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NBA, Karl-Anthony Towns: "Sono il migliore ai videogiochi, voglio esserlo anche sul parquet"

NBA

Stefano Salerno

Ospite a Sky Sport 24 e intervistato in esclusiva da skysport.it, l'All-Star dei Timberwolves ci ha parlato della stagione appena conclusa, delle sue ambizioni e delle sue passioni lontano dal parquet. L'obiettivo è sempre lo stesso: riuscire a essere il più forte di tutti

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Non passa certo inosservato in una stanza, e neanche lungo il corridoio della redazione di Sky Sport 24. I suoi 213 centimetri (e forse anche di più) sfilano assieme alla maglia griffata “Milano” dietro le quinte dello studio del telegiornale sportivo. Appuntamento alle 12.30, arrivo qualche minuto prima: giusto il tempo di allacciare a fatica il microfono alla cintura dei pantaloni (il filo è troppo corto, tarato per persone leggermente più basse), di infilare l’auricolare del traduttore e di salutare al volo qualcuno a telefono che continua a importunarlo. È il momento di andare in onda per Karl-Anthony Towns, chiaramente una routine per un All-Star NBA in rampa di lancio, già nella Top-20 della Lega (a stare larghi) e capace di migliorarsi stagione dopo stagione da quando è stato scelto con la prima chiamata assoluta da Minnesota. Lo smartphone resta coperto sotto il suo braccione poggiato sul tavolo dello studio, ma per fortuna non squilla mentre Alessandro Mamoli e Marina Presello lo intervistano a lungo, che approfittano ben volentieri di un Towns disponibile che risponde con piacere sottolineando come non possa dirsi soddisfatto dei playoff perché punta al titolo, di come “battere gli Warriors” significhi in realtà riuscire a lasciarsi tutte le altre 29 squadre alle spalle. È in Italia da più di due settimane, ospite negli ultimi giorni a un numero enorme di eventi in giro per la città e sottoposto a continue richieste da parte di giornalisti/appassionati/tifosi/passanti. Nonostante questo, trova il tempo anche di venire a fare quattro chiacchiere con noi, per fare un po’ il bilancio della sua stagione, raccontare qualche aneddoto sul suo passato e lanciare nuove sfide, non tanto e non solo sul parquet. Appena si inizia a parlare di videogiochi infatti, diventa un altro: difficile pensare di sfidarlo, anche soltanto a parole.

Sei soddisfatto dei risultati raccolti nell’ultima stagione?

"È stata una buona stagione, sono molto felice di aver raggiunto un traguardo importante come l’essere arrivati ai playoff: è un palcoscenico che mancava da molto ai T’wolves, da troppo tempo, ma ovviamente senza vincere un titolo è difficile ritenersi pienamente soddisfatti".

Piccola parentesi: già prima durante l'intervista in studio con Alessandro Mamoli, Towns nel rispondere era stato portato naturalmente a fare il confronto con i Golden State Warriors e gli Houston Rockets. Le migliori organizzazioni con cui doversi confrontare e da prendere ad esempio, sottolineando poi che: "È ovvio pensare agli Warriors, l’obiettivo di tutti è spodestarli, togliergli il titolo dopo i due successi consecutivi. Diciamo che più che costruire una squadra per battere gli Warriors, l’obiettivo è quello di lasciarsele tutte e 29 alle spalle e viene normale pensare a loro come riferimento. Bisogna costruire una squadra agile, che possa trasformarsi in base al tipo di avversario che si ritrova ad affrontare. Solo così puoi pensare di battere tutti".

È un problema di giocatori? Che tipo di innesti servono per fare l’ultimo passo in avanti?

"Non è una questione di giocatori, anzi. Sono sempre le squadre a vincere i titoli, non i singoli. È il collettivo che deve fare un tutto insieme un passo in avanti. Una squadra che gioca in maniera corale, che compete in gruppo e porta a casa il risultato. È il sacrificio che tutti devono essere disposti a mettere sul parquet, consapevoli di voler dare sempre una mano a chi ti sta affianco sul parquet; gli Warriors sono un grande esempio, manifestano di continuo questa attitudine. Non penso che un singolo giocatore cambi le cose, che un innesto faccia la differenza: è una questione di gruppo. Non a caso il basket non è uno sport individuale, soltanto lottando insieme si possono ottenere risultati".

Durant e James sono disponibili sul mercato, volendo. Tu ci hai giocato contro per la prima volta a 16 anni, con la nazionale domenicana. Ricordi qualcosa?

