in tutto il mondo, di cui sei in Asia (Pechino, Shanghai, Hong Kong, Taipei, Mumbai e Manila), con Londra quartier generale europeo — ma anche 7 accademie (dall’India alla Cina, dall’Africa all’Australia) dove reclutare ragazzi cui viene offerta educazione sui banchi e sul parquet, e innumerevoli iniziative volte a diffondere sempre più l’amore per la pallacanestro fin dalla più giovane età (il programma Jr. NBA, attivo anche in Italia, vedrà a giugno a Orlando, in Florida, la disputa del Jr. NBA World Championship, le migliori otto squadre da tutto il mondo invitate a sfidare le migliori otto statunitensi).

E queste finali sono il palcoscenico per eccellenza in cui la NBA si mette in mostra al mondo.

“Esattamente così, abbiamo oltre 800 media accreditati, le immagini raggiungono 215 Paesi e territori in tutto il mondo e la partnership inaugurata proprio quest’anno con YouTube TV va nella direzione di rendere i contenuti video NBA sempre più accessibili, per tutti e su qualsiasi piattaforma. Da una ricerca è stato calcolato che una persona su sette al mondo ha visto almeno una partita o un contenuto video NBA nel corso dell’anno. Una dimensione globale che si riflette anche in campo: il 25% dei giocatori NBA — 1 su 4! — oggi proviene da fuori gli Stati Uniti e nei soli playoff nei roster delle squadre si sono contati 62 giocatori provenienti da 33 Paesi diversi”.

Iniziamo dal ruolo dell’Europa, un mercato strategico dal punto di vista sportivo ma forse meno — se comparato a quello asiatico, Cina e India — dal punto di vista del business.

“È un ruolo importante, basti pensare che di quel 25% di giocatori NBA che sono nati fuori dai confini degli Stati Uniti, la metà viene dall’Europa, un serbatoio incredibile di talento per la nostra lega. Vediamo il successo di giocatori come Kristaps Porzingis [dalla Lettonia] o Giannis Antetokounmpo dalla Grecia e ci rendiamo conto che ormai giocatori di primissimo piano della NBA arrivano dall’Europa, che rimane anche un mercato chiave dal punto di vista mediatico. Per via di una popolazione inferiore nei numeri magari non regge il confronto con la potenzialità di due mercati come possono essere quelli cinese e indiano ma l’Europa rimane comunque un mercato chiave per le nostre prospettive di sports marketing”.

Sul futuro della NBA in Italia cosa ci può anticipare?

“Abbiamo appena svolto a Treviso un evento molto simile come idea alla Combine che si svolge negli Stati Uniti. Dal 2 al 5 giugno l’NBA Global Camp ha visto 40 dei migliori talenti internazionali, dando la possibilità a talent scout e dirigenti NBA di valutare i giocatori tanto dal punto di vista tecnico che anche personale, attraverso interviste personali. Si tratta della prima volta che il camp viene gestito e condotto direttamente dalla NBA. Certo, in Italia c’è un problema di strutture sportive, e noi siamo obbligati a portare squadre e partite NBA in città che sono equipaggiate per accoglierci come necessario — sull’esempio della O2 Arena di Londra — ma l’attenzione per il mercato italiano è comunque molto viva: abbiamo attivo sul territorio l’NBA Jr. Program, i dati di vendita del merchandising si confermano ai primi posti in tutta Europa, abbiamo la versione digitale di NBA.com in partnership con Sky Sport — e tutti queste ramificazioni della nostra attività e del nostro business continuano a crescere”.

In un panorama di comunicazione in costante cambiamento, qual è la strategia NBA nei confronti della nuove piattaforme digitali?

“La realtà oggi ci dice sempre più che i consumatori consumano contenuti NBA su devices e piattaforme diverse, in molti modi differenti tra loro. Quello che vogliamo fare noi è essere certi che qualsiasi sia la scelta di fruizione di un consumatore, questi possa sempre trovare a sua disposizione i contenuti NBA che desidera. Che sia in televisione o attraverso canali digitali, vogliamo far sì che l’offerta NBA arrivi in ogni modo possibile”.

Altre novità tecnologiche su cui la NBA sta lavorando?

“Il fenomeno della realtà virtuale [VR, virtual reality] è un campo in cui ci stiamo muovendo con grande interesse. Chiunque abbia mai provato un’esperienza del genere può dirvi che è semplicemente fantastica. Nel basket non c’è un posto migliore per vedere una gara che a bordocampo: in un’esperienza VR è esattamente quello che succede, tramite il visore siete trasportati a bordocampo e davanti ai vostri occhi vedete correre avanti e indietro i migliori giocatori di basket del mondo. C’è interesse anche sugli sviluppi della realtà aumentata [AR, augmented reality]: abbiamo appena sviluppato la prima app NBA in realtà aumentata con cui si può creare in qualsiasi ambiente in cui ci si trova un tabellone e un canestro virtuale e semplicemente attraverso il proprio smartphone — con un movimento simile a quello di tiro — si può provare a fare canestro. È un gioco semplice e divertente, che però ci dice delle potenzialità di questa enorme tecnologia: stiamo pensando infatti di sviluppare contenuti speciale, soprattutto dietro le quinte, in realtà aumentata. Poi non va dimentica la frontiere degli e-games, visto che negli Stati Uniti abbiamo appena lanciato la prima edizione della NBA 2K League e data l’enorme passione per i videogiochi in mercati come la Cina e tutto l’Oriente lo sviluppo anche dal punto di vista internazionale di quest’area di business mi sembra naturale nei prossimi anni: non mi sorprendere di vedere in un prossimo futuro i migliori giocatori di e-games della nostra NBA 2K League incrociare le armi con i migliori di Shanghai, Parigi, Milano… Credo sia un modo davvero interessante di avvicinare tanti ragazzi al nostro sport attraverso la tecnologia”.

Il ruolo delle accademie è fondamentale tanto per il reclutamento di nuovi talenti quanto per lo scopo educativo delle stesse. Non c’è però il rischio che — con allenatori NBA, strutture NBA, mentalità NBA — si vada verso una certa omogeneità, un verso appiattimento che cancelli le peculiarità nello stile di gioco nazionale dei vari ragazzi?

“Non credo si corra questo rischio, perché gli insegnamenti che vengono impartiti nelle varie accademie che abbiamo sviluppato in tutto il mondo vogliono assolutamente tenere in conto e anzi aiutare a sviluppare ogni specifico talento dei ragazzi che vi partecipano. Oggi al gioco sembrano mancare i grandi centri di peso — i Shaquille O’Neal, David Robinson, Hakeem Olajuwon di una volta — ma non per questo se un ragazzo di 2.13 si trova a suo agio a giocare sul perimetro gli viene imposto di fare diversamente — e ancora una volta gli esempi di Porzingis e Antetokounmpo sono lì a dimostrarlo”.

Ci può parlare del ruolo della nuova G League?

“Mi piace ricordare come la denominazione passata della lega fosse D-League, e la D stesse per Development, sviluppo. La missione è ancora la stessa, quella di sviluppare i giocatori ed è incredibile il dato che ben il 53% dei giocatori oggi nella lega abbia in passato un’esperienza nella nostra lega di sviluppo. Significa che la metà de giocatori NBA ha speso parte della propria carriera in G League. Sempre più oggi i giocatori capiscono che se non vengono scelti al Draft la loro chance migliore di arrivare comunque nella lega è quella di mettersi in mostra sui campi della G League. Quello che il sistema di affiliazione uno-a-uno permette — parliamo di 30 squadre NBA, ciascuna con la propria affiliata in G League, un obiettivo che si completerà nel corso di 1-2 anni — è dare a ogni giocatore la possibilità di entrare subito in un contesto NBA: lo stesso gruppo di allenatori, lo stesso sistema di gioco, l’uso delle strutture e dei programmi più avanzati. Ma mi piace pensare che la G League possa diventare la destinazione ottimale anche per un numero sempre maggiore di giocatori internazionali, un ottimo ponte tra le Accademie e un possibile sbarco nella NBA”.

La decisione della Corte Suprema di rendere legali in tutti gli Stati Uniti le scommesse sportive apre scenari importanti per la NBA. Ci riassume la posizione della lega?

“Siamo ovviamente interessati alle conseguenze della decisione: il business delle scommesse sportive esiste e sarebbe stupido ignorarlo. Oggi però — con l’eccezione del Nevada — si svolge tutto in un contesto di illegalità: la nostra volontà è quello di portare questo business alla luce del sole. La nostra preferenza sarebbe quella di raggiungere un accordo quadro con il governo degli Stati Uniti a livello federale, ma se questo non dovesse essere possibile siamo pronti a negoziare stato per stato accordi singoli — come stiamo già facendo con il Delaware, dove le scommesse legali sono già realtà dopo la decisione della Corte Suprema. Crediamo che sia un modo nuovo e interessante per ingaggiare nuovi tifosi, che per scommettere in tempo reale su scarti, risultati e mille altre statistiche relative al gioco finiranno per seguire con un'attenzione tutta nuova le nostre partite”.