"Sisi, mi ricordo quanto fosse strano per me essere in campo con loro, avversari che mi rendevano esitante, ma contro cui non ho sfigurato. Almeno così mi sembra di ricordare. Ero un ragazzino, per me era particolare l'idea di avere di fianco dei professionisti del genere, che contendevano e lottavano per il mio stesso rimbalzo. Quando poi si è trattato di battagliare sul parquet, mi sono solo preoccupato di dare il mio contributo, di aiutare la mia squadra a vincere. Non ricordo come finì, ma è stato divertente dopo quella gara tornare ad allenarmi pieno di convinzioni, cercando di capire cosa fare per riuscire a essere competitivo quando avrei dovuto incrociarli con maggiore regolarità una volta diventato professionista".

Al Horford era in campo quel giorno, era il tuo mentore all’epoca: vi sentite ancora?

"Siamo sempre in contatto, abbiamo un grande rapporto. Ci sentiamo spesso, ma anche per parlare di cose che non riguardano il basket. È un mio amico, una persona che sento molto vicina. Mi sento onorato di avere un legame del genere con lui, una persona dalla quale ricevere tanti utii consigli".

E quando vi trovate in campo uno contro l’altro?

"È un piacere ogni volta incontrarlo e sfidarlo, in campo non può che esserci rispetto e grande vicinanza tra di noi, anche da avversari. Ovviamente devo pensare a vincere in quei momenti, ma è sempre molto suggestivo giocare contro di lui".

Altra parentesi: sempre in studio, durante l’intervista a Sky Sport 24, ha sottolineato come in realtà la sua predisposizione sia sempre quella di essere una persona socievole, scherzosa, che ride e condivide la sua vita sui social: "Questo fa parte del mio carattere e si riflette in campo, dove inevitabilmente sono tranquillo e molto legato a tutti. Sono una di quelle persone a cui piace starsene a casa, non amo troppo uscire [la fidanzata che lo ha accompagnato nella lunga trasferta milanese è un buon motivo per restarsene tranquillo, senza girare troppo per locali, ndr]. Questo mi aiuta molto nella vita da sportivo che sono costretto a fare per tanti mesi all'anno".

Prima scelta, rookie dell’anno, All-Star: qual è il tuo prossimo obiettivo?

"Il mio unico obiettivo resta quello di vincere il titolo, non ragiono mai per step personali. Non vado mai a caccia del riconoscimento che riguarda solo me, per quello se penso a ciò che voglio conquistare continuo a sognare un giorno di mettere un anello al dito. Senti l’appartenenza alla squadra e sai che regalare un titolo ai tuoi tifosi non ha eguali come traguardo".

A questo punto la conversazione inizia a stagnare, impantanata in domande che Towns avrà sentito ripetere già tante volte negli ultimi giorni e alle quali seguono un paio di risposte di rito riguardo il supporto della sua famiglia e su quanto il loro sostegno conti per lui. A dare la scossa è il riferimento ai videogiochi, una di quelle cose che gli fanno tornare il sorriso, illuminare gli occhi e sulle quali non sembra avere alcun dubbio.

Sei un grande amante dei videogiochi: sei il migliore della Lega davanti a una console?

"Assolutamente [risponde mentre la domanda non è ancora terminata, ride e guarda con la faccia di chi non vuole sentire nessuno che lo metta in dubbio, ndr]. Sono il migliore della lega, anche più bravo di De’Aaron Fox [a cui ho fatto riferimento, senza riuscire a scandire neanche il nome]. Sono più abile, non mi sono ancora mai scontrato con lui, ma diciamo che credo nel fatto che uno scontro del genere mi vedrebbe comunque uscire come vincitore. Non c’è nessuno in NBA che può dirsi più bravo di me".

E con Ben Simmons continui a giocare? Sai, dopo quella volta che hai parlato degli Hawks e poi…

"No, aspetta un attimo. Io quella volta non ho detto nulla, ha fatto tutto Ben. Continuiamo a sfidarci, anche lui è un appassionato ed è un altro che puntualmente perde contro di me. Per quello ogni volta che vuole sfidarmi gli dico di sì". 

Ultima parentesi: in studio, parlando di chi sono stati i giocatori che lo hanno ispirato, al termine di un lungo elenco che comprendeva Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Kevin Garnett e Kevin Durant ("Mi scuso con tutti gli altri che mi sono sfuggiti di mente"), è lo stesso Towns a ribadire un concetto tanto semplice quanto ambizioso: "Tutti sono utili per trarre degli insegnamenti, ma alla fine quello che voglio è diventare unico nel mio genere. Anzi, il migliore". Il miglior auspicio per chiudere una piacevole chiacchierata